Monsignor Francesco Follo, Lectio Divina "Il fine è meglio della fine"

Il fine è meglio della fine.
XIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 7 agosto 2016
Rito Romano
Sap 18,6-9; Sal 32; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48
Rito Ambrosiano
2Re 25,1-17 [forma breve 25,1-6. 8-12]; Sal 77; Rm 2,1-10; Mt 23,37-24,2
XII Domenica dopo Pentecoste
1) Il fine e la fine.

In questa XIX Domenica del tempo ordinario, il Vangelo mostra Gesù che sta ancora predicando alle folle e dà loro degli insegnamenti sull'atteggiamento da assumere nella vita quotidiana, confidando nella provvidenza e mantenendo una giusta responsabilità nei confronti dei beni di questa terra. Al tempo stesso il Messia ricorda a loro e a noi che c’è un padrone, a cui dovremo rendere conto e che sarà molto esigente. Questo padrone, al suo ritorno, ci chiederà conto dei beni che ci ha affidati affinché amministriamo santamente i beni della terra, fino a prendere sul serio il suo invito: “Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma” (Lc 12, 33). Per poter fare ciò, per potere vivere la “libertà della povertà” (M. Teresa di Calcutta) occorre recuperare una fede più sicura e decisa, ad essere pronti e vigilanti e ad avere un’apertura di mente e di cuore all’eternità.
Quindi, nel Vangelo di oggi Gesù ci insegna non solo come “usare” le cose ma come “usare” il tempo. Ci dice che dobbiamo vivere la nostra esistenza quotidiana alla luce dell’orizzonte definitivo, che è l’eternità. Questo orizzonte non è la fine ma il fine della vita da raggiungere camminando e servendo.
Per camminare senza inciampare occorreva, a quei tempi, avere la cintura stretta ai fianchi in modo di avere la tunica un po’ sollevata per evitare di inciamparvi. Questa era la tenuta di chi era pronto per mettersi in viaggio, come gli ebrei durante la celebrazione della Pasqua in Egitto (cfr. Es 12, 11). Per questo, il Cristo ci invita a essere “pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese” (Lc 12, 35). Ma la tunica rialzata non era solamente la tenuta da viaggio ma quella da lavoro e, quindi, la tenuta per servire. Certo a quei tempi i servitori erano per lo più schiavi.
Ma gli ebrei, allora, e noi oggi siamo chiamati a compiere il cammino dell’esodo per servire Dio adorandolo e servendolo nel prossimo. L’esodo a cui siamo chiamati è un cammino di libertà, che non implica di fare quello che ci pare e piace. Questa non è libertà, è egoismo. La vera libertà è quella di amare e di servire. Siamo chiamati a servire, non ad asservire, a sottomettere gli altri servendoci di loro
Il fatto, poi, che Cristo chieda di avere le lampade accese vuol dire che siamo chiamati a camminare nella notte e a vivere vegliando nell’attesa di qualcuno, nell’attesa del ritorno di Lui, che non ci avvisa sul quando arriverà.
Solamente Lui conosce il giorno e l’ora in cui ci inviterà a fare l’ultimo e non meno doloroso tratto della nostra vita terrena per iniziare quella eterna: “Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell'attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna” (Colletta di oggi). Cristo ci chiede di avere cuori e occhi aperti, ai quali le lampade accese permettono di vedere Colui, che viene, che bussa alla porta. Se Gli apriamo, Lui entra e cena con noi e noi con Lui (Ap 3,20)


2) Vigile e fedele attesa.
Con la parabola del padrone che ritorna di notte, Gesù presenta la vita come una veglia d’attesa. L'immagine della vita terrena come una veglia notturna in attesa del giorno indica che l’uomo è attesa e che la “notte” della vita terrena non è un tempo vuoto, durante il quale si può solo cercare di resistere alla paura di minacce e pericoli incombenti. E’ un tempo attivo, in cui darsi da fare al meglio delle proprie capacità.
Dopo questa breve parabola del padrone che ritorna dalle nozze e del Signore che viene all'improvviso come un ladro, Gesù racconta la parabola dell’amministratore fedele (vv. 41-48). Così il tema della vigilanza è arricchito da quello della “fedeltà” nell'amministrazione dei beni del padrone, il senso di responsabilità.
Il servo è “fedele” perché il padrone è uno che ci chiama amici. E’ uno che si è fatto schiavo dei suoi servi, che al suo ritorno improvviso ha trovato ancora svegli, vigilanti. Alloro si è stretto la veste ai fianchi e si è messo a servirli (cfr. Lc 12, 37).
Dunque, non è nella logica della paura del padrone o del timore di una sua probabile punizione che noi dobbiamo vivere l’attesa del Regno, ma nell’amorosa e operosa vigilanza, nella semplice convinzione che la vera utilità e il vero progredire di noi stessi e degli altri si rende effettivo solo nel servizio fedele, costante: vigile. Dunque dobbiamo avere mani attive e cuori aperti. Dare è più conveniente che ricevere, poiché ci libera da ogni vincolo in vista dell’amore di Cristo.
Come viandanti e pellegrini dell’esodo siamo all’oscuro del momento e dell’ora della partenza, ma sicurissimi di dover partire con Dio.
Come le dieci vergini in attesa nel cuore della notte non conosciamo l’arrivo dello sposo, ma aspettiamo per camminare con Cristo-Sposo.
Come dei servi che aspettano il ritorno del padrone di casa, ignari di quando arriverà, vigiliamo.
Come semplici fedeli che si nutrono di speranza, innalziamo nel cielo (in Dio) lo sguardo, perché Il futuro è garantito dalla fedeltà al Signore. Ci aiuti Cristo che è venuto per renderci fedeli, ritorna per renderci beati.
Teniamo presente che il ritorno del Signore non è un episodio qualsiasi della nostra esistenza: è lì che confluisce la nostra speranza, è in quel momento che si gioca la nostra salvezza, la vita eterna. Dunque non dobbiamo essere vigilanti in vista di una partenza e di un incontro finale, ma anche essere pronti a cogliere il momento – da noi non programmabile - della grazia, della conversione o magari l’occasione quotidiana, che ci viene offerta di compiere il bene. La liberazione di Dio dalla schiavitù dell'Egitto avvenne nel cuore della notte, di una notte già preannunciata dai profeti, ma di cui si ignorava il momento preciso: ecco allora la necessità della vigilanza e dell'attesa. Noi ne diventiamo capaci quando la nostra fede in Dio si traduce in completo abbandono alla sua volontà e in certezza della sua fedeltà, che non viene mai meno. Nel cuore sempre fedele di Dio la nostra fedeltà ha il suo nido.

3) Un furto?
Noi servi divenuti amici attendiamo Cristo che viene all’improvviso come un ladro (è la terza immagine del vangelo di oggi) che non porta via qualcosa ma il nostro cuore.
Santa Teresa del bambino Gesù ha scritto: “E detto nel vangelo che il Signore verrà come un ladro (Mt. 24, 43). Verrà presto a rubarmi. Come vorrei aiutare il ladro!”
Se stiamo pronti a questo furto, Lui ci “deruba” di tutto ciò che ostacola il nostro incontro con Dio, per passare dalla schiavitù della legge al servizio dell’amore, dalla notte della liberazione alla luce della terra promessa, e porremo il nostro cuore lì dov’è il vero tesoro.
Le Vergini consacrate non solamente si sono lasciate derubare da Cristo, ma con gioia aiutano questo “ladro” offrendogli lietamente tutto: anima e corpo, beni materiali e spirituali. Si sforzano di vivere una vera povertà di spirito.
Inoltre con la vita e la preghiera mettono in pratica l’invito di Gesù-Sposo: “Conservate le vostre lampade accese” (cfr Lc 12,35): la lampada della fede, la lampada della preghiera, la lampada della speranza e dell’amore. E’ vero che si tratta di un invito rivolto a tutti i cristiani, tuttavia è importante ricordare che le vergini consacrate nel mondo rappresentano in modo speciale tutti i fedeli in atteggiamento di attesa e tensione verso il Regno; le lampade accese sono simbolo di vigilanza. Si tratta di una vigilanza nuziale, quindi operosa e gioiosa.
  Questo donne mostrano che il cristiano cammina nella notte del mondo, portando la luce e vigilando, perché chi ama, vigila.
Il fatto che il giorno della consacrazione hanno ricevuto anche una lampada indica la nostra condizione di cristiani in cammino nuziale: abbiamo bisogno di luce e, allo stesso tempo, siamo chiamati a divenire luce, irradiandola.


Lettura Patristica
Basilio di Cesarea
Hom. Quod mundanis, 2 s., 5

       Non vi sembra che la vita sia una via lunga e distesa e quasi un cammino segnato da tappe? Il cammino ha inizio col parto materno e finisce col sepolcro, dove, chi prima chi dopo, arrivano tutti; alcuni dopo aver fatto tutte le tappe, altri già alle prime. Dalle altre strade, che menano da una città all’altra, si può uscire, ci si può fermare, se uno lo vuole; questa invece, anche se volessimo rimandare il percorso, trascina i viandanti senza posa alla meta prestabilita. E neanche è possibile che uno che è uscito dalla porta e s’è messo sulla via, non raggiunga la meta. Ciascuno di noi, appena uscito dal seno materno, è preso dal fiume del tempo, lasciandosi sempre indietro il giorno vissuto, senza possibilità di ritorni. Noi ci congratuliamo degli anni che passano e alle diverse tappe siamo felici, come se guadagnassimo qualche cosa e ci sembra bello, quando uno da ragazzo diventa uomo e da uomo diventa vecchio. Ma dimentichiamo che tutto il tempo che abbiamo vissuto è un tempo che non abbiamo più; così a nostra insaputa la vita si consuma, sebbene noi la misuriamo dal tempo che è passato via. E non pensiamo quanto sia incerto quant’altro tempo ci voglia concedere colui che ci ha mandato a fare questo viaggio e quando ci aprirà le porte d’ingresso alla dimora stabile e che dobbiamo tenerci sempre pronti a partire di qua. Ci dice, però: "Tenete la corda ai fianchi e la lucerna accesa siate simili ai servi che aspettano il ritorno del padrone e si tengono pronti, in modo che gli possano aprire, appena bussa" (Lc 12,35-36)... Tralasciamo le cose inutili e curiamo le cose che sono veramente nostre. Ma quali sono le cose veramente nostre? L’anima, per la quale viviamo e che è intelligente e il corpo, che il Creatore ci ha dato come veicolo per passar la vita. Questo è l’uomo, una mente in una carne complementare. Questo vien fatto dal Creatore nel seno materno. Questo viene alla luce col parto. Questo è destinato a dominare sulle cose terrene. Le creature gli sono sottoposte, perché eserciti la virtù. Gli è data una legge, perché rassomigli al suo Creatore e porti sulla terra un segno della disciplina del cielo. Di qui viene. Questo è chiamato al tribunale di Dio, che lo ha mandato; è chiamato in giudizio, riceverà la mercede di ciò che fa nella vita. E le virtù saranno cosa nostra, se saranno diligentemente fuse con la natura; e non ci abbandonano, se non le cacciamo con i vizi, e ci vanno innanzi alla gloria futura e mettono tra gli angeli chi le coltiva e splendono eternamente sotto gli occhi del Creatore. Le ricchezze invece e i titoli e la gloria e i piaceri e tutta la turba di queste cose che crescono ogni giorno per la nostra insipienza, non vennero alla vita con noi e non ci accompagnano all’uscita; ma in ogni uomo rimane fisso e certo, ciò che fu detto dal giusto: "Sono uscito nudo dal seno di mia madre e nudo tornerò" (Jb 1,11).

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