padre Gian Franco Scarpitta "L'universalità dell'amore e del farsi prossimo"

L'universalità dell'amore e del farsi prossimo
padre Gian Franco Scarpitta  
XV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (10/07/2016)
Vangelo: Lc 10,25-37 
Al popolo d'Israele che sta per entrare nella nuova terra, dopo lunga schiavitù e lungo peregrinare nel
deserto, Dio raccomanda di osservare i suoi comandamenti per poter vivere in pace nella nuova patria e nel nuovo soggiorno. Su questo infatti si fonda la felicità degli Israeliti: sull'osservanza dell'alleanza di Dio con loro, che è stata stipulata non perché Dio ne avesse necessità, ma perché loro, il popolo tante volte infedele e ostinato a deviare nella retta condotta, necessitavano di chiari orientamenti. L'alleanza comporta che Dio sarà sempre loro alleato e nulla farà mancare al suo popolo, ma che contemporaneamente questi si impegnerà ad osservare i suoi comandamenti e le sue prescrizioni. E i comandamenti di Dio in effetti non sono gravosi e seppure richiedano qualche impegno e qualche sacrificio, comporteranno sempre adeguata ricompensa e in ogni caso è necessario attenervisi per la vita. Il peccato è possibile a farsi perché in fondo è semplice e piacevole. I comandamenti sono impegnativi, ma non estenuanti e vertono sempre all'obiettivo dell'uomo. I comandamenti sono vari e ciascuno di essi ha un grado di gravità che lo distingue da tutti gli altri, ma ben sappiamo che è una sola la sintesi che li rende tutti quanti attuabili e comprensibili. Spiega infatti Paolo: "Chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti, il precetto:Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore» (Rm 13,8-10). Amare vuol dire osservare i comandamenti divini per intero e quando pure si incespichi per debolezza in una sola delle prescrizioni divine compensando questa con significativi atti d'amore, allora possiamo essere certi di averla compensata. La carità copre una moltitudine di peccati, ammonisce l'apostolo Pietro (1Pt 4, 8). Anche Gesù rivela, a questo dottore della legge che vuole metterlo alla prova, che la legge dell'amore è quella da sempre universalmente valida e immutabile: essa non avrà fine come non ha avuto inizio. Se Dio è Amore ed è eterno e infinito, così l'amore è la legge che vivrà in eterno. "La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità! (1Cor 13, 8. 13). Per questo Gesù risponde citando il Grande Comandamento dell'Antico Testamento in Deuteronomio 6, 5: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze." Un altro, che si lega a questo, viene descritto da Gesù come complementare: "e (amerai) il prossimo tuo come te stesso. Saper amare se stessi ancor prima di esternare amore verso gli altri è approvato anche da parecchie correnti psicologiche, mediche e letterarie al di fuori della cultura cristiana e del resto è anche vero che occorre disporre di una serenità personale, buona predisposizione d''animo e appropriate qualità di fondo anche fisiche oltre che morali per suscitare affidabilità in coloro che ci avvicinano. Coltivare il proprio spirito con la cultura, la riflessione e la preghiera, il proprio corpo con una sana alimentazione e appropriate cure mediche e attività sportive sono risorse tante volte indispensabili per saperci rapportare adeguatamente con gli altri e aver cura della propria persona è all'origine dell'altruismo e della generosità. Coltivare l'ottimismo (non eccessivo) personale infonde fiducia e sicurezza che reca a noi stessi delle soddisfazioni che si rivelano utili ed esaltanti anche per chi ci sta attorno. Tuttavia questo non è ancora sufficiente se non consideriamo che l'amore verso gli altri è "da Dio" e che solo in Colui che ci ama disinteressatamente possiamo trovare lo sprone ad amarci vicendevolmente per estendere il nostro amore anche ai nostri nemici. Gesù invita il suo interlocutore a guardare all'amore con maggiore profondità senza lasciarsi tentare dal lassismo e dalla semplicità e pochezza che a volte può caratterizzarci. Egli infatti esclamerà in'altra occasione: ""Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati" (Gv 15, 12), invitando i suoi discepoli a restare nel suo amore osservando i suoi comandamenti per recare molto frutto perenne (vv. 10 - 16). Ribadisce che è indispensabile l'amore verso se stessi e allarga anche il concetto di "prossimo" dandovi un'interpretazione vasta e diffusa, che supera le categorie ristrette del suo tempo.
Nell'ambiente giudaico "prossimo" oggetto esclusivo di amore e di attenzione era infatti il connazionale, il vicino, l'amico (Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico); in Gesù invece il concetto di "prossimo" si estende all'umanità intera e anzi invita anche "me" a rendermi prossimo dell'altro: io, che ho davanti a me un avversario, un nemico, un interlocutore con cui interagire, sono chiamato a "farmi prossimo", cioè ad avvicinarmi a lui senza pregiudizi e limitazioni, in ogni occasione e soprattutto nelle situazioni di bisogno e di necessità. Chiunque può "farsi prossimo", cioè donarsi agli altri indistintamente senza ritrosie o pregiudizi.
Il che è presto delineato dalla famosissima parabola che ha interessato anche le menti di sottoili ragionatori laici e non credenti: a differenza di un levita e di un sacerdote (addetti alla cura del tempio e del culto del Dio altissimo), un passante Samaritano prova compassione e amore nei confronti di questo sventurato che sanguina riverso sulla strada dopo l'incontro con i malviventi. Non considera le possibili reazioni di pregiudizio della gente del posto, ostile alla terra di Samaria, ritenuta impura e repellente; non considera neppure che egli stesso, secondo formazione ricevuta, dovrebbe addirittura lasciar morire per la strada il malcapitato in preda alle ferite e ai dolori. Nella concezione culturale di cui fa'parte, sarebbe stato legittimo usare riluttanza e indifferenza di fronte ad un Galileo sofferente. E invece "si rende prossimo" di questo pover' uomo ferito provvedendo a tutti i particolari per un soccorso efficace e congeniale: si china su di lui, lo cura, lo assiste, lo conduce in albergo disposto perfino ad indebitarsi con il locandiere pur di ottenere adeguata ospitalità per il meschino malcapitato. Prossimo significa "vicino", immediato e concretamente presente ed esclude che questo comporti distinzioni sociali e pregiudizi. Nell'esercizio dell'amore tutti quanti siamo chiamati a "farci prossimi" degli altri, superando barriere e pregiudizi etnici e culturali. Nella rinnovata concezione di "prossimo" che Gesù insegna ci viene ribadita l'universalità dell'amore ma anche l'universalità dell'attuazione dell'amore e ogni monito raggiunge ciascuno più da vicino. Come si diceva prima, nessun comandamento è gravoso ed è anche apportatore di soddisfazione e di serenità, ma proprio liberarci dai pregiudizi e dalle illazioni che ci dischiudono (ancora oggi) la possibilità di vedere negli altri noi stessi ci infonde fiducia e serenità congeniale per cui noi possiamo amare tutti come noi stessi, anche i nostri nemici.
Oggigiorno si spara sulle folle massacrando vittime innocenti in nome di un presunto Dio che imporrebbe a tutti un solo testo sacro; si seminano odio, orrore e violenza per una concezione religiosa per la quale è necessario selezionare persone da salvare e persone da distruggere barbaramente e questo è in realtà contrario anche alla logica umana medesima. Come si può vivere tranquilli dopo aver usato tanta efferatezza? Noi vantiamo invece un Dio Amore Crocifisso che si è fatto prossimo per salvare tutti gli uomini indistintamente e per insegnarci che l'amore non ha limiti e anche noi dobbiamo farci prossimi nel rispetto delle culture e delle religioni altrui.

Fonte:qumran2.net/