Monsignor Francesco Follo, Lectio Divina "L’ospitalità"

L’ospitalità
XVI Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 17 luglio 2016
Rito Romano
Gen 18,1-10; Sal 14; Col 1,24-28; Lc 10,38-42
Rito Ambrosiano
1Sam 16, 1-13; Sal 88; 2Tm 2,8-13; Mt 22,41-46
IX Domenica dopo Pentecoste
1) Un’apparente contrapposizione.
Il Vangelo di domenica scorsa terminava con la frase “Va’ e anche tu fa’ così”, che Gesù aveva detto
all’esperto della legge dopo aver raccontato la parabola del Samaritano.
Il brano del Vangelo di questa domenica racconta la visita di Gesù a casa di Marta e Maria, e termina con la frase che Gesù dice a Marta: “Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta”. Molti hanno interpretato queste parole come una conferma - da parte di Gesù - del fatto che la vita contemplativa nascosta nei monasteri è migliore e più alta della vita attiva di coloro che si adoperano a testimoniare Cristo nel campo del mondo.
Rinchiudere queste parole di Cristo dentro la contrapposizione della vita attiva nel mondo (Marta) e della vita contemplativa nel monastero (Maria) significa mortificarle. La prospettiva è più ampia e tocca due atteggiamenti che devono far parte della vita di qualsiasi discepolo: l'ascolto e il servizio. La tensione non è fra l’ascolto e il servizio, ma fra l’ascolto e il servizio che distrae. In effetti, la preghiera non si contrappone all’occupazione, ma alla preoccupazione.
Dopo la grande parabola del Samaritano, iniziata con la domanda da parte del dottore della legge sul cosa è necessario “fare” per avere la vita eterna, oggi, Gesù sviluppa il suo insegnamento dicendo che la parte migliore non è tanto fare delle cose buone e farle con amore, quanto “essere” come in un rapporto d’amicizia profonda, dove ci si dedica, ma anche si contempla l’Amico e ci si lascia afferrare da Lui accogliendo le sue parole di vita eterna.


2) Ospitare Dio.
Dunque, credo sia corretto dire che il tema principale della Liturgia di questa domenica è l’ospitalità da dare a Dio. In effetti, il testo del Vangelo parla dell’accoglienza che due donne danno al Figlio di Dio e la prima lettura di oggi, che è tratta dal libro di Genesi e narra l'incontro di Abramo a Ebron con tre personaggi alle Querce di Mamre, narra dell’incontro di questo Patriarca con il Signore.
Abramo non sa che sta per incontrarsi con Dio. Non subito nel testo si dice che i tre viandanti si identificano con il Signore.
Abramo è seduto sulla soglia della sua tenda, ma è in atteggiamento vigile. Difatti nel testo si dice: “Alzò gli occhi, guardò ed ecco tre uomini stavano in piedi presso di lui. Li vide e corse loro incontro”.
Abramo agisce con spontaneità: corre verso di loro e li onora. Offre loro dell’acqua per lavarsi, cibo e dice: “rinfrancatevi il cuore”. Poi, prepara il pasto: è l’inizio dell’accoglienza ospitale dell’Altro.
Da una parte c’è l’invito: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi non passare oltre senza fermarti”. Questa è una domanda che dobbiamo imparare a fare anche noi, per incontrare Dio, la nostra vita, i fratelli.
Dall’altra, c’è una risposta sorprendente: “Tornerò da te tra un anno e allora Sara, tua moglie avrà un figlio”.
Ogni incontro è una promessa sorprendente e che ha dell’incredibile, almeno per Sara. Questa moglie di Abramo “rise dentro di sé”. Questa donna pensava che ciò che noi non governiamo non accade e invece non è così: nulla è impossibile a Dio, e con Lui la vita fiorisce. L’importante è accoglierlo.

3) Essere discepoli per ospitare Cristo.
Il passo del Vangelo di oggi ci presenta l’accoglienza offerta da Marta e Maria a Gesù.
San Luca ha inserito questo brano dopo la parabola del buon Samaritano (Vangelo di domenica scorsa), per illuminare ulteriormente il modo di Gesù di intendere l'amore di Dio e del prossimo. L'episodio di Marta e di Maria è pure legato all'episodio che segue e che sarà letto domenica prossima e che riguarderà l'insegnamento di Gesù sulla preghiera.
L’evangelista Luca costruisce così una catena di tre anelli che presentano tre aspetti inseparabili, costitutivi della vita del discepolo di Gesù: l’amore di Dio e del prossimo, l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera.
Di per sé, il brano evangelico dice: “Una donna di nome Marta, accolse Gesù in casa sua”. Il nome Marta significa “padrona di casa”. Questa padrona di casa assume nei confronti dell'ospite un ruolo tradizionalmente femminile: tutta affaccendata prepara la tavola. Maria, al contrario, si intrattiene con l'ospite, assumendo un ruolo che la mentalità del tempo riservava agli uomini. Maria, seduta ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola.
Quello di Maria è l’atteggiamento abituale del discepolo di fronte al suo maestro. E questa è una novità. I rabbini, infatti, non usavano accettare le donne al proprio seguito, e divenire discepolo era riservato agli uomini. Per Gesù non è così. Anche le donne sono chiamate all’ascolto e ad essere discepole.
Cristo è l’ospite, a cui fare spazio nel proprio cuore. E’ questo che Lui desidera più di tutto. E’ per questo che Gesù va onorato e servito con l’ascolta della sua Parola. E’ è quello che fa Maria. La sorella di Marta è descritta nel Vangelo di San Luca nell’atteggiamento tipico del discepolo, il quale per definizione è anzitutto “colui che ascolta”, nell’Antico come nel Nuovo Testamento. Sarà poi la Parola stessa a fare il suo corso nel cuore di chi l'ha accolta e indicargli i tempi e i modi del “servizio”, quello vero, sia verso il Signore che verso il prossimo. La riprova di tutto ciò è esattamente l’assenza di affanno (quello di Marta), perché il discepolo che ascolta riposa nella certezza che Dio è all’opera e, se ha cura dell’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno (cfr. Lc 12, 24), quanto più si cura dell’uomo, la sua creatura prediletta.
La sintesi perfetta tra Marta e Maria la troviamo nella Madonna, che di Cristo fu la prima ed eminente discepola. Scrive sant'Agostino, privilegiando l'atteggiamento della fede di Maria, motivo della sua divina maternità: “E' di più per Maria l'essere stata discepola di Cristo, che Madre di Cristo” (Sermone 25,7: PL 46, 937). E San Massimo Confessore aggiunge: «La santa Madre divenne discepola del suo dolce Figlio, vera Madre della sapienza e figlia della sapienza, perché non lo guardava più in maniera umana o come semplice uomo, ma lo serviva con rispetto come Dio e accoglieva le sue parole come parole di Dio” (AA.VV. [edd.], Testi mariani del primo millennio, Roma 1989, 2, 232).
Questo esempio è seguito in modo particolare dalla Vergini Consacrate nel mondo, che sono chiamate a vivere la loro vocazione fissando lo sguardo su Cristo sempre, dalla culla di Betlemme fino alla Croce di Gerusalemme, per poi guardare il mondo in cui vivono con gli occhi di Cristo. Gesù è "lo sposo con noi" (Mt 9,15). Attraverso il suo Sangue Cristo genera l'umanità nuova. La Chiesa è amata da Cristo con trasporto nuziale: vive nel suo amore, in intimità totale con Lui. Riama Cristo con cuore di sposa. La sua vita di “sposa di Cristo” “è ormai nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3). O ancora “La nuova Gerusalemme ornata come una sposa pronta per andare incontro allo sposo” (Ap 21,2). Tutti i battezzati partecipano così della nuzialità della Chiesa, di cui le vergini consacrate ne sono testimonianza costante.

Lettura Patristica
Sant’Ambrogio di Milano
In Luc., 7, 85-86


       S’è parlato della misericordia; ma non c’è una sola forma di virtù. Nell’esempio di Marta e di Maria ci viene mostrata nelle opere della prima, la devozione attiva, e in quelle della seconda la religiosa attenzione dell’anima alla Parola di Dio: se questa attenzione è conforme alla fede, essa passa avanti alle stesse opere, secondo quanto sta scritto: "Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta" (Lc 10,42).

       Cerchiamo quindi di avere anche noi ciò che non ci può essere tolto, porgendo alla parola del Signore una diligente attenzione, non distratta: capita anche ai semi della parola celeste di essere portati via, se sono seminati lungo la strada.

       Stimoli anche te, come Maria, il desiderio di sapere: è questa la più grande, più perfetta opera. Che la cura del ministero non distragga dalla conoscenza della parola celeste. E non rimproverare né giudicare oziosi coloro che si dedicano alla ricerca della sapienza. Salomone il pacifico infatti ha cercato di coabitare con la sapienza.

       Marta non è certo rimproverata per i suoi buoni servigi; ma Maria ha la preferenza, perché ha scelto per sé la parte migliore. Gesù dispone infatti di molti beni, e molti ne elargisce: e così la più sapiente delle due donne ha scelto ciò che ha riconosciuto principale.

       Del resto, gli apostoli non giudicarono miglior cosa abbandonare la Parola di Dio per servire alla mensa (Ac 6,2) ma erano opera di sapienza ambedue le cose, tanto che fu Stefano, ricolmo di sapienza, a essere scelto come ministro (Ac 6,5). Ed ecco, è necessario che colui che serve obbedisca a colui che insegna, e questi esorti e rianimi il ministro.

       Uno è infatti il corpo della Chiesa, anche se diverse sono le membra: ciascuno ha bisogno dell’altro. "L’occhio non può dire alla mano: non desidero l’opera tua, né può dire così il capo ai piedi" (1Co 12,12ss), né l’orecchio può negare di far parte del corpo. Anche se tra le membra alcune sono più importanti, tuttavia le altre sono necessarie.


       La sapienza risiede nel capo, l’attività nelle mani: infatti gli occhi del sapiente sono nel suo capo, perché veramente sapiente è colui il cui spirito è in Cristo e il cui occhio interiore si innalza verso l’alto. Perciò "l’occhio del sapiente è nel suo capo" (Qo 2,14), quello dello stolto nel suo calcagno.

Fonte:http://francescofolloit.blogspot.it/

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