Don Marco Ceccarelli, “Abbà”

XVII Domenica Tempo Ordinario “C” – 24 Luglio 2016
I Lettura: Gen 18,20-32
II Lettura: Col 2,12-14
Vangelo: Lc 11,1-13
- Testi di riferimento: Es 16,4; Sal 78,24; 84,12; 85,13; Mt 6,30; 7,11; Mt 21,21-22; Mc 14,36; Lc

10,21-22; 16,11-13; 18,1; 23,34.46; Gv 4,10; 11,41; 17,1; Rm 8,14-17.32; 2Cor 9,10; Gal 4,6-7; Gc
1,5-8.17; 4,2-4
1. La preghiera del cristiano.
- Il brano di Vangelo odierno ci pone di fronte ad un altro dei temi importanti presenti in Lc, quello
della preghiera. Come sappiamo la preghiera è un elemento che troviamo in tutte le religioni. Anche
se in forme e modalità diverse, si riscontra ovunque l’esigenza di rivolgersi a realtà divine e soprannaturali.
In un certo senso la preghiera è un elemento costitutivo della persona umana, un essere aperto
al – e alla ricerca del – trascendente. Tutti sentono l’impulso a pregare. Però: la preghiera cristiana
si differenzia da quella delle altre religioni e in che cosa?
- Anche gli ebrei pregavano e sapevano pregare. Non dobbiamo perciò pensare che il discepolo abbia
chiesto a Gesù di insegnare loro a pregare perché non lo sapeva fare. La sua domanda è stata
mossa piuttosto dal fatto che egli ha visto nel pregare di Gesù qualcosa che lo ha colpito, qualcosa
di particolare. È quel qualcosa che interessa al discepolo. Gesù infatti prega in un modo del tutto
unico. Perciò questa domanda – importantissima per noi che possiamo oggi ascoltare la relativa risposta
– è molto più che la richiesta di imparare una formula di preghiera. Sarebbe banale e assolutamente
riduttivo pensare che nella risposta di Gesù ci sia semplicemente l’insegnamento di una
“preghierina”, per quanto bella e profonda. Gesù insegna ai discepoli, noi compresi, in cosa consista
l’essenza della preghiera cristiana, qualsiasi sia la forma in cui essa venga espressa.
- “Quando pregate dite: Padre!” (v. 2). La preghiera del “Padre nostro” che noi recitiamo è presa da
Mt. In Lc è più breve, ma soprattutto è inserita in un altro contesto, dal quale non si può prescindere,
che è appunto la richiesta del discepolo. L’accento della risposta di Gesù cade in forma del tutto
particolare sulle prime parole. Quel “dite: Padre” è ciò che costituisce il cuore della preghiera di
Cristo e del cristiano. Nella risposta di Gesù abbiamo dunque una grande rivelazione, di cui questi
sono i punti principali:
a) Il dire “Padre” non indica semplicemente la dizione fonetica, quanto piuttosto la caratteristica
fondamentale che contraddistingue la preghiera del cristiano. Quel “dire” sta ad indicare l’atteggiamento
di fondo che si deve avere verso il referente della preghiera. Se pregare significa “dire” −
cioè “relazionarsi al” − Padre, significa che la preghiera è una relazione, ed una relazione ad una
persona. Il Padre è una persona a cui mi rivolgo chiamandolo per quello che è. La preghiera è un
rapporto personale, fra un uno ed un Uno, fra un figlio e un Padre. Ciò implica che essa è qualcosa
di enormemente più ampio che una semplice richiesta di cose.
b) Gesù dice ai suoi discepoli di rivolgersi a Dio esattamente nello stesso modo in cui lo fa lui. Egli
si rivolge a Dio chiamandolo “Abba”, Padre (Mc 14,36). Questa sua relazione particolare, intima,
con Dio è ciò che deve avere colpito il discepolo. Il termine “Padre” in bocca a Gesù ha un valore
del tutto particolare, essendo egli l’Unigenito del Padre. Nessuno può rivolgersi a Dio chiamandolo
Padre allo stesso modo con cui lo fa Cristo. Ma ora, dice Gesù ai discepoli, quel privilegio unico,
quel “diritto” che ha lui solo di chiamare Dio “Abbà”, viene trasmesso anche a loro. E questo non è
per nulla ovvio; al contrario, si tratta di qualcosa di sconvolgente. E tuttavia i cristiani potranno e
dovranno rivolgersi a Dio come lo ha fatto Gesù. San Paolo parla di questo uso (Rm 8,15; Gal 4,6)
come qualcosa di veramente speciale, concesso a coloro che hanno ricevuto la figliolanza divina; e
ciò significa che non era qualcosa di semplicemente proveniente dalla tradizione giudaica. Con Gesù
Dio si è fatto estremamente “prossimo”, vicino agli uomini, tanto da poter essere chiamato “Padre”.
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c) Il cristiano ha dunque un rapporto con la Persona del Padre, che a questo punto non è solo Padre
di Cristo, ma anche suo. Ciò implica una prospettiva completamente nuova rispetto a quella che ci
può essere in qualsiasi altra religione, in cui il termine padre riferito a Dio ha pressappoco il valore
di creatore, compassionevole, benevolo, ecc. Il Dio del cristiano, la persona con cui il cristiano si
relaziona nella preghiera, è il Padre di Gesù; e allo stesso tempo, in modo analogo, è anche il suo.
Rispondendo dunque alla richiesta dei discepoli Gesù non insegna semplicemente una preghierina,
ma trasmette loro un’altissima rivelazione sul rapporto che intercorre tra Dio e loro. Imparare a pregare
significa imparare che Dio è mio Padre e ad avere con Lui un rapporto da Padre a figlio e viceversa;
e ciò in senso reale, di reale figliolanza, analoga a quella di Gesù. I discepoli di Cristo partecipano
dunque della sua figliolanza, sono anch’essi figli di Dio. Il Padre è Colui che ci ha generato.
La prima dimensione della paternità è la generazione; senza questa non c’è quella. E Dio ci ha dato
la vita, come afferma san Paolo nella seconda lettura.
d) Essendo la preghiera una “relazione” ad una persona − relazione che quindi va molto oltre ad una
semplice richiesta di cose − non può che essere costante. La preghiera del cristiano è un atteggiamento
continuo, anche se magari non sempre con la stessa intensità. Una profonda relazione affettiva
(nel senso più nobile del termine) non è a corrente alternata. Si è sempre in relazione, anche
quando non ci si vede o non si parla. C’è sempre il pensiero rivolto a quella persona, e tutti i nostri
atti sono in qualche modo condizionati da quella relazione. È chiaro che se la relazione è seria e
profonda cercherò il più possibile di avere momenti particolari di intimità. Tuttavia la preghiera del
cristiano è un atteggiamento costante. C’è una preghiera ininterrotta che accompagna l’esistenza del
cristiano (Lc 18,1).
2. Le parabole.
- L’insistenza nella preghiera. Proprio perché la relazione con un padre non può che essere costante,
così la preghiera non può che essere costante. Se Dio è nostro Padre non possiamo non avere fiducia
in Lui. E la fiducia è che Egli, proprio perché ci è Padre, ci darà quello che per noi è meglio, indipendentemente
dai nostri desideri. Anzi, l’insistenza nella preghiera ha lo scopo proprio di conformare
il nostro desiderio a quello del Padre, avendo capito che l’essenziale è ricevere lo Spirito che
ci permette di fare la sua volontà. È la fiducia che Gesù ha avuto nel Getsemani. È la fede, cioè la
certezza che lo Spirito dà al nostro spirito, che siamo figli di Dio (Rm 8,16); e Dio, nostro Padre
non ci darà nulla di cattivo. Così che la preghiera diventa un porsi totalmente nelle braccia del Padre
(Lc 23,46), con la fiducia che niente ci potrà veramente fare del male, con la tranquillità di un bambino
abbandonato nelle braccia della madre (Sal 131).
- La cosa buona per eccellenza. Perciò la cosa fondamentale non è ricevere questa o quella cosa, ma
mantenere tale certezza che ci viene appunto dalla testimonianza dello Spirito. Lo Spirito è il dono
di Dio per eccellenza (Gv 4,10) grazie al quale possiamo vivere in costante relazione con il Padre,
con tutti i frutti che essa comporta. Imparare a pregare come Cristo si può fare soltanto a partire dal
dono dello Spirito che ci rende figli di Dio e ce ne dà testimonianza.

Fonte:donmarcoceccarelli.it/