Don Mario MORRA sdb"Mi sforzo di correre per conquistare il premio"

13 marzo 2016 | 5a Domenica di Quaresima - Anno C | Omelia
"Mi sforzo di correre per conquistare il premio"
 Vangelo: Gv 8,1-11  
"Ecco faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto
una strada, immetterò fiumi nella steppa".
L'elezione del Papa Francesco, successore di Benedetto XVI, è un dono nuovo che il Signore Gesù ha fatto alla sua Chiesa ed è una nuova promessa di bene per l'avvenire. Ne siamo riconoscenti al Signore e ravviviamo la nostra Fede nella continua assistenza dello Spirito Santo per il Papa e per la Chiesa.

L'esclamazione del profeta Isaia, riportata dalla prima lettura, riassume molto bene il messaggio che ci trasmette la liturgia di questa 5a domenica di Quaresima.
La cosa nuova che Dio promette di fare, per bocca del profeta, è un nuovo esodo, una nuova liberazione del suo popolo dalla schiavitù di Babilonia, prodigiosa e meravigliosa quanto la liberazione dalla schiavitù dell'Egitto.
Dio può sempre fare cose nuove e meravigliose per il suo popolo che ama! può ribaltare e rovesciare situazioni che umanamente sembrano irreversibili. Lo può e lo vuole; basta che l'uomo si fidi di Lui, si abbandoni a Lui e collabori con Lui.
Questa cosa nuova, questo capovolgimento di situazione che Dio ha effettivamente realizzato per il suo popolo, non sono che anticipazione e profezia della "novità di vita", che Egli vuole compiere in ogni uomo per mezzo del Figlio suo Gesù Cristo.
Dio, infatti, vuole portare l'uomo dalla schiavitù del peccato alla libertà di figlio di Dio; vuole far scaturire nell'anima, inaridita dal peccato, il fiume dell'acqua viva della sua grazia.
È quello che noi vediamo realizzato concretamente nella vita dell'apostolo Paolo, e nell'esperienza della donna adultera di cui ci parla il brano del vangelo di oggi.
Paolo è stato afferrato, conquistato da Gesù; dopo l'incontro avvenuto sulla via di Damasco, la vita di Paolo cambia radicalmente; in lui avviene un rovesciamento completo di situazione. Non gli interessano più i privilegi del suo passato di ebreo rigorosamente osservante nè quella giustizia che gli derivava dall'osservanza della legge.
Gli interessano solo la giustificazione e la salvezza che gli vengono in dono per la fede in Gesù Cristo: fede che deriva da Dio, basata sulla fede in Cristo.
Tutto il resto egli reputa una perdita, spazzatura, rispetto alla conoscenza di Gesù, ed è disposto a perderlo pur di guadagnare Cristo, conoscere Lui, conoscere la potenza vivificatrice della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventargli conforme nella morte per giungere alla risurrezione dai morti.
Paolo però, con tutto ciò, non ritiene di essere già giunto al traguardo, al premio, alla perfezione; egli sente in sé la lacerazione della duplice legge della carne e dello spirito, e soffre per questo; sente nelle sue membra quella spina di satana che lo fa gemere e chiedere: chi mi libererà da questo corpo di morte?.
Ma, dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro, come un atleta impegnato allo spasimo per vincere, verso la meta, per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
Nell'apostolo Paolo si rivela dunque la misericordia infinita di Dio Padre che, per mezzo di Gesù, libera l'uomo, lo redime e lo salva; si manifesta la sua divina onnipotenza che cambia dal di dentro la persona umana e ne fa cosa nuova, pone la creatura in una condizione di novità di vita.

Lo stesso avviene nella donna adultera della quale riferisce il brano del Vangelo.
I benpensanti, i perbenisti vorrebbero condannarla alla lapidazione, come prescrive la legge di Mosè. Gesù li ferma: chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra. Li invita a guardarsi dentro e a capire che non hanno alcun diritto di erigersi a giudici e di condannare gli altri, se il loro intimo è pieno di ipocrisia e di cattiveria.
Uno dopo l'altro, tutti si dileguano. Nessuno, donna, ti ha condannata?…neanche io ti condanno; va e d'ora in poi non peccare più. È la sentenza della misericordia divina.
Gesù non dice all'adultera: ti scuso, ti comprendo nel tuo adulterio; non giustifica il suo peccato. Egli rivela il cuore di Dio, pieno di benevolenza e di misericordia.
Gesù condanna il peccato, qualsiasi peccato, ma ha sempre compassione del peccatore; lo vuole salvo, lo vuole riabilitare e restituirgli la sua dignità di persona umana e di figlio di Dio: non peccare più!
Chiaramente Gesù disapprova l'operato della donna adultera; il male è male e va condannato. Ma nel medesimo tempo Gesù salva l'adultera, la risana, la esorta a non ritornare più sulla via del peccato, a ricominciare una vita nuova e a perseverare in essa.

La Quaresima che stiamo vivendo, e soprattutto la Parola del Signore che abbiamo ascoltato oggi, ci esortano a ravvivare in noi la fede nella sconfinata bontà di Dio Padre, sempre disposto al perdono delle nostre colpe, ed a rinnovarci come creature nuove, capovolgendo la nostra situazione di peccato in situazione di vita, di grazia e di salvezza.
Dobbiamo inoltre imparare a non erigerci a giudici dei nostri fratelli e sorelle, tanto meno a condannarli, ma piuttosto a riconoscere noi stessi, per primi, bisognosi della misericordia di Dio.
Sull'esempio poi di San Paolo, corriamo anche noi con tutte le nostre forze, come valorosi atleti, verso la meta della nostra santificazione, per conseguire il premio della vita eterna.
Ci sostengano nel nostro impegno quaresimale verso la Pasqua la bontà materna di Maria e la fedeltà di san Giuseppe che in settimana onoreremo nella sua festa.

Don Mario MORRA sdb
 Fonte:  www.donbosco-torino.it

Commenti

Post più popolari