Monsignor Francesco Follo Lectio Divina "Pregare"

Pregare
Rito Romano
XVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 24 luglio 2016
Gen 18,20-32; Sal 137; Col 2,12-14; Lc 11,1-13
Rito Ambrosiano
X Domenica dopo Pentecoste
1Re 3,5-15; Sal 71; 1Cor 3,18-23; Lc 18,24b-30
Una premessa:
Nel suo significato etimologico pregare vuol dire chiedere, domandare aiuto ed esprimere il desiderio
di ricevere qualcosa e, soprattutto la vita, rivolgendosi a Dio.
Tra le numerose definizione di “preghiera” propongo ; La preghiera è “elevazione della mente in Dio” (San Giovanni Damasceno) e “richiesta di cose oneste a Dio” (Id.), slancio del cuore (Santa Teresa del Bambino Gesù), è dono di sé, Ma è anche richiesta di essere aiutati a compiere lo scopo della propria vita..
Come dice san Tommaso la preghiera è l’espressione “espressione del desiderio che l’uomo ha di Dio”. Questa attrazione verso Dio, che Dio stesso ha posto nell’uomo, è l’anima della preghiera, che si riveste poi di tante forme e modalità secondo la storia, il tempo.
Ogni essere umano porta in sé il desiderio di Dio, tant’è vero che tutti portiamo in noi una sete di infinito, una nostalgia di eternità, una ricerca di bellezza, un desiderio di amore, un bisogno di luce e di verità, che lo spingono verso l’Assoluto. A questo Assoluto ci si rivolge con la preghiera, che è la posizione più realista e vera dell'uomo di fronte a Dio, il Senso pieno della vita che desideriamo conoscere e vedere.
Da sempre questo desiderio è nell’uomo come attesta questa preghiera di un cieco egiziano vissuto millenni fa e che, attesta qualcosa di universalmente umano, qual è la pura e semplice preghiera di domanda da parte di chi si trova nella sofferenza, quest’uomo prega: “Il mio cuore desidera vederti... Tu che mi hai fatto vedere le tenebre, crea la luce per me. Che io ti veda! China su di me il tuo volto diletto”.
“Che io ti veda, o Dio” è il cuore della preghiera, perché “il desiderio di conoscere Dio realmente cioè di vedere il volto di Dio, è insito in ogni uomo, anche negli atei” (Benedetto XVI)

2) Pregare con la vita.
Questo desiderio di vedere Dio si realizza seguendo Cristo e pregandolo non solo quando ne abbiamo bisogno o quando troviamo uno spazio di tempo nelle nostre occupazioni quotidiane, ma con la tutta la nostra esistenza. È tutta la nostra vita che deve essere orientata all’incontro con Lui, all’amore verso di Lui, all’amore di Lui.
In questo amore ha il suo posto l’amore al prossimo che, nella luce della Croce, ci fa riconoscere il volto di Gesù nel povero, nel debole, nel sofferente. Ciò è possibile solo se il vero volto di Gesù ci è diventato familiare nell’ascolto della sua Parola e naturalmente nel Mistero dell’Eucaristia, che è la grande scuola in cui impariamo a vedere il volto di Dio, entriamo in rapporto profondo con Lui e con i nostri fratelli e sorelle in umanità.
C’è un aneddoto che può aiutarci a capire ciò. Si racconta che una suora, Figlia della Carità, scrisse al suo Fondatore chiedendogli: “Che cosa devo fare se, mentre sto facendo l’adorazione, un povero bussa alla porta del Convento”. San Vincenzo de Paoli rispose: “Non lasci Dio, se lasci Dio per Dio”. Questa Legge della carità esige l’ascolto del cuore, un ascolto fatto di obbedienza non da servi ma da figli fiduciosi e consapevoli di essere amati dal Padre. L’ascolto della Parola è incontro personale con il Signore della vita, un incontro che deve tradursi in scelte concrete e diventare cammino e sequela. Quando gli viene chiesto cosa fare per avere la vita eterna, Gesù indica la strada dell’osservanza della Legge e dice come fare per portarla a completezza: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi” (Mc 10,21 e par.). Realizzare la Legge è seguire Gesù, andare sulla strada di Gesù, in compagnia di Gesù, che nel Vangelo di oggi ci insegna a pregare, dicendo ai discepoli di allora e di oggi: “Quando pregate dite ‘Padre’”. Parola da dire non solo con la bocca ma con tutta la nostra vita.

3) Pregare con Cristo e in Cristo.
Come suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica sforziamoci “di comprendere la preghiera di Cristo, attraverso ciò che i suoi testimoni ci dicono di essa nel Vangelo, è avvicinarci al santo Signore Gesù come al roveto ardente: dapprima contemplarlo mentre prega, poi ascoltare come ci insegna a pregare, infine conoscere come egli esaudisce la nostra preghiera” (n. 2598). Possiamo poi trovare la risposta chiara al come Gesù ci insegna a pregare, nel Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica: “Gesù ci insegna a pregare, non solo con la preghiera del Padre nostro, ma anche quando [Lui stesso] prega. In questo modo, oltre al contenuto, ci mostra le disposizioni richieste per una vera preghiera: la purezza del cuore, che cerca il Regno e perdona i nemici; la fiducia audace e filiale, che va al di là di ciò che sentiamo e comprendiamo; la vigilanza, che protegge il discepolo dalla tentazione» (n. 544).
Dal Vangelo emerge che Gesù è interlocutore, amico, testimone e maestro per la nostra preghiera.
In Lui si rivela la novità del nostro dialogo con Dio: la preghiera filiale, che il Padre aspetta dai suoi figli.
Da Lui impariamo come la preghiera costante ci aiuti ad interpretare la nostra vita, ad operare le nostre scelte, a riconoscere e ad accogliere la nostra vocazione, a scoprire i doni che Dio ci ha dato, a compiere quotidianamente la sua volontà di Padre amoroso, unica via per realizzare nella verità la nostra esistenza.
Con Lui diciamo il Padre nostro, che è una preghiera di comunione non solo perché preghiamo con gli altri fratelli ma soprattutto con Lui che è il Fratello che ha dato la vita per noi. Se sempre di più diremo: “Padre” c on la nostra vita, saremo autentici figli nel Figlio: veri cristiani.
Con San Francesco, che seguì Cristo in modo così intenso da meritare di somigliargli anche fisicamente grazie al dono delle stigmate, poi preghiamo così:
“O santissimo Padre nostro: creatore, redentore, consolatore e salvatore nostro.
Che sei nei cieli: negli angeli e nei santi, illuminandoli alla conoscenza, perché tu, Signore, sei luce, infiammandoli all'amore, perché tu, Signore, sei amore, ponendo la tua dimora in loro e riempiendoli di beatitudine, perché tu, Signore, sei il sommo bene, eterno, dal quale proviene ogni bene e senza il quale non esiste alcun bene.
Sia santificato il tuo nome: si faccia luminosa in noi la conoscenza di te, affinché possiamo conoscere l'ampiezza dei tuoi benefici, l'estensione delle tue promesse, la sublimità della tua maestà e la profondità dei tuoi giudizi.
Venga il tuo regno: perché tu regni in noi per mezzo della grazia e ci faccia giungere nel tuo regno, ove la visione di te è senza veli,
l'amore di te è perfetto,
la comunione di te è beata,
il godimento di te senza fine.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra: affinché ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a te; con tutta l’anima, sempre desiderando te; con tutta la mente, orientando a te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore; e con tutte le nostre forze, spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell'anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro; e affinché possiamo amare i nostri prossimi come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non recando nessuna offesa a nessuno.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano: il tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, dà a noi oggi: in memoria, comprensione e reverenza dell'amore che egli ebbe per noi e di tutto quello che per noi disse, fece e patì.
E rimetti a noi i nostri debiti: per la tua ineffabile misericordia, per la potenza della passione del tuo Figlio diletto e per i meriti e l'intercessione della beatissima Vergine e di tutti i tuoi eletti.
Come noi li rimettiamo ai nostri debitori: e quello che non sappiamo pienamente perdonare, tu, Signore, fa' che pienamente perdoniamo sì che, per amor tuo, amiamo veramente i nemici e devotamente intercediamo presso di te, non rendendo a nessuno male per male e impegnandoci in te ad essere di giovamento a tutti
E non ci indurre in tentazione: nascosta o manifesta, improvvisa o insistente.
Ma liberaci dal male: passato, presente e futuro. Amen”.

4) La fecondità della preghiera delle Vergini Consacrate nel mondo.
Alle donne che si donano a Cristo mediante la verginità consacrate è chiesto come primario e irrinunciabile impegno di dedicarsi in modo prioritario alla preghiera (Cfr. Rito di Consacrazione delle Vergini, Premesse, n. 2). Consegnando il libro della Liturgia delle Ore, il Vescovo si rivolge alla consacrata con queste parole: "La preghiera della Chiesa risuoni senza interruzione nel tuo cuore e sulle tue labbra come lode perenne al Padre e viva intercessione per la salvezza del mondo»”(RCV, n. 48)
Alla preghiera delle consacrate bene si è adatta quanto scriveva San Cipriano affermando che la preghiera deve essere pacifica, semplice e spirituale (De Oratione, I, 4, CC I, 541B)
Pacifica nel senso di “espressione della pace” e di “richiesta della pace”. La preghiera deve cioè: da una parte esprimere e manifestare il nostro essere in pace con tutti; dall’altra deve chiedere di impetrare lo stato di pace con Dio
Semplice perché si serve della liturgia delle Ore e di poche parole proprie che sgorgano da un cuore semplice e donato a Cristo. “Bisogna piacere agli occhi di Dio sia nel comportamento del corpo che nel tono della voce... Pensiamo che siamo davanti a Dio... abbiano dunque coloro che pregano una parola ed una voce disciplinate, soffuse di calma e di pudore»” (Ibid. 538AB)
Spirituale perché è espressione della presenza dello Spirito Santo, che è Spirito di unità, di concordia e di pace.
Queste donne sono chiamate a pregare con Gesù Sposo, mediante una preghiera “pacifica, semplice e spirituale”. che non può in alcun modo essere una preghiera sterile, ma feconda (Papa Francesco).




Lettura Patristica
Teodoro di Mopsuestia
Hom. Catech., 11, 7-9


       Anzitutto - dice Cristo - bisogna che voi sappiate chi siete stati e chi siete diventati, cioè che conosciate la grandezza del dono ricevuto da Dio. Poiché sono state fatte per voi grandi cose, molto più grandi che per quelli che sono vissuti prima di voi. Ciò che io stesso faccio per coloro che credono in me e che sono divenuti miei discepoli per elezione, in verità il mette molto al di sopra dei discepoli di Mosè. Se infatti è vero che la prima Alleanza fatta sul Monte Sinai genera per la schiavitù, allora anch’essa è schiava e genera schiavi (cf. Ga 4,24s). Erano infatti schiavi tutti quelli soggetti ai comandamenti: questi regolavano la loro condotta; e la pena di morte, alla quale nessuno poteva sfuggire, era diretta contro tutti quelli che violavano i comandamenti.

       Ma voi, grazie a me, avete ricevuto il dono dello Spirito Santo; esso vi ha fatti diventare figli adottivi e così potete chiamare Dio Padre vostro. Infatti, non avete ricevuto lo Spirito per ricadere nella schiavitù e nella paura; ma lo spirito di adozione a figli, grazie al quale nella libertà chiamate Dio Padre (Rm 8,15). Adesso, voi servite in Gerusalemme con orgoglio e avete quella libertà che spetta a coloro che la risurrezione rende liberi ed immutabili, e partecipi della vita celeste già in questo mondo.

       Dunque, poiché c’è questa differenza tra voi e quelli che sono soggetti alla Legge - se è vero che la lettera della Legge uccide e condanna coloro che la violano ad una morte inevitabile, lo spirito invece vivificato dalla grazia fa sì che mediante la risurrezione diventiate immortali e immutabili - sarebbe bene che voi anzitutto sapeste mantenere costumi degni di tale nobile condizione; infatti, solo quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio, quelli invece che sono soggetti alla Legge, hanno soltanto il nome comune di figli. Ho detto: "Siete dèi e figli dell’Altissimo" (Ps 81,6s), ma come uomini morirete. Perciò, coloro che hanno ricevuto lo Spirito Santo e che quindi aspettano l’immortalità, devono vivere dello Spirito, vivere secondo lo Spirito e avere la coscienza degna di coloro che lo Spirito guida, cioè tenersi lontani dal peccato, avere costumi conformi alla vita divina. In caso contrario, non sarò con voi quando invocherete il nostro Signore e Dio.

       Bisogna naturalmente che sappiate che Dio è Signore e Creatore di tutte le cose e dunque anche di voi; infatti, è grazie a lui che godete molti beni. Eppure, chiamatelo Padre affinché, una volta compresa la vostra nobile condizione, la vostra dignità e la vostra grandezza di figli del Signore di tutte le cose e vostro Signore, possiate agire in armonia con queste verità.


       Non dite, allora: «Padre mio», ma: «Padre nostro». Egli è infatti Padre di tutti come la grazia, mediante la quale siamo diventati suoi figli adottivi. Perciò, non vogliate solo agire degnamente verso il Padre, ma vivete anche in buona armonia con i vostri fratelli, che sono nelle mani dello stesso Padre.

Fonte:http://francescofolloit.blogspot.it/

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