don Marco Pedron" Dove è il tuo tesoro, lì è il tuo cuore"


don Marco Pedron
XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) 
Vangelo: Lc 12,32-48 
Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile
nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma.
Ci sono cose che nessuno può portarci via. Le persone che hai aiutato con il tuo ascolto, con la tua comprensione, con la tua mano; le persone che senza di te erano perse, disperate, angosciate e grazie a te hanno ritrovato la luce; l'ebbrezza di essere vivo, di essere grande perché figlio di Dio e della Vita; la felicità che dà la sensazione che la mia vita abbia un senso, un motivo, e per questo sono disposto a lottare, a combattere, a resistere e a soffrire; la commozione che hai provato e vissuto quando è nato tuo figlio; la profondità che scorgi negli occhi di tua moglie quando nel silenzio vi fissate e vi specchiate del vostro amore; i colori dell'autunno, il profumo dell'erba appena tagliata, il suono del vento, il canto degli uccelli e quello de cuore; la gioia di sentirsi vivi, vita in mezzo a tanta Vita; la percezione che Lui c'è, che non c'è motivo di aver paura e la sensazione di essere al sicuro, al di là di tutto ciò che possa capitare; tutto quello che abbiamo condiviso con le persone, tutto quello che ci siamo sussurrati perché intimo, tutto quello per cui abbiamo lottato insieme, tutto l'amore che ci siamo scambiati... tutto questo nessuno te lo potrà mai portare via. Tutto questo resta.
Ciò che ti è in più vendilo, buttalo via, dallo a chi ne ha bisogno: insomma stai attento a non attaccarti, a non fare di ciò che hai il tuo tesoro, il tuo riferimento, l'oggetto dei tuoi pensieri quotidiani.
Fatti borse vere, procurati nutrimento e beni che non passano, che durano, che non invecchiano, dove la ruggine, i ladri e le tarme non arrivano.
I soldi: ti possono essere rubati. Le ricchezze: puoi perderle. L'auto: puoi fare un incidente. Gli oggetti: possono rompersi. Le persone: possono morire. Tutto ciò che è materiale può passare. Solo il tesoro dell'anima, quello celeste, nessuno te lo può sottrarre. Impara a tenere tutto nella tua anima e non avrai più bisogno di possedere. Impara ad arricchire la tua anima e non avrai più bisogno delle ricchezze. Tutto ciò che puoi perdere lo perderai, ricordatelo. E tutto ciò che non puoi perdere (Dio, la tua anima) sarà la tua vita piena, adesso e in futuro.
Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
A tutti noi piacerebbe dire: "Il centro della mia vita è Dio; il centro della mia vita è l'amore, la vita, la ricerca". Questo è quello che ti piacerebbe. Adesso fatti una semplice domanda: "Qual è la cosa che pensi di più al giorno?". Quello è il tuo tesoro.
Credo che molte persone, se saranno oneste con sé, avranno fatto una spiacevole scoperta: il fumo!? I soldi!? Il sesso!? La paura!? Il giudizio degli altri!? L'odio!?
Ci trasformiamo in ciò che più risiede nella nostra mente. Se la tua mente è sempre in pensieri di paura, di negatività, che gli altri sono nemici, che il mondo fa schifo, tu ti stai trasformando in questo. Diventerai così perché dov'è il tuo tesoro (pensiero, centro d'interesse) lì è anche il tuo cuore (tu).
E se fosse così, vedi tu!, forse è il caso di disciplinarsi e di cambiare centro dei tuoi pensieri.
Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro!
Tutte queste parole di Gesù (12, 35-48) vengono da origini diverse, quindi non vanno forzate per armonizzarle tra di loro, e sono unite dal tema in comune: "Siate svegli, non dormite, siate consapevoli, state attenti a non prendere sonno", perché il sonno della ragione genera mostri, perché il sonno dell'anima genera la morte.
Vi sono due tendenze nell'uomo: la tendenza all'adattamento, all'equilibrio, alla stasi, al fermarsi e quella all'evoluzione, al progresso, all'andare. Quante volte ci verrebbe da dire o da pensare: "Così va bene; sono abbastanza religioso; so abbastanza amare; penso di essere abbastanza giusto; anche se non cresco, anche se non divengo...". Ciò che vive diviene sempre, solo ciò che è morto smette di divenire. Tutte le nostre crisi di vita sono lo scontro tra queste due voci. Una dice: "Ma basta, stai qui; lascia fare; è difficile; è doloroso; magari nascono incomprensioni; lascia perdere; dopo tutto anche così non stai male". L'altra, invece: "La vita mi chiama a questa nuova tappa, a questa nuova avventura, ad affrontare quest'ostacolo, ad andare avanti, a progredire". Perché o si va o si sta (e non prendere decisioni è già stare!); o si progredisce o si regredisce.
Il padrone che si cinge le vesti rappresenta il servizio che la vita fa a chi vive progredendo: la felicità, la beatitudine, la pienezza dell'anima e il gusto di essere vivi e figli di Dio.
Tutti quelli che dormono credono di essere svegli. Chi dorme non lo sa e il risveglio è molto duro. E' una sberla in faccia, un pugno allo stomaco: si chiama conversione, cambiare vita, rendersi conto che si chiamava vita ciò che era sopravvivere, illusione, falsità.
C'è una storiella che amo molto e dice così: "Un tizio bussa alla porta di suo figlio: "Jaime, svegliati", gli dice. Jaime risponde: "Non voglio alzarmi papà". Il padre urla: "Alzati devi andare a scuola". "Jaime gli risponde: "Non voglio andare a scuola". "E perché no?", gli chiede il padre. "Ci sono tre ragioni", risponde Jaime. "Prima di tutto, è una noia; secondo i ragazzi mi prendono in giro; terzo odio la scuola". E il padre gli risponde: "Bene, adesso ti dirò io tre ragioni per cui devi andare a scuola; primo, perché è tuo dovere; secondo, perché hai quarantacinque anni, e terzo perché sei il preside".
Mi farebbe tanto ridere questa storia se non fosse, purtroppo, così vera. Sveglia, apri gli occhi, renditi conto di chi sei, dove vivi, della realtà. Molte persone si stanno ancora trastullando con i loro giocattoli (soldi, auto, vestiti, fama, sentirsi importanti). Dicono di essere ben intenzionati, di voler crescere, di avere un serio desiderio di Dio, di voler, insomma, uscire dall'asilo nido, ma non bisogna credergli. Spesso vogliono dei giocattoli nuovi: "Voglio un'altra moglie; voglio i miei soldi; non voglio soffrire; come farò senza quella cosa". Le persone spesso non vogliono essere curate, cercano solo sollievo. Una cura sarebbe troppo dolorosa, sarebbe troppo impegnativa, sarebbe troppo coinvolgente. Meglio qualche pastiglia, qualche soluzione facile, qualche risposta "pronta all'uso".
Svegliarsi - Gesù lo dice un sacco di volte nel vangelo, si vede che conosceva la pericolosità e la frequenza del dormire - è molto doloroso perché cadono tutte le nostre illusioni, tutto ciò in cui credevamo, che pensavamo fosse verità, che era nostro riferimento, nostro appoggio. Non ci resta più niente, si rimane senza strade, senza vestiti: nudi con sé e con Lui.
E' la stessa sensazione di chi si sveglia la mattina e dice: "Oddio, era solo un brutto sogno; per fortuna che non era vero". Aveva proprio confuso il sogno con la realtà. Solo che il sogno è la nostra vita e ci potrebbe capitare di non svegliarci mai, di non vivere mai, di non esserci mai stati pur avendo vissuto.
Quando uno si sveglia dice: "Ma come ho fatto a vivere così? Ma come ho fatto a non accorgermi? Incredibile!". Finalmente si è svegliato!
Molte persone sorridono nel leggere queste parole: lo facevo anch'io quando dormivo, e lo facevo perché avevo troppa paura di aprire gli occhi. Ma fu la salvezza.
Svegliarsi è vedere le cose per come sono, è vedere le persone per quello che sono e non per come noi vorremmo che fossero. E' un'enorme disciplina vedere ciò che è per quello che è e non per come noi desidereremmo. E' vedere tutte le cose che esistono perché tutto ciò che esiste è realtà: desideri, sentimenti, pregiudizi, ricordi, traumi, complessi, idee giuste e sbagliate; guerra e amore; vita e morte; potere e impotenza. Vedere tutto ciò che esiste e dire: "Tu ci sei".
Consapevolezza, che è la conoscenza che giunge al cuore e quindi ti trasforma (mentre quella dei libri riempie solo il tuo cervello di informazioni e la tua curiosità di notizie), è poter chiamare tutto per nome, per quanto penose siano le scoperte e le loro conseguenze. E' dire a tutto ciò che c'è in me (e fuori di me): "Tu in verità sei violenza: questo è il tuo nome. Tu in verità sei trauma: questo è il tuo nome. Tu in verità sei paura, terrore, soffocamento: questo è il tuo nome. Tu in verità sei fallimento, abbandono, tradimento: questo è il tuo nome. Tu in verità sei energia, forza, possibilità: questo è il tuo nome". Chiamare ogni cosa per nome (come faceva l'uomo all'inizio della creazione che dava ad ogni creatura il suo nome) è la forza della vita. Chiamare per nome è far esistere una cosa, è renderla reale, è dirle: "Mi piaccia o no, tu ci sei".
Vegliare, consapevolezza, lucerna accesa, sono termini che indicano il vedere tutto ciò che c'è da vedere e non nascondere nulla, non nascondersi nulla, e chiamare tutto per nome e con il suo nome.
Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate».
Quando viene Dio? Quando meno te l'aspetti. E allora non aspettarlo, sii sempre pronto. Quando verrà il cambiamento che da tanto sto aspettando? Non lo so, verrà quando verrà. Quando riuscirò a vincere questa paura, questo condizionamento, questo giudizio degli altri che mi frena sempre; quando riuscirò ad affrontare mio padre e a guardarlo negli occhi; quando riuscirò a congiungere le mani e sentire che di Lui non devo aver paura? Non lo so. Dio è come un ladro: viene quando non te lo aspetti, non secondo le tue logiche (quelle umane) ma secondo le sue logiche (quelle divine, appunto).
Molte volte vorrei che la mia fede fosse programmata, vorrei sapere i passi che mi aspettano; vorrei che fosse una salita graduale dove vedo la meta, gli ostacoli e la strada. Non è così! Questi bisogni sono dei modi per inveire contro il nostro inveterato bisogno di sapere dove stiamo andando, come andrà a finire il viaggio, e possibilmente, la data esatta in cui avverrà ciò che stiamo aspettando. E' così forte il nostro bisogno di gestire, di programmare, di manipolare, di avere tutto sotto controllo. Ma Dio è in-controllabile.
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Le parole di Gesù sono per tutti. Tutti noi siamo amministratori, perché il tempo non è nostro, ce n'è concesso un po' da gestire. I figli non sono nostri: ce ne sono concessi alcuni in affido. La stessa mia vita non è mia: mi è concessa in amministrazione e un giorno dovrò renderla.
Anche il mio corpo mi è dato in amministrazione: il cuore, i reni, i polmoni, i muscoli, la mani, le gambe, sono i nostri servi. Come li tratti? A volte viviamo disinteressandoci di loro, facciamo come se non avessimo un corpo, non lo rispettiamo, non lo facciamo dormire, non lo accarezziamo, non gli doniamo il tempo per rigenerarsi, non amiamo quest'ordine perfetto che ci fa vivere. Ce ne accorgiamo solo quando l'ordine si rompe ma non impariamo a rispettarlo, ci interessa solo che torni a funzionare per sottometterlo alle nostre esigenze. Abbi sempre un grande amore per il tuo corpo, e siine amministratore saggio, fedele e attento a tutte le sue parti. Il tuo corpo ti serve, serve a te, sei tu.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: "Il padrone tarda a venire", e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli.
Se tu vivi prescindendo del tuo servo-cuore che ha bisogno ogni giorno del sangue dell'amore, dell'affetto, della comprensione; se tu vivi a prescindere dai tuoi polmoni che hanno bisogno d'aria, di libertà, di respirare in grande, di cose alte; se tu vivi prescindendo dalle tue gambe che hanno bisogno di passi, di camminare, di andare; se tu vivi prescindendo dalle tue ginocchia e caviglie che hanno bisogno di mobilità, di flessibilità, di non essere dure e rigide; se tu vivi prescindendo dai tuoi muscoli che hanno bisogno di riposo, di non essere sempre sotto tensione, stressati e in costante allarme; se tu vivi prescindendo dalla tua schiena, da ciò che hai dietro, da ciò che non vedi, da ciò che è passato; se tu vivi prescindendo dalla tua pancia, dal tuo fegato, dai tuoi rancori, dal tuo odio, da ciò che accumuli; se tu vivi prescindendo dalla tua postura, dal tuo midollo, dal tuo stare in piedi sulle tue gambe, dal tuo non essere ricurvo o schiacciato chissà da chi, indovina cosa ti succederà?
La malattia (fisica e dell'anima) all'improvviso arriverà, ti bastonerà e ti punirà con rigore, assegnandoti il posto fra gli infedeli, perché tu dovevi ascoltare le voci dei tuoi servi, dovevi ascoltarti, dovevi non essere superficiale in quello che accadeva nella casa del tuo corpo e non l'hai fatto.
Tratta ogni cosa, ogni essere, ogni creatura, con tutto l'amore di cui sei capace e che puoi. Soprattutto inizia da te, dal mondo interno che hai, dal villaggio di servi che ti abitano. Stai attento a non dormire, a non vivere in dissipazioni, "fregandotene", perché il padrone verrà (non è un monito, una minaccia, ma una constatazione, la realtà) e ti punirà severamente.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.
In bocca a Gesù queste parole erano un monito per i dottori della Legge e per i responsabili del popolo eletto: loro sapevano. Possono essere parole molto dure per chi sa, per chi ha coscienza di come stanno le cose e per qualche motivo non interviene, non agisce, non obietta ma tace, passa sotto silenzio, si evita complicazioni e ostacoli. Chi sa ha più responsabilità.
Quello che hai (doti, soldi, conoscenze mentali, ascolto, sensibilità) mettilo in circolo, donalo perché non sarai giudicato su quanto hai ma su quanto ti è stato affidato.
Pensiero della Settimana
Dopo un po' impari la sottile differenza fra tenere una mano
ed incatenare un'anima.
E impari che l'amore non è appoggiarsi a qualcuno
e la compagnia non è sicurezza.
E inizi ad imparare che i baci non sono contratti
e i doni non sono promesse.
E cominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta
e con gli occhi aperti
con la grazia di un adulto, non con il dolore di un bambino.
E impari a costruire le tue strade di oggi
perché il terreno di domani è troppo incerto per fare piani;
e impari che il sole scotta se ne prendi troppo
perciò pianta il tuo giardino e decora la tua anima
invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori.
E impari che puoi davvero sopportare che sei davvero forte
e che vali davvero.


Fonte:qumran2.net/:

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