Don Bruno FERRERO sdb"ECCO IO VI MANDO COME AGNELLI..."

3 luglio 2016  |14a Domenica T. Ordinario - Anno C   |  Omelia
ECCO IO VI MANDO COME AGNELLI...

La frase che apre il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato è una delle più impegnative e

importanti del messaggio di Gesù:

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due
davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Gesù non manda i dodici apostoli. Manda settantadue dei suoi. Nella Bibbia i numeri sono
importanti e hanno un valore simbolico. Settanta o settantadue è il numero delle nazioni pagane. Il
Vangelo è destinato a tutti. E in un certo senso, tutti siamo mandati. A due a due, perché solo così,
secondo la giurisprudenza del tempo, la testimonianza è sicura e fondata.
E forse anche perché, come Gesù ha detto in un’altra circostanza: «Se due o tre si riuniscono per
mettere in pratica le mie parole, io sono presente in mezzo a loro».
Anche noi quindi siamo designati, cioè scelti e chiamati, e poi inviati per una missione tutt’altro che
semplice: le trentasei coppie di discepoli non devono “seguire” Gesù, devono andare “davanti” a
lui. Fare da apripista.

I cristiani sentono la vita come vocazione, missione, responsabilità. Tre concetti poco apprezzati e
negletti dalla cultura attuale.
Il dono più grande che Gesù ci fa è sapere di avere un compito tra la nascita e la tomba. Ed esso
è inscritto nella vita, non su tavole di pietra, bensì nelle profondità della persona, tracciato dallo
spirito di Dio. Ogni vita che sboccia è l’inizio dell’universo, una nuova creazione, un nuovo
fantastico progetto di Dio. Vista così, la vita acquista un’altra prospettiva.
Siamo in missione per conto di Gesù. Dobbiamo aprirgli la strada in questo mondo, nella nostra
famiglia, dentro di noi. Lo stiamo facendo?

La cosa è complicata dal fatto che non abbiamo un gran equipaggiamento.

Dice Gesù: «Non portate denaro nelle vostre borse, monete d'argento o di rame. Non portate con voi
un vestito di ricambio ed un secondo paio di scarpe. E non portate con voi dei bastoni o delle armi
per difendervi dagli animali o dagli esseri umani. E non portate con voi provviste alimentari. Chi
lavora ha diritto ad essere nutrito. Attraversate il paese come mendicanti. Solo così sarete credibili.
Non entrate nelle osterie, strada facendo. E non lasciatevi fermare da nessuno. Se entrate in una
casa, salutatela con una parola di pace. Se in quella casa abita qualcuno che ama la pace, la vostra
pace riempirà la casa. Se no, la vostra pace proseguirà, con voi, il cammino.
Se da qualche parte non vi vogliono ascoltare allora scuotete dai vostri piedi la polvere del luogo e
lasciatelo alle vostre spalle».

È come dire: l’unica garanzia siete voi stessi.

I cristiani in realtà non hanno una missione, sono la missione. I cristiani sono chiamati a vivere
l'Incarnazione, cioè a vivere nel corpo fisico e nel corpo morale della comunità la presenza di Dio.
Sono in missione per conto di Gesù e chi li riceve dà ospitalità a Dio: «In verità, in verità io vi dico:
chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato»

Un giorno, uscendo dal convento, san Francesco incontrò frate Ginepro. Era un frate semplice e
buono e san Francesco gli voleva molto bene.
Incontrandolo gli disse: «Frate Ginepro, vieni, andiamo a predicare».
«Padre mio» rispose, «sai che ho poca istruzione. Come potrei parlare alla gente?».
Ma poiché san Francesco insisteva, frate Ginepro acconsentì. Girarono per tutta la città, pregando in
silenzio per tutti coloro che lavoravano nelle botteghe e negli orti. Sorrisero ai bambini, specialmente
a quelli più poveri. Scambiarono qualche parola con i più anziani. Accarezzarono i malati. Aiutarono
una donna a portare un pesante recipiente pieno d’acqua.
Dopo aver attraversato più volte tutta la città, san Francesco disse:
 «Frate Ginepro, è ora di tornare al convento».
«E la nostra predica?».
«L’abbiamo fatta... L’abbiamo fatta» rispose sorridendo il santo.
La predica migliore è sempre quella fatta di carne e di sangue.

Gesù paragona i cristiani al sale: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente» (Vangelo di Matteo 5, 13).
San Paolo li paragona ad un profumo: «Siate il buon profumo di Cristo».
Chi porta addosso un profumo non ha bisogno di raccontarlo a tutti: il profumo parlerà per lui.

In un centro di raccolta per barboni, un alcolizzato di nome Giovanni, considerato un ubriacone
irrecuperabile, fu colpito dalla generosità dei volontari del centro e cambiò completamente. Divenne
la persona più servizievole che i collaboratori e i frequentatori del centro avessero mai conosciuto.
Giorno e notte, Giovanni si dava da fare, instancabile. Nessun lavoro era troppo umile per lui. Sia
che si trattasse di ripulire una stanza in cui qualche alcolizzato si era sentito male, o di strofinare
i gabinetti insudiciati, Giovanni faceva quanto gli veniva chiesto col sorriso sulle labbra e con
apparente gratitudine, perché aveva la possibilità di essere d'aiuto. Si poteva contare su di lui
quando c'era da dare da mangiare a uomini sfiniti dalla debolezza, o quando bisognava spogliare e
mettere a letto persone incapaci di farcela da sole.
Una sera, il cappellano del centro parlava alla solita folla seduta in silenzio nella sala e sottolineava
la necessità di chiedere a Dio di cambiare. Improvvisamente un uomo si alzò, percorse il corridoio
fino all'altare, si buttò in ginocchio e cominciò a gridare: «O Dio, fammi diventare come Giovanni!
Fammi diventare come Giovanni! Fammi diventare come Giovanni!».
Il cappellano si chinò verso di lui e gli disse: «Figliolo, credo che sarebbe meglio chiedere: "Fammi
diventare come Gesù!"».
L'uomo guardò il cappellano con aria interrogativa e gli chiese: «Perché, Gesù è come Giovanni?».
Se qualcuno ti chiede: «Com'è un cristiano?» l'unica risposta accettabile è «Guardami».

Con le parole si può anche mentire. Con gli occhi non è possibile, quindi il comandamento di coloro
che seguono Gesù è «Non dare falsa testimonianza». La fede cristiana anela a prendere una
forma visibile, a essere vista. La parola d’ordine del cristiano è epifania. Il cristiano è chiamato
a “manifestare” la bellezza del volto di Dio e la sapienza del destino finale dell’umanità.

«Tu - dice Gesù - puoi diventare un genio, un organizzatore, un inventore, un uomo di successo,
una donna famosa. Ma tutto questo è molto meno che essere uno strumento nelle mani di Dio.
Che cosa potresti diventare? Te lo dico con grande semplicità: Puoi essere una bocca attraverso la
quale Dio parla agli esseri umani Puoi essere un occhio che possiede una vista molto acuta: vede
la presenza di Dio e la indica agli altri. Puoi essere un orecchio che riesce a captare voci e suoni
anche fra i rumori del mondo e aiuta gli altri ad ascoltare ciò che non sembra più udibile.
Puoi essere la mano con cui Dio agisce nel suo mondo.

In ogni caso potrai essere felice soltanto se vivi in sintonia col tuo destino, se rispondi a quanto
Dio vuol fare servendosi di te. Non assoggettarti alle insidiose leggi della giungla in vigore nel tuo
ambiente. Non avere paura dei lupi, anche se ti senti debole e indifeso.
Sii pronto a donare integralmente te stesso. E non rincorrere i tuoi desideri ma impegnati per la
liberazione degli esseri umani. Le malattie da curare sono molte e gli uomini senza speranza sono
milioni. E questa le messe che attende gli operai.

Sei destinato al Regno, al Regno che viene. Puoi collaborare alla sua preparazione. In te ci sono più potenzialità di quante puoi stimare da te stesso. In mezzo al grande disorientamento umano tu rappresenti un frammento del futuro».

Noi siamo l’unico futuro di Dio su questa terra.

Don Bruno FERRERO sdb
Fonte:  www.donbosco-torino.it