Paolo Curtaz, "I beni, il Bene"

I beni, il Bene
Commento al Vangelo di domenica 31 luglio 2016 - Paolo Curtaz
Me lo ha fatto notare mio figlio adolescente, durante una delle serate accaldate, dopo cena, prima di
andare a dormire. Guardavamo alcuni programmi in televisione, non so bene il genere, quasi tutti americani.

I documentari (non so bene se siano tali), seguono le vicende di diversi personaggi: alcuni che vendono case, altri che comprano container abbandonati all’asta per poi vedere cosa contengono, altri che acquistano e vendono oggetti usati da collezione, o ancora un documentario su gruppi di persone che cercano l’oro in Alaska o di meccanici che sui loro carri attrezzi aiutano chi è in difficoltà sulle autostrade del Nord America…

Tanti programmi che guardo svogliatamente, costruiti come delle fiction, cercando di dare spessore ai personaggi. Piuttosto scadenti, a mio parere.

E, dicevo, ad un certo punto Jakob mi dice: insomma, alla fine vince chi fa più soldi.

Vero. Tutti questi programmi, in effetti hanno una cosa in comune: vince la squadra, il singolo, la coppia, che vende ad un prezzo più alto, che guadagna più soldi.

Topino, ha già capito come va il mondo.

Animexit

Senza fare i populisti o i pauperisti, basta vedere come l’ansia del denaro, dell’accumulo, del guadagno, sia diventato il nuovo (nuovo?) idolo della nostra società. Tutti ne siamo coinvolti, anche se non lo vogliamo. Tutti ne paghiamo le conseguenze: vivo nella beata ignoranza dei mercati finanziari eppure alla fine le loro strategie e le loro furberie hanno divorato il potere d’acquisto del mio stipendio… Per non parlare, tema di questi mesi, di coloro che hanno letteralmente mandato sul lastrico i risparmiatori delle banche mal consigliati.

La Gran Bretagna esce dall’Europa, peccato.

Il problema più serio, mi sembra, è che il mondo occidentale sia uscito di senno.

Abbia abbandonato la misura, travolto dalle proprie scelte.

No, non sono un economista, ci mancherebbe. Ma so per certo che questo casino l’abbiamo creato noi. E che le leggi economiche non sono di natura divina, ma umana. Umanissima.

Beghe

Alzi la mano chi non ha mai avuto almeno un piccolo dissidio per questioni di soldi.

Ovvio, siamo persone equilibrate e oneste, è sempre una questione di principio e il tale che – tenero! – chiede a Gesù di intervenire con il fratello per una questione di soldi, probabilmente ha ragione: ha subito un torto e vorrebbe essere risarcito.

Quante amicizie ho visto spazzate vie per questioni di soldi, quanti (fragili e superficiali) legami di parentela tramutarsi in odio viscerale per qualche metro quadro di casa, per una questione di eredità.

D’altronde, siamo onesti: se gli affetti, le amicizie, le relazioni di parentela non si concretizzano in atteggiamenti di equità e giustizia, se non passano la prova della solidarietà, diventa davvero difficile capire come si concretizza il bene che diciamo di volerci.

Tant’è: Gesù sorride e risponde «no, grazie».

No, grazie

No, grazie: possiamo benissimo capire da noi cosa è giusto fare.

No, grazie: Dio ci ha creati sufficientemente intelligenti per risolvere ogni questione pratica.

No, grazie: smettiamola di chiedere a Dio di fare ciò che potremmo fare benissimo da soli.

No, grazie: Dio ci tratta da adulti, evitiamo di considerarlo come un preside che ci risolve i guai.

No, grazie: Dio non ci allaccia le scarpe, né ci soffia il naso come con i bambini piccoli, né ci risolve i problemi che riusciamo a risolvere benissimo da noi stessi.

Il mondo ha una sua armonia, una sua logica, delle leggi che – in ultima analisi – dipendono da Dio, ma che funzionano da sé.

Dio non si alza al mattino per dare un giro di manovella perché il mondo si metta in moto, lo ha creato pieno di intelligenza e di bellezza, a noi di scoprirne le leggi intrinseche.

L’atteggiamento della Bibbia, a questo proposito, è adulto e maturo: riconosce in Dio l’origine di ogni cosa, ma lascia all’uomo la capacità di gestire il creato. Non occorre sfogliare la Scrittura per sapere cosa è bene per l’economia, la giustizia, la pace, la solidarietà, è sufficiente ascoltare il nostro cuore, la nostra coscienza illuminata.

I beni, il Bene

Gesù sa che dietro la domanda del rissoso fratello c’è una questione di soldi e ne approfitta per fare una riflessione sulla ricchezza.

A parole, sempre, siamo tutti liberi e puri, francescani connaturali.

Proviamo tutti un connaturale pudore nei confronti del denaro, lo consideriamo qualcosa di pericoloso, di sporco, di ambiguo. Una persona ricca è sempre guardata con sospetto e, specie nel nostro mondo cattolico, siamo sempre in imbarazzo a parlare di denaro.

Gesù, paradossalmente, è molto libero a tal proposito: non dice che la ricchezza è una cosa sporca.

Dice solo che è pericolosa.

Guardate al pover’uomo della parabola: un gran lavoratore, non ci viene descritto come un disonesto, né come un avido, anzi, fa tenerezza la sua preoccupazione di far fruttare bene i suoi guadagni per poi goderseli in pace… La sua morte non è una punizione, ma un evento possibile, sempre nell’ordine delle autonomie delle cose di cui sopra.

Chissà: forse troppo stress, troppo lavoro, troppe sigarette sono all’origine della sua morte improvvisa, non certo l’azione di Dio.

Gesù ci ammonisce: la ricchezza promette ciò che non può mantenere, ci illude che possedere servirà a colmare il nostro cuore.

Come leggiamo nell’acida riflessione del Qoelet, anche noi constatiamo come sia inutile affannarsi ad accumulare ricchezze di cui altri godranno. Accogliendo l’invito di Paolo, se davvero abbiamo incontrato Cristo, l’ordine delle nostre priorità è cambiato nel profondo.

Allora

Il nostro mondo suscita bisogni fasulli per colmare il grido di assoluto che scaturisce dal nostro cuore e che Dio solo può colmare.

Un po’ di essenzialità, allora, ci può aiutare a ricordarci che siamo pellegrini, che la ricchezza ci può ingannare, e che chi ha avuto dalla Provvidenza un po’ di fortuna economica, è per accumulare tesori in cielo aiutando i fratelli più poveri.

La Parola di propone un grande esame di coscienza collettivo, senza farci inutili sensi di colpa, proponendoci essenzialità nel gestire le cose della terra, assoluta correttezza per chi, nelle comunità, deve gestire il denaro a servizio dell’annuncio del Regno.

Andiamo all’essenziale, come il Signore ci chiede, lasciamo che siano le cose importanti a guidare la nostra vita, le nostre scelte.

Non di soldi, ma di ben altre ricchezze ha bisogno il nostro cuore, di beni immensi, di tesori infiniti. Della tenerezza di Dio.

Fonte:"Ti racconto la Parola"


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