padre Gian Franco Scarpitta, "Le illusioni della vanagloria"

Le illusioni della vanagloria
padre Gian Franco Scarpitta  
XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (28/08/2016)
Vangelo: Lc 14,1.7-14 
Nella realtà pastorale in cui mi trovo a vivere e ad operare posso vantare di aver guadagnato, nel corso degli anni, la stima profonda della gente e la sua benevolenza. Tantissimi sono stati i traguardi raggiunti dalle varie iniziative pastorali rivolte soprattutto ai ragazzi e anche l'intesa con la comunità ecclesiale è eccellente; si
gode di mutua collaborazione e senso di responsabilità su tutto ciò che si intraprende. Non mancano neppure validi punti di riferimento per ogni faccenda domestica o per la conduzione interna del convento. Ciò nondimeno, complice forse una certa forma mentis a cui si è stati abituati negli anni precedenti o che è tipica dei paesini e delle zone d'entroterra, non ho ancora raggiunto del tutto un traguardo che mi sta molto a cuore: entrare nella spontaneità immediata delle relazioni con il popolo, interagire con tutti senza scontrarmi con formalità o inibizioni, guadagnare le confidenze e l'apertura spontanea soprattutto dei giovani.
A differenza che nelle grandi città, vi è come una sorta di generale "riverenza", soggezione e ossequio a mio giudizio esagerato verso la persona del sacerdote, che non sempre può entrare nel vivo dei rapporti interpersonali senza essere causa di imbarazzo o di confusione. E' diffusa l'usanza a mio giudizio ridicola e meschina (e in realtà molto umiliante) del baciamano nel salutare il sacerdote, ci si guarda dal commettere il minimo errore a tavola quando lo si invita a cena e anche nei nostri pranzi collettivi con tantissima gente avviene che, apparecchiando a tavola, al clero si debbano riservare i piatti in ceramica e i bicchieri di vetro, a tutti gli altri il materiale di plastica. Ovviamente una determinata cultura non mi mette certo a mio agio, perché segna la distanza sostanziale che esiste, nella cultura locale, fra il prete e la gente "comune" e soprattutto impedisce che le persone si confidino con il sacerdote intorno ai loro problemi o alle loro difficoltà, che cerchino una guida, un consiglio o semplicemente che si confessino. Questo è il motivo per cui non oso indossare l'abito religioso, che mi otterrebbe ulteriore "rispetto" e venerazione. Il sacerdote in determinate zone circoscritte rappresenta la personalità, l'Istituzione (quante volte mi si è attribuito questo termine), il cui ruolo deve sovrastare a quello della massa.
Occorre peraltro aggiungere che una tale concezione è di comodo a tanti preti, che con essa traggono anche vantaggi e profitti, ma non è certo quella speculare dell'insegnamento di Cristo e del suo esempio! Gesù parla invita tutti, specialmente i pastori e i responsabili di comunità cristiane all'esercizio dell'umiltà e alla fuga dai "primi posti", sia nell'immediata circostanza di un banchetto sia nella metafora della vita in generale. La vanagloria nel procacciamento delle posizioni privilegiate, il vanto, la spocchia e la superbia nell'emergere al di sopra degli altri non è conforma alla scelta di umiltà e di servizio che ci è stato affidato, essendo stati noi chiamati piuttosto alla semplicità e alla modestia per cui occorre sempre cedere il posto agli altri. Ma ciò che Gesù insegna è anche l'assurdità e la sconclusionatezza di determinate posizioni altolocate, poiché può sempre verificarsi da un momento all'altro la circostanza in cui chi si esalta è costretto a capitolare. Non molto tempo fa il Superiore Provinciale della nostra Provincia Religiosa, esortava tutti i Superiori locali (me compreso) con messaggio significativo: "I Superiori di ogni singola casa non facciano uso improprio ed egoistico delle risorse e della struttura del Convento... Avverrà un giorno che ogni cosa passerà ad un altro Superiore." E non è affatto raro che chi si sia fatto forte di una posizione o di un predominio si sia trovato ad un certo punto estromesso da tutto, perdendo quello che aveva sempre considerato suo potere indomito e trovandosi umiliato e deperito con un palmo di naso. Chi si esalta oltre misura procacciando i primi posti e le posizioni altolocate, inevitabilmente è destinato a subire la conseguenza della capitolazione e della disfatta, come è capitato a tanti uomini potenti nella politica e nella finanza che confidavano eccessivamente nel loro potere. Non dimenticherò mai il leader socialista Craxi, solido parlamentare e indiscusso primo ministro negli anni '80, che aspirava alla Presidenza della Repubblica per formare la Repubblica Presidenziale: dopo una serie di vicende giudiziarie per accuse nei suoi confronti, fu costretto a rifugiarsi nella sua abitazione in Tunisia. Tartassato da accuse e mandati di cattura, privato di ogni ingerenza politica morì dopo alcuni anni senza opportunità alcuna di tornare a casa.. Che dire poi di coloro che, fra sportivi e uomini di spettacolo, attraversano un lunghissimo periodo di gloria e di successo che li eleva fino alle stelle e a un certo punto perdono la loro fama e notorietà, superati da altri personaggi più in voga? La loro stessa vanità diventa la causa fondamentale della loro depressione e disperazione perché quando si è costretti ad umiliarsi dopo essersi a lungo autoesaltati non si può che avere la sensazione che il mondo ci crolli addosso. La vanità ha in se stessa la sua misura di punizione e in ogni atto di arroganza e di autoaffermazione sugli altri vi è la radice della perdizione. Non tutto ciò che piace o che ci rende sicuri è duraturo, e tutto quello che è causa di momentaneo splendore prima o poi si trasforma in un pernicioso strumento di sofferenza e di disperazione.
L'arrivismo e la superbia, seppure offrono delle garanzie, conducono ad obiettivi solamente passeggeri e in un modo o nell'altro si trasformano in condizioni di decadimento e di disfatta, lasciando alquanto impreparato chiunque abbia voluto ergersi a capo di tutti gli altri perché chi è abituato ad essere servito e onorato manca spesso della minima praticità nel servire a sua volta. Chi infatti ha sempre usufruito di una ricca posizione ha certo goduto di ottimi vantaggi e ha ottenuto anche attenzioni e riverenze da parte di altri; mettilo però improvvisamente a dover svolgere un lavoro servile e morirà di fame.
Grande cosa invece l'umiltà e la buona disposizione al servizio generoso e disinteressato, che è la via garantita per ottenere l'approvazione di Dio e per conseguire quanto la protervia e la presunzione non saranno mai in grado di conquistarci. Nell'ottica di Dio, gli ultimi saranno i primi sia nel contesto della vita presente, sia nell'aspettativa del banchetto finale ultimo, quando tutti saremo invitati alla tavola del Regno, nella quale nessuno ha diritto di occupare i primi posti..


Fonte:http://www.qumran2.net/

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