Paolo Curtaz,"Tu vali"

Commento al Vangelo del 28 agosto 2016 – Tu vali
Tu vali
L’estate scivola via e già si intravvede, all’orizzonte la ripresa della scuola. Non ditelo a mio figlio!

La Parola, però, che non va in vacanza e che, anzi, abbiamo portato con noi in vacanza, ci illumina, ci interroga, ci scuote, ci provoca, ci consola, ci guida, ci indica, ci sprona.
Possiamo seguire il flusso della folla, del pensiero dominante, che entra nella porta larga della città, senza chiederci davvero dove stiamo andando.
D’altronde, siamo onesti, non siamo forse travolti dalle cose da fare? E dalle informazioni? Come riuscire a farci un’idea delle cose che succedono? Stravolti e sfatti, arriviamo a casa, alla fine di una dura giornata di lavoro, e non abbiamo certo voglia di metterci a sindacare, ad approfondire.
Facciamo nostri i pensieri degli altri, ascoltati al bar, letti su una rivista, riportati dall’opinionista di turno.
Se, invece, abbiamo ancora un briciolo di energia per lottare, per cercare la porta stretta, quella non usuale, quella che spalanca ad una nuova visione della vita e di noi stessi, dobbiamo prepararci a cambiare mentalità. A convertici.
Prendete, ad esempio, il tema della visibilità. Dell’esserci, del venire riconosciuto, del vincere, del conquistare. Normale, direte voi, soprattutto in questo tempo di olimpiadi.
Giusto, vero, pare sia bello vincere (chiedo venia, sono uno sportivo atipico, mai fatto gare).
Ma tutti gli altri?
Quel 99% di popolazione mondiale che vive con meno denari dell’1% dei super-ricchi?
Quel 70% di persone che vivono in luoghi ai confini dei grandi centri urbani o nelle periferie disagiate?
Quei tutti gli altri che non vincono un talent, non fanno nulla di straordinario, che vivono una vita necessariamente mediocre? Che fanno?
Uno su mille ce la fa, d’accordo. E gli altri novecentonovantanove?
Conti se appari
Gesù, nel vangelo di oggi, annota il vizio diffuso tra alcuni suoi contemporanei, personaggi influenti della politica e della classe sacerdotale, di mettersi in mostra, di amare una visibilità eccessiva, di anelare al protagonismo a tutti i costi.
Certo, la visibilità, per le persone che rivestono un determinato ruolo, è inevitabile; ciò che Gesù ridicolizza è l’atteggiamento spocchioso di chi pensa di essere importante, di chi usa come metro di giudizio l’apparire senza l’essere.
La mente, ahimè, corre alla crisi di astinenza di visibilità che travolge la nostra società massificata. L’ansia dilagante del nostro tempo deriva anche dall’assenza di visibilità delle persone, dal bisogno parossistico di esserci, di mostrarsi, di contare qualcosa in questo mondo di superuomini e superdonne.
Lo vedo, negli occhi dei nostri fragili adolescenti, il terrore di non essere riconosciuti, di non esistere, in questo strampalato mondo di adulti in cui conta solo ciò che si vede, ciò che appare. Allora, davanti alle telecamere, finiamo con l’essere tutti identici, tutti simili a ciò che pensiamo possa piacere, e il delirio dei “reality show” fa diventare gigantesca e dannosa psicanalisi collettiva, sottoposta al giudizio del pubblico, la dimensione della fragilità che abita ciascuno di noi.
Ma chi siamo veramente?
Chi abbiamo il coraggio di essere? O di diventare?
Quando smetteremo di elemosinare il giudizio positivo degli altri? Dei famigliari, ma anche dell’autorità, anche della Chiesa?
Giorni fa leggevo una bella intervista di Francesco Lorenzi, dei Sun, un gruppo rock reclutato dallo Spirito. E ammetteva che ciò che cambierebbe è l’ansia di venire riconosciuti dai grandi giornalini generalisti, dopo essere stati, in passato, considerati fra i migliori.
Avrei voluto abbracciare l’amico Francesco. Quanta libertà nelle sue parole! Quanto coraggio!
Anch’io ci sono passato: per il mio vissuto tormentato, complesso, mi accorgo, ancora oggi, di cedere nel desiderio di essere riconosciuto, di vedere riscattato il mio percorso.
Sbaglio. Sbagliamo. Non abbiamo bisogno di elemosinare riconoscimenti.
Vai a te stesso
Gesù ci rivela un mondo altro: non hai bisogno di mostrarti, di apparire, tu vali.
L’autostima che nasce nel tuo cuore non è misurata dalle tue abilità, no, ma dal fatto che sei pensato, voluto e amato dal tuo Dio. Anche se non vinci nessuna medaglia. Anche se la tua vita è fatta di piccoli passi.
Tu vali, questo è il messaggio della Scrittura, sei prezioso agli occhi di Dio.
Non importa il tuo limite, né la misura della tua paura. Non importa cosa gli altri pensino di te: tu vali, sei prezioso agli occhi di Dio. Perciò non hai necessità di ostentare, di cercare ossessivamente una visibilità che il mondo ti nega o riserva a pochissimi eletti.
Tu vali, anche se non vincerai mai nessuna medaglia d’oro e la tua piccola vita si perderà nei ricordi di una generazione.
Tu vali, non svendere la tua dignità, coltiva il dentro e se coltivi il fuori, e coltivalo, che sia sempre e solo trasparenza del dentro.
I tuoi limiti? Un recinto che delimita lo spazio in cui realizzarti.
I tuoi peccati? Esperienza della finitudine e della libertà ancora da purificare, da accogliere da adulto e da mettere nelle mani di Dio.
Non hai bisogno di metterti ai primi posti: solo Dio conosce il tuo cuore, lo conosce più di quanto tu lo conosca, non lasciarti travolgere dai falsi profeti del nostro tempo.
Umiltà
Ecco da dove nasce l’umiltà.
Che non è la depressione di noi cattolici, ma l’esperienza gioiosa e feconda di ciò che possiamo realisticamente essere. Sappiamo di essere preziosi agli occhi di Dio. Abbiamo conosciuto la nostra ombra ma, infinitamente di più, la luce della sua presenza.
Quella vogliamo raccontare e vivere.
Perché sperimentiamo di essere amati in totalità, e questo amore ci spinge a superare ogni ostacolo.
Davvero vi interessano ancora i primi posti?

Fonte:http://www.tiraccontolaparola.it/









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