Abbazia Santa Maria di Pulsano Lectio Divina «DI LAZZARO E DEL RICCO EPULONE»

DOMENICA «DI LAZZARO E DEL RICCO EPULONE»
XXVI del Tempo per l’Anno C
Lc 16,19-31; Am 6,1a.4-7 (leggi 6,1-7); Sal 145; 1 Tm 6,11-16 (leggi 6,11-20)
Antifona d'Ingresso Dn 3,31.29.30.43.42

Signore, tutto ciò che hai fatto ricadere su di noi
l'hai fatto con retto giudizio;
abbiamo peccato contro di te,
non abbiamo dato ascolto ai tuoi precetti;
ma ora glorifica il tuo nome e opera con noi
secondo la grandezza della tua misericordia.

L’antifona d'ingresso (Dan 3,31.29a.30a.43b.42b) è un singolare centone di versetti desunto dalla grande «confessione d'Azaria» (Dan 3,26-46). Il giovane, nella fornace con Anania e Misael per avere rifiutato di adorare la statua di Nabucodònosor, rivolge la confessione al suo Signore. Egli Lo riconosce come giusto quando punisce, e confessa anche il peccato di tutto il popolo, da cui non si desolidarizza, in specie per non avere obbedito ai precetti divini salvifici (vv. 31.29a.30a), che sono ordinati alla sola felicità di questo popolo (v. 30b). Nonostante il fatto, con umile sincerità, adesso l'orante chiede al Signore che proprio in questo momento di prova Egli glorifichi il Nome suo, manifestandolo con opere potenti (v. 43b), secondo l'operazione della sua immensa Misericordia, a cui si impegnò con l'alleanza. Si ha qui un'alta supplica epicletica (v. 42b). Che oggi i fedeli fanno propria, come sempre.

Canto all’Evangelo 2 Cor 8,9
Alleluia, alleluia.
Gesù Cristo da ricco che era,
si è fatto povero per voi,
perché voi diventaste ricchi
per mezzo della sua povertà.
Alleluia.

Anche questa domenica l’evangelista Luca ci propone una parabola centrata sul tema della ricchezza e della povertà e la ripetizione del versetto del canto all’evangelo della scorsa Domenica ci ribadisce che i due racconti formano una sorta di dittico che permette a Luca di approfondire l’insegnamento a riguardo della ricchezza.

I lettura
Ancora il profeta Amos che indirizza adesso il suo messaggio sia ai capi del regno settentrionale, Israele, sia ai capi di quello meridionale, Giuda. E qui li investe la minaccia biblica, "guai!", che significa anche «maledizione a voi!», comprendendo i ricchi di Sion e di Samaria, le capitali dei due regni, accomunati per i loro vizi nefandi alla medesima sorte profetica che il Profeta sta minacciando (v. la). La diversa situazione dinastica e geografica del due regni non provoca differenze.
Quindi Amos descrive lapidariamente i vizi correnti. Quei ricchi di Samaria in spregio alla povertà usano letti d'avorio costosissimi (che proprio a Samaria ha ritrovato l'archeologia), nei quali si danno alla vergogna del vizio sfrenato. Frequentano di continuo festini raffinati, dove si saziano consumando i migliori prodotti (v. 4), che i poveri neppure sanno che esistano. Per rallegrare i loro conviti e i loro festini usano cantare, o anche far cantare da cori ben pagati, parodie di salmi. Anzi, si credono di avere l'arte di David, che componeva musiche con lo strumento apposito per i Salmi, il "salterio" o chitarra o cetra (v. 5). Inoltre, degustano vino raffinato in coppe preziose, e stanno in permanenza unti di ricercati e costosissimi aromi e cosmetici. Mentre non si curano affatto che "Giuseppe", il nome che indica il regno del settentrione, giaccia stritolato e consumato dalla miseria (v. 6).
Il Signore però riserva a essi la punizione esemplare e definitiva, l'esilio, che cancellerà la classe dei viziosi (v. 7). Infatti, arrivati gli Assiri, di questi ultimi, in quella regione d'Israele, non si sentirà più parlare nella storia.

Il Salmo 145,7.8-9a.9bc-10 (I) con il Versetto responsorio: Loda il Signore, anima mia (v. 1).
In questo stupendo Inno di lode il Salmista presenta il Regno divino nella sua attuazione concreta, secondo il programma regale salvifico tracciato per i Sal 145-149 dal Sal 144. L'Orante magnifica le opere della divina Bontà per gli uomini, dalle quali rifluisce e risale la gloria al grande Sovrano. Egli anzitutto mantiene la fedeltà (= verità) in eterno (Sal 99,5; 116,1), per cui interviene sempre per tutti i mali che gli uomini soffrono. E così ristabilisce il diritto per chi subisce senza scampo l'ingiustizia (Sal 102,6), dona il cibo buono agli affamati (Sal 103, 27; 106,9; 144,15), spezza le catene dei prigionieri secondo la promessa profetica: Is 61,1-2; anche Sal 67,7).
Inoltre, restituisce la luce ai ciechi che giacciono nell'ignoranza (Is 9,2; 29,18; Mt 9,30; 11,5; Gv 9,7), rialza chi era schiantato per la miseria (v. 8; Sal 144,24; 146,6). Egli si erge a protettore dello straniero (Es 22,21-22; Dt 10,18-19), accoglie amorevolmente l'orfano e la vedova (Sal 67,6). E di questo è il Padre amoroso e il Giudice giusto, e per questo distrugge la "via" (il comportamento) dei peccatori (Sal 146,6). I peccatori sono quelli che non dovevano lasciare il popolo senza la necessaria giustizia, rendendolo così affamato, prigioniero, nell'ignoranza, nella miseria. Sono quelli che hanno fomentato l'odio contro lo straniero. Che hanno abbandonato alla loro sorte sfortunata e allo sfruttamento gli orfani e le vedove, che poi sono stati del tutto trascurati e dimenticati (v. 9).
Tutto questo programma divino attuato, altro non è che il Regno di Dio, in altri termini, la condizione donata di salvezza. Dio lo pone in atto, quindi "regna", salva, da adesso in eterno (Sal 92,1; 98,1). E si manifesta così per sempre come il Signore di Sion, la Sposa. Egli è il Grande Re di questa Città (v. 10; Sal 47,3).
Mentre il Signore prosegue il suo «esodo verso Gerusalemme» segnato dalla Croce, dalla Resurrezione e dall’Assunzione al Padre. Durante questo viaggio il Signore continua, infaticabile, a dispensare il suo insegnamento e i suoi prodigi in favore degli uomini.
La parabola, raccontata con quei dettagli caratteristici della cultura del tempo, è una delle più famose e suggestive dell’evangelo sull’uso e sul valore delle ricchezze. La narrazione è esclusiva di Luca e si compone di due scene:
1. una che si svolge sulla terra (vv. 19-21) a colori foschi per Lazzaro,
2. l’altra che si svolge nell’al di là (vv. 22-29) a tinte fosche per il ricco.
Segue una replica del ricco, la quale pur completando il discorso, tratta però di un altro argomento (vv. 27-31).
Naturalmente la parabola non enuncia un principio costante, una realtà che si effettui senza eccezioni: al contrario rappresenta quello che può accadere se coloro che possiedono ricchezze non seguono gli insegnamenti della legge divina circa il loro uso. Come un ricco, dopo aver goduto di ogni bene sulla terra, nell’al di là viene immerso in tali tormenti da mendicare l’aiuto di colui che egli sulla terra non curava di uno sguardo; e come un povero, dopo aver sofferto ogni miseria, nell’al di là è colmato di tale felicità da suscitare l’invidia di chi prima era nell’opulenza. Così accadrà a coloro che su questa terra non ascoltano i dettami di Mosè e di Cristo, ma usano delle ricchezze secondo le loro passioni.
È la risposta di Gesù ai farisei che ridono delle sue parole, pieni come sono del loro "buon senso" (v. 14; pensiamo anche a come l’economia di oggi continui a beffarsi di Gesù in modo più o meno sfacciato): ride bene chi ride ultimo [cfr. Sal 72 (73)!]
Dopo l’affermazione di Gesù, che nessuno può servire Dio e il denaro (16,13), i farisei deridono Gesù (letteralmente ekmyktērízō significa «sollevano il loro naso»; usato come termine medico significa “fare sangue dal naso”). La mormorazione (15,2) si è trasformata in dileggio: non rigettano solo il messaggio di Gesù, ma la sua persona. Il narratore quindi rinforza il giudizio negativo sui farisei qualificandoli «attaccati al denaro» (16,14) e ponendo sulle labbra di Gesù un’accusa pesante nei loro confronti: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole» (16,15; cfr. 11,39-44). Dio non segue le logiche umane, ma rigetta ciò che è esaltato tra gli uomini. Non è dunque facile entrare nel Regno (v. 16)!
Il racconto tuttavia non è una condanna dei ricchi ed un’esaltazione dei poveri di stampo manicheo; è piuttosto un ammonimento severo ad aprire gli occhi e usare giustamente dell’ingiusto “mammona”: il possidente stolto si converta nell’amministratore saggio. Si mostra per immagini quel rovesciamento di criteri già cantato nel Magnificat e proclamato nelle beatitudini (cfr. l,46ss; 6,20ss).

Esaminiamo il brano

v. 19 - Incontriamo il primo dei due personaggi; Luca in pochi e sobri tratti ci descrive la condizione spensierata di un ricco: vestito di lusso, porpora e bisso (in Oriente lusso riservato ai Re, dunque un personaggio imperiale, cfr. Est 8,15; Prov 32,22; 1Macc 10,20 ). Egli ogni giorno godeva i festini raffinati (cfr. la condanna in Giac 5,5).
vv. 20-21 - Più estesa è la descrizione di Lazzaro, mendico, pieno di piaghe, fuori (il verbo bállō lett. gettato là. E lì Lazzaro “giaceva” come un pezzo di legno alla deriva gettato sulla sabbia dalle onde del mare.) della porta del festino del ricco, desideroso almeno delle briciole che si sprecavano lì dentro (si tratta della mollica di pane usata per pulirsi le mani ), ma invano; Cristo Dio, ricco all’infinito, con le briciole della mensa dei figli del Regno sfama anche i «cagnolini» (cfr. episodio della Siro-fenicia in Mc 7,24-30). Il povero Lazzaro, isolato da qualsiasi pietà umana, è avvicinato soltanto da cani. Il cane soltanto ha la pietà che manca al ricco: leccandolo gli medica quelle ferite rese insanabili dalla denutrizione (i cani per gli ebrei possono essere i pagani, oppure l’odiato samaritano). Caso unico nelle parabole evangeliche, il povero ha un nome: Lazzaro, forma breve e popolare di Eleazaro = Dio soccorre; il povero che non ha nulla, ha bisogno di Dio: è il suo unico aiuto (leggi dal Disc. 33a,4 di S. Agostino, vescovo; Gregorio Magno, Hom., 40, 3 s.10; vedi anche colletta). Se il nome appare una tragica beffa durante l’esistenza del povero, la morte segna il momento dell’agire benefico di Dio nei suoi confronti.
vv. 22-23 - Avviene secondo la sorte di tutti. Lazzaro muore ed è portato dagli angeli nel «seno di Abramo»; muore anche il ricco, ed è «sepolto nell’inferno» in eterno. La morte non è democratica: non è una livella! È anzi il principio di distinzione, il limite ultimo che individua ciascuno. Il «seno di Abramo» è una metafora per indicare la gioia che godono i santi; può riferirsi al banchetto celeste nel quale Abramo sta a capotavola e Lazzaro è seduto alla sua destra da dove può reclinare il capo sul petto del patriarca (cfr Gv 13,23ss). Oppure si può vedere nella posizione di Lazzaro un segno della tenerezza e della protezione di Abramo per il suo figlio miserello. A ciascuno come visse sulla terra.
Da notare come Gesù con sapienza e spontaneità si adatti alla mentalità popolare per rendere accessibile un insegnamento; l’evangelo, infatti, non intende descrivere l’al di là, ma evocare la condizione spirituale dei due personaggi della parabola.
v. 24 - Nei tormenti meritati il ricco invoca ora quella pietà che non ebbe per Lazzaro; chiama Abramo «Padre» per la prima volta nella sua esistenza, non ricordando che i profeti hanno parlato di «fiamma inestinguibile» (cfr. Is 66,24; anche Mt 25,41). La prima richiesta dell’uomo tra i tormenti appare modesta: probabilmente avendo riconosciuto la sua colpa non contesta il suo destino, ma chiede soltanto alcune gocce d’acqua, per combattere l’arsura.
vv. 25-26 - La risposta di Abramo è piena di pazienza. Poiché è Padre di incancellabile paternità, chiama il ricco "figlio" anche in quella situazione, e lo esorta a ricordarsi di tutti i beni che nell'esistenza sulla terra ha consumato e si è goduto (Lc 6,4; Giob 21,13; Sal 16,14). Lazzaro invece allora ebbe solo mali. Adesso è il contrario; ora c’è un abisso impossibile da valicare. Il passaggio era possibile sulla terra con il ponte della misericordia verso il povero; è lo scambio fraterno dei beni che avrebbe avuto conseguenze salvifiche. Tra le righe, Luca suggerisce che una distanza, che il ricco avrebbe potuto superare facilmente durante la vita aprendo la porta, si è ormai trasformata in un fossato insuperabile. Il ricco ha rifiutato di agire come benefattore di Lazzaro e ora la ‘porta’ è chiusa per sempre.
vv. 27-28 - Il ricco non si rassegna. Chiede almeno di inviare Lazzaro alla sua casa paterna, ai 5 fratelli (numero simbolico: tanti e tanti come il ricco), perché essi possano con la sua apparizione ravvedersi. Lazzaro e non uno qualunque. In realtà Lazzaro è sempre inviato: i poveri li avremo sempre con noi (cfr. Mc 14,7) come inviati da Dio per salvarci. Come Amos, l'evangelista ricorda che l'ingresso nel Regno non avviene grazie a fenomeni straordinari, come il ritorno dei morti e le visioni dell'oltretomba: la via della salvezza percorre la strada umile dell'ascolto della Legge e dell'obbedienza responsabile.
v. 29 - Abramo a sua volta fa un rinvio: «Hanno Mosè ed i Profeti (le due parti in cui era divisa la scrittura, cfr. 24,27.44), se li «ascoltano», ossia obbediscono a quanto contengono, saranno salvi.
v. 30 - Per la terza volta il ricco chiama Abramo «Padre», e lo scongiura di inviare «un morto», davanti a cui certamente quelli si convertiranno. Forse il ricco pensa ad una apparizione del tipo di quelle raccontate nell’A.T. (cfr. 1 Sam 28,12-15) o a un’apparizione in sogno, ma Abramo rincara la dose parlando addirittura di una risurrezione.
v. 31 - Abramo risponde, e qui parla Gesù e parla tutta la Scrittura: Se non obbediscono a Mosè ed ai Profeti, non crederanno neppure ad uno che risorge dai morti. Come sempre è la conclusione che dà senso e significato alla parabola. Occorre ascoltare (vedi le nostre liturgie domenicali) e mettere in pratica la Scrittura, garanzia di salvezza. Nessun miracolo può sostituirla: Lazzaro di Betania fu risuscitato dai morti, ma i suoi fratelli piuttosto che convertirsi, avrebbero preferito ucciderlo di nuovo (Gv 12,10ss).
A Cristo Risorto hanno forse creduto? Ecco perché il Risorto rinvia sempre alla Scrittura. La Scrittura infatti come centro della sua dottrina porta la carità dei fratelli verso tutti i fratelli, figli dell’unico Padre Abramo (cfr. Lv 19,18).
È utile precisare ancora che il ricco non è condannato semplicemente per la sua ricchezza, ma perché non ha saputo prendere la vita come un dono e non ha offerto il suo aiuto al povero infermo e affamato che stava morendo alla sua porta. La ricchezza in sè non è un peccato, ma è peccato la ricchezza che permette che i poveri muoiano, è peccato la mancanza di solidarietà che divide gli uomini e consente che alcuni nuotino nell’abbondanza e altri deperiscano in un mondo di fame e di miseria.

II colletta:
O Dio, tu chiami per nome i tuoi poveri,
mentre non ha nome il ricco -epulone;
stabilisci con giustizia la sorte di tutti gli oppressi,
poni fine all’orgia degli spensierati,
e fa che aderiamo in tempo alla tua Parola,
per credere che il tuo Cristo è risorto dai morti
e ci accoglierà nel tuo regno.
Per Cristo nostro Signore,..

Abbazia Santa Maria di Pulsano
http://www.abbaziadipulsano.org/