Don Severino GALLO sdb"VANITÀ - RICCHEZZA - IDOLI"

31 luglio 2016 | 18a Domenica T. Ordinario- Anno C | Omelia
VANITÀ - RICCHEZZA - IDOLI
Le tre letture di questa Domenica propongono una riflessione "sapienziale" sul valore dell'esistenza
umana e delle sue realtà, in particolare il valore delle ricchezze.

1. Il fine della vita secondo la mentalità mondana.

Dobbiamo riflettere su una domanda: qual è lo scopo per cui lavoriamo, per cui ci impegniamo, per cui ci diamo da fare? La mentalità di oggi, la cultura dominante di oggi risponde: lo scopo della nostra vita è il soddisfacimento dei nostri bisogni. È il benessere, lo star bene.
Certamente questo benessere, questo star bene possono essere intesi in vari modi.
Ci si può limitare a desiderare una buona salute, una vita tranquilla e agiata.
Ma per lo più non ci si accontenta: si cercano soddisfazioni più forti. Ecco il dilagare dell'immoralità, del sesso: negli spettacoli, nella moda, nel comportamento.
Ma per soddisfare i bisogni, per condurre una vita di godimenti, ci vogliono i mezzi economici. Ecco allora l'altra caratteristica della cultura di oggi: la sfrenata ricerca del benessere economico, del guadagno.
Certo, con il denaro si può ottenere molto, se non proprio tutto: pecuniae oboediunt amnia: tutto obbedisce al denaro, dicevano gli antichi.
Anche il brano evangelico ce lo ricorda: "Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni: riposati, mangia, bevi e DATTI ALLA GIOIA!".

2. Insufficienza della concezione mondana.

Però, questa concezione della vita, che mette come scopo ultimo, come meta di ogni attività umana, lo star bene, il benessere, ha dei gravi inconvenienti:

a) In primo luogo non vale per tutti: non vale per gli emarginati, per gli handicappati, per gli anziani... Che senso ha dire a un paralizzato su di un letto: lo scopo , il significato ultimo della vita è quello di star bene, di godere?
b) Inoltre, anche per quelli che possono raggiungere il benessere, si vede che questo non è sufficiente. La prova è che proprio quando aumenta il benessere, aumentano la delinquenza, la droga, il numero dei suicidi.

Tutti segni del fallimento della prospettiva di un benessere puramente terreno. Per cui risultano quanto mai profonde e attuali le parole del Qoèlet che abbiamo sentito nella prima Lettura: "Vanità delle vanità, tutto è vanità". Parole che colpivano tanto anche Giacomo Leopardi, che parlava della "infinita vanità del tutto".

3. La risposta cristiana:

Diversa è la risposta cristiana. La troviamo esposta in maniera particolarmente incisiva nel brano di San Paolo che abbiamo letto (II Lettura): "Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra".

"Se siamo risorti..."... Tutto nasce di qui. San Paolo aveva visto Gesù risorto sulla via di Damasco. Si era poi incontrato con gli Apostoli e i discepoli, che a loro volta, avevano visto Gesù risorto.
Il cristianesimo nasce qui, Da questa esperienza. Gesù, il crocifisso, è risorto, vive una vita nuova, la vera vita. Egli non muore più!
Anche noi siamo chiamati a unirci a Lui, a vivere della sua vita. E' vero che siamo ancora immersi nelle tribolazioni, nelle prove, nelle difficoltà, nelle tentazioni della vita mortale.
Ma è anche vero che attraverso la grazia abbiamo già in noi un germe di immortalità, noi viviamo già della stessa vita divina di Gesù: Se siete morti con Cristo... E San Paolo prosegue: "Voi siete morti, e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con Lui nella gloria.
Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria".

Ecco un insegnamento diametralmente opposto a quello del mondo, e in particolare a quello della cultura di oggi, di cui parlavamo all'inizio. Il piacere, il denaro, supremi ideali per la mentalità mondana...
San Paolo, invece, ci esorta a mortificare l'avarizia, che è idolatria.
Ricordate gli Ebrei nel deserto: si fecero costruire da Aronne un vitello d'oro e poi lo adorarono. Chi è avaro, adora il denaro come proprio idolo.

Ecco allora che giunge a proposito la parola di Gesù nel Vangelo di oggi: "Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni".
Segue poi la parabola: la campagna di un uomo ricco aveva dato buon raccolto. Demolirò i miei magazzini, ne costruirò dei nuovi... "Anima mia, hai molti beni: mangia, bevi e godi!".
Ma Dio gli disse: "Stolto, questa notte morrai".
Non accumulare quindi tesori per sé, ma arricchire davanti a Dio. La lezione è molto chiara: per quanti beni abbiamo, non possiamo prolungare la nostra vita neppure di un secondo.
Quindi: non creiamoci idoli con le ricchezze, con i beni di questo mondo.
Idoli possono essere anche il nostro "io", le nostre passioni, i nostri capricci. Non adoriamo gl'idoli, ma Dio. Amiamo Gesù e serviamo a Lui solo: il resto è tutta vanità. E' purtroppo molto facile attaccarci ai beni di questa terra. Si attribuisce a Alessandro Magno un detto curioso:

"In una città assediata, difficilmente potrà penetrare un filo di paglia; entrerà, però, sempre, un asino con un carico d'oro".

L'oro cioè è una chiave magica che chiude e apre a suo piacimento anche le porte più ben sbarrate. Basta un piccola moneta messa davanti all'occhio per togliergli la vista del sole.

Si racconta che il feroce Ezzelino da Romano mandò una borsa piena d'oro a Sant'Antonio da Padova, dicendo ai suoi sicari:
- State bene attenti. Se egli lo accetta, tagliategli la testa, se la rifiuta, buttatevi in ginocchio, perché è davvero un Santo.
E Sant'Antonio rifiutò l'oro che gli veniva offerto.
Siccome non siamo puri spiriti e abbiamo tutti i nostri bisogni economici, la tentazione è sempre presente. E' facile che il nostro cuore, quasi senza che ce ne accorgiamo, palpiti non per il Padre che è nei cieli, ma per il portafoglio che è nella tasca o per la cassaforte che è nell'ufficio. I beni non sono da disprezzare, ma da utilizzare bene.
Dinanzi alla folla immensa che, attratta dalla sua divina parola, l'aveva seguito nel deserto, Gesù ha forse esclamato: "Beati i poveri, perché possono morire di fame?".
No. E' uscito piuttosto in questa sublime esclamazione: "Misereor super turbam: ho compassione di questa folla", e la sfamò nel deserto...
Non dobbiamo attaccarci alle ricchezze, ma utilizzarle bene: per i poveri...


Piergiorgio Frassati, laureando ingegnere, morì a 24 anni, "alla vigilia della sua laurea". Figlio del senatore Frassati, ricchissimo. Piergiorgio bello, robusto, generoso, amava la vita, il più mattacchione. Le sue risate erano celebri. Era bello andare in montagna con lui, che sapeva comportarsi bene con tutti, anche con le compagne di gita: si sarebbe sposato, era un uomo completo, come si dice.
Ebbene, dal papà negli anni 1920-14, riceveva in media mille lire al mese per i suoi minuti piaceri (oggi corrisponderebbero ad alcuni milioni). Ebbene, come li spendeva? Tranne qualche mezzo toscano in montagna (però lo spegneva quando vedeva qualche povero per la strada), tutto il resto lo donava ai poveri di Torino un carità nascosta.

Piergiorgio amava, amava tanto il mondo e amava tanto anche la sua purezza. Pur avendo una tessera con la quale avrebbe potuto andare in tutti i teatri e i cinema varietà... lo credete? Non se ne servì mai!
Quando morì Piergiorgio, tutti i poveri di Torino erano presenti ai suoi funerali! Quanti ne aveva soccorsi! Diceva 8e sarebbe stato capace di farlo): "Papà morendo mi lascerà tanti milioni; io li darò tutti ai poveri, scenderò con la mia laurea di ingegnere minerario per lavorare con loro".

Piergiorgio aveva compreso bene l'insegnamento di Gesù: "Non accumulate tesori per voi stessi, ma arricchitevi davanti a Dio", soccorrendo i poveri.
Piergiorgio non ha fatto della ricchezza un idolo, ma considerò i poveri i suoi veri tesori.
Chiediamo alla Madonna che ci aiuti a distaccare il nostro cuore dai beni della terra, per attaccarlo unicamente a Gesù, che è il nostro vero tesoro e che sarà per sempre la nostra gioia.
Don Severino GALLO sdb
Fonte:  www.donbosco-torino.it

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