don Marco Pedron, " Ma dove vivi"


Ma dove vivi
don Marco Pedron
XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) 
Il vangelo di oggi ci presenta questa parabola ironica ma tagliente di Gesù.

Innanzitutto osserviamo che l''uomo della parabola non ha nome; come quasi sempre i ricchi del vangelo (12,13-21; 16,19-31: il ricco e Lazzaro; 18,18-23: il notabile ricco). Molte persone credono che la ricchezza o il potere ti faccia sentire "qualcuno, importante". Avete presente una bambola: per quanto la vesti e la trucchi non sarà mai una donna. Se dentro sei nessuno (senza nome, identità, consistenza) nulla di ciò che hai ti può aiutare.
Chi evolve solo fuori, non evolve dentro. Gesù diceva sempre: "Ma a che serve guadagnare il mondo intero se poi si perde la propria anima (psiché)?". Già a che serve... se perdi la tua libertà interiore... la tua creatività... la tua voglia di vivere... chi ami... se ti perdi l'infanzia di tuo figlio... l'amore di tua moglie... la forza dell'amicizia!
L'uomo del vangelo vive un terribile senso di irrealtà con il tempo.
Ascoltate le sue parole: "Che farò... farò così... demolirò... costruirò... vi raccoglierò...". Ma dove vive? Vive... accumula... pensa... progetta... per il domani.
Parla sempre al futuro, parla come se dovesse vivere per sempre: "Che farò... farò così... demolirò... costruirò... vi raccoglierò...". Ma dove vive? Ma dove vivi?
Quante persone vivono per lavorare... per mettere da parte... per i figli... per avere un futuro... per quando potranno permettersi di essere felici... per quando i figli saranno grandi... per quando avranno tempo...
Anche quell'uomo si diceva: "Eh sì, verrà un giorno dove mi riposerò, mangerò, mi darò alla pazza gioia".
Ma qual è la realtà? La realtà è che ciò che hai perso, lo hai perso per sempre. Ciò che è andato è andato e non torna più. Ciò che non hai gustato, non lo potrai fare più. Se non gusti, assapori oggi, se non sei capace di farlo adesso perché dovresti farlo domani?
Mi è difficile pensare che domani farai quello che oggi non sei in grado di fare. Perché dovresti farlo domani se oggi non sei capace di farlo? Se oggi non te lo permetti?
Le persone vivono con un senso di irrealtà del tempo terribile. Vivono come se ci fossero per sempre, come se ci fosse un'altra vita, un'altra possibilità, una vita di scorta.
Ma bisogna dirglielo, anche se è un ceffone terribile all'inizio. Nelle auto c'è la ruota di scorta e nei videogame finita una partita ne fai un'altra. Ma di vite ce n'è solo una e quando questa è passata, è passata. Non c'è una seconda possibilità, non c'è come a scuola l'esame di riparazione o i corsi di recupero.
Cosa aspetti a vivere? Molte persone stanno sul bordo della piscina (e della vita) tutta la vita. Vorrebbero tuffarsi, ma per sicurezza, non lo fanno mai. Così si muore senza aver vissuto. La vita non è domani, è adesso. Ciò che non ami, che non vivi, che non senti, che non gusti adesso, non lo potrai fare mai più, perché il domani non sarà mai più come l'oggi.
Un giovane e una ragazza sono appoggiati al parapetto di una nave lussuosa. Si tengono teneramente abbracciati. Si sono appena sposati e questa crociera è la loro luna di miele. Stanno parlando del loro presente pieno di amore e del loro futuro che appare così roseo. Il giovane dice: "Il mio lavoro ha ottime prospettive e potremo presto trasferirci in una casa più grande. Fra otto-dieci anni potrò mettermi in proprio. Vedrai che felici che saremo". La giovane sposa continua: "Sì, e i nostri bambini potranno frequentare le scuole migliori e crescere nella serenità". Si baciano e se ne vanno. Su di un salvagente, legato al parapetto si può vedere il nome della nave: Titanic.
L'ex giornalista e commentatore televisivo John Chancellor si preparava a godersi la meritata pensione, quando fu colpito da un tumore allo stomaco. Con la malattia arrivarono i soliti sensi di colpa: "Ho fumato, bevuto e fatto altre cose che non dovevo fare. Mi sono preoccupato abbastanza della mia salute? Nella mia famiglia c'erano mai stati casi di cancro? Perché a me?". "Il cancro" dice "ci ricorda che siamo legati ad un guinzaglio corto, molto corto. Come ho letto da qualche parte: volete far ridere Dio? Parlategli dei vostri progetti".
E poi il senso di irrealtà è dato dal rapporto con lo spazio: il suo problema è ingrandirsi, costruire altri granai, farli più grandi, arricchirsi di più, in una parola diventare più grande. Ma farsi più grandi di case, di soldi, di beni, è assolutamente irrilevante per l'anima. Ci si fa grandi fuori proprio perché dentro si è piccoli. Altrimenti non ce ne sarebbe bisogno!
C'è chi si ingrandisce ottenendo: "Quando avrò quella cosa, allora si che sarò qualcuno (=grande)". C'è chi dice: quando possiederò quella donna allora sì che sarò un uomo... quando avrò quella casa allora sì che me la potrò godere... quando sarò sposato allora sì che sarò diverso oppure lui sarà diverso... quando i figli saranno grandi allora sì che non avrò più queste preoccupazioni... quando sarò potente, laureato allora sì che sarò rispettato... quando avrò risolto tutti i miei problemi allora sì che starò bene...".
La gente si attacca a delle cose da raggiungere: "Devo essere così... devo raggiungere questo... devo arrivare lì, altrimenti..." e così lotta, combatte, spende, il proprio tempo e la raggiunge anche, ma l'amara sorpresa è che non basta, che arrivati non si sa che farsene di quella cosa, che ce n'è un‘altra di più grande da raggiungere, che c'è qualcuno che è più in là di noi.
Allora ce la si racconta: "Questa l'ho raggiunta ma sono sicuro che quando raggiungerò quell'altra allora sì che basterà, che sarò a posto, che sarò felice" (lo si era detto anche prima!) e si torna a correre.
Questo perché le persone credono ancora che vi sia un tesoro, una cosa, che magicamente faccia felici e risolva tutti i loro problemi (fare un figlio... farsi la casa... trovare il lavoro o il partner giusto) e non si accorgono che stanno facendo dipendere la propria vita dall'esterno. In realtà nessuno mi può far felice se io dentro non sono felice. Che vuol dire: che l'esterno dipende dall'interno e non viceversa.
La sua grandiosità non è data da sé ma da quello che ha. Lui guarda i suoi campi e dice: "Guarda cosa possiedo!". Lui guarda i suoi granai e dice: "Guarda cosa mi posso permettere". Lui si sente grande perché i suoi granai sono grandi, il suo conto in banca è ricco, la sua posizione sociale lo "rende grande". Ma essere grandiosi non è affatto essere sicuri.
Il grandioso si sente grande per quello che ha (e quindi vi si attacca): lui ha bisogno di sentirsi qualcuno, grande, potente, più degli altri.
Il sicuro invece fonda la sua grandezza su di sé: è sicuro di ciò che prova; sa dare un nome a ciò che vive; sa dire di sì e dire di no (=è re, cioè, sulla sua vita), porre confini e limiti; non si sente più degli altri e non si sente meno degli altri; sa apprezzarsi e mettere in luce suoi talenti e le sue doti; è innamorato di sé; se ha qualcosa è felice ma se la perde non si dispera.
L'uomo del vangelo, invece, fonda la sua grandezza sulle cose. Si sente qualcuno perché ha tante cose. Il che, ovviamente vuol dire che senza di tutto questo sarebbe niente, piccolo piccolo.
La vera realtà invece è che io sono il mio tesoro. Niente di esterno mi farà sentire importante se io non mi sento importante; nulla mi farà sentire sicuro se io non sento di poter confidare su di me; nessun amore mi farà sentire amabile se io mi sento uno schifo; nessun Dio mi farà sentire vivo se io non riesco a dar spazio alle mie emozioni.
Questa è la differenza tra chi tesorizza per sé (continua ad ammassare tesori esterni) e chi tesorizza davanti a Dio (io sono il mio tesoro, la mia anima, Lui in me).
Quante persone dicono: "Senza di te non posso vivere". Quando un adulto dice: "Tu sei la mia vita" vuol dire che lui ha perso la sua. Quando un adulto dice: "Senza di te non posso vivere", vuol dire che è un parassita. Quando un adulto dice: "Tu sei tutto per me" vuol dire che lui si sente niente. Quando un adulto dice: "Solo lui (lei) mi fa sentire bello e importante", vuol dire che lui non lo sente.
Se aspetti che qualcosa di fuori ti faccia felice, non sarai mai felice.
Un signore mi ha confidato che grazie alla sua azienda guadagna mensilmente 20-25.000 euro. Quando c'è stato il cambio lira-euro lui era davvero angosciato "perché adesso non si può più vivere". Tutto è relativo!
Un altro possiede una catena di alberghi. Un giorno mi ha detto: "Sì, è vero padre, ho molti soldi, posso permettermi quasi tutto". Poi abbiamo parlato del più e del meno, e gli dico: "Quando vai in vacanza?". "Ah, non me lo posso permettere padre, devo lavorare". "E tu ti definisci ricco? Sarai ricco di soldi ma povero di tempo, di gioia, di vita".
Una coppia senza figli ha fatto sacrifici enormi, ha speso tutta la vita per mettersi da parte un piccolo gruzzolo. Sapete poi cos'è successo: sono morti!
Un ricco industriale del nord rimase inorridito trovando il pescatore del sud pigramente sdraiato accanto alla sua barca a fumare la pipa. "Perché non sei in mare a pescare?", gli chiese l'industriale. "Perché ho preso abbastanza pesce per oggi", disse il pescatore. "Perché non ne prendi dell'altro?", gli chiese l'industriale. "E cosa mi servirebbe?", gli domandò il pescatore. "Potresti guadagnare più soldi, dotare la barca di un motore, spingerti in acque più profonde e prendere più pesce. Allora avresti abbastanza soldi per comprare reti di nylon e queste ti frutterebbero più pesce e più soldi. Ben presto avresti abbastanza denaro per possedere due barche... magari un'intera flotta di barche. Allora saresti un uomo ricco come me". "E a cosa mi servirebbe tutto ciò?". "Allora potresti sederti e goderti la vita", rispose l'industriale. "E cosa pensi che stia facendo in questo preciso momento", disse il pescatore soddisfatto.
Quante persone non vanno mai in ferie perché non hanno tempo. Quante persone mai hanno fatto silenzio e mai hanno guardato negli occhi chi amavano o i loro figli. Quante persone non accarezzano mai o non abbracciano mai. Quante persone non dicono mai: "Ti voglio bene... ti amo... sei importante per me... sono felice che tu ci sia... sei una bella persona... grazie... ti stimo...". Quante persone neppure festeggiano i compleanni o i loro successi. Quante persone non si ascoltano o non si fermano a guardare il sole che scende, gli alberi, un gatto, il sole, i giochi dei bambini o ad ascoltare le voci degli uccelli o delle persone. Pensano a cercare, a raggiungere la felicità e non sanno che la felicità è già qui. Basta solo avere il coraggio di fermarsi e di sentire.
Questo vangelo è davvero scomodo per i ricchi. E' incontrovertibile, ci piaccia o no, che Gesù non tollera i ricchi.
Qui c'è questo vangelo, ma pensate all'episodio del ricco e del povero Lazzaro. Il ricco di quell'episodio non è cattivo, è solo insensibile. Il poveraccio di Lazzaro che gli muore davanti casa, lui manco lo vede. E' così in preda alla sua paura, al suo terrore che gli manchi qualcosa, che lascia morire Lazzaro, la sua parte sensibile.
Ma cosa succede se tu lasci morire la tua parte sensibile? Cosa succede se tu smetti di sentire? Cosa succede se tu non ti lasci più "toccare", sconvolgere, mettere in discussione da ciò che hai davanti? Finisce che tu stesso ti ritrovi all'inferno, all'inferno di questa vita. Non so se di là ci sia l'inferno ma sicuramente di qua sì: l'inferno ti accade quando smetti di sentire, cioè di vivere, di emozionarti, di piangere, di amare, di provare misericordia e tenerezza. In sostanza sei un morto vivente.
Per questo Gesù non sopportava i ricchi: perché sono dei morti viventi, degli zombi, che hanno così tanta paura da lasciarsi possedere dalle cose, dai ruoli e dalla maschere che si sono costruite. Sono in vita ma non sono vivi.
Gesù non sopporta i ricchi perché i ricchi non sono liberi, sono posseduti. Credono di valere perché hanno soldi, belle donne, belle auto, una bella famiglia, si possono permettere la vacanza di qua o di là, l'uscita in barca o la scuola d'élite, il vestito di marca o frequentano la gente altolocata.
Ma in realtà sono le cose che possiedono loro: senza di esse sarebbero niente. Per questo si attaccano alle cose in maniera terribile e non se ne possono staccare. Il ricco pensa di possedere le cose ma in realtà sono le cose che lo possiedono.
Gesù ha guarito i lebbrosi e gli indemoniati, anche quelli in preda a una moltitudine di demoni; ha resuscitato i morti, ha restituito la vista ai ciechi, ha fatto camminare i paralitici, ha guarito perfino a distanza. Ma con chi ha fatto l'unico fiasco Gesù? Con il giovane ricco. Non c'è stato verso; ci ha provato, ci ha tentato, ce l'ha messa tutta, lo ha amato con tutto il suo amore, ma non ha potuto niente.
Essere ricco, cioè l'uomo posseduto, per Gesù è la "sfiga" più grande che un uomo può avere. Per questo dovrà dire: "Beati i poveri...". E' necessario essere poveri perché se sei ricco (=posseduto) non puoi, è impossibile per te seguire Gesù.
"E più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio" (Lc 18,15): cioè è impossibile.
Il vangelo inizia dicendo: "La campagna di un uomo ricco fruttò abbondantemente" (Lc 12,16). Ma dobbiamo ricordare che il frutto abbondante, la ricchezza, nella Bibbia è benedizione divina. Quindi questa campagna è stata benedetta da Dio.
Quindi per Gesù non è un problema la ricchezza: è una benedizione. Solo che questa benedizione si trasforma in maledizione: "Egli ragionava così fra sé: che farò poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Questo farò: demolirò i miei granai e ne costruirò altri più grandi, vi raccoglierò tutto il mio grano e i miei beni, e dirò all'anima mia: anima mia tu hai molti beni ammassati per molti anni, riposati, mangia, bevi e divertiti". Ma se la ricchezza è benedizione di Dio, dov'è il male allora?
Non nell'essere ricchi ma che non condivide! Lui ha già i granai pieni, che se ne fa di tutto questo?
Lui non ha pensato minimamente ai poveri, ai braccianti, ai giornalieri, a quelli che non avevano pane sufficiente: "Io ho già tanto, tutto questo ben di Dio non ha senso che me lo tenga per me ma lo voglio condividere: sarò felice io e lo sarete anche voi. Non posso essere felice di tutto questo se voi non avete neppure da mangiare!".
No, lui non ha pensato agli altri, ha pensato soltanto a se stesso.
Il ricco non può dire: "Io non centro". "Tu centri, invece, perché indirettamente, ma realmente tu crei la sofferenza degli altri; perché tu potendo fare non hai fatto".
Si racconta che un giorno da Madre Teresa arrivò un uomo molto potente e molto ricco. Con la Madre fecero un giro della Città imbattendosi in una bambina sull'orlo della morte. Alla vista di ciò la Madre tirò dritto con grande sorpresa dell'uomo: "Ma Madre, non si ferma... Se non fa qualcosa muore... Lei può salvarla... Lei può fare qualcosa per salvarla...", protestava l'uomo. La Madre si fermò tornò indietro e gli disse: "Ha ragione, sa!, quando si ha una ricchezza e si lascia morire un povero si è responsabili di quella morte, perché potendo fare qualcosa non lo si è fatto". L'uomo capì e arrossì.
Gesù non ha bisogno di queste persone squallide che si giustificano: "Io non ho fatto niente"; "Io non faccio niente di male"; "Io lo faccio per i miei figli per assicurargli un divenire".
Gesù vuole persone libere, persone non possedute ma in grado di dire: "Toh, quello che è mio è anche per te, dove si mangia in uno si mangia in due, e dove si mangia in due, si mangia in tre". E questo vale per il cibo, per la conoscenza, per le risorse, per le possibilità. Chi accumula per sé e per i suoi mentre gli altri muoiono è un "maledetto" da Dio.
"Rabbì, che cosa pensi del denaro?", chiese un giovane al maestro. "Guarda dalla finestra", disse il maestro. "Che cosa vedi?". "Vedo una donna con un bambino, una carrozza trainata da due cavalli e un contadino che va al mercato". "Bene. E adesso guarda allo specchio. Che cosa vedi?". "Che cosa vuoi che veda rabbì? Me stesso, naturalmente". "Ora pensa: la finestra è fatta di vetro e anche lo specchio è fatto di vetro. Basta un sottilissimo strato d'argento sul vetro e l'uomo vede solo se stesso".
Stai attento perché è un attimo! Basta davvero poco per non vedere più nulla se non che se stessi!
Pensiero della Settimana
Ci vuole più coraggio a vivere che a morire.

Fonte:qumran2.net/

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