Don Paolo Zamengo"Un abisso chiamato indifferenza "

25 settembre2016  | 26a Domenica T. Ordinario - Anno C   |  Omelia
Un abisso chiamato indifferenza     Lc 16, 19-31
Nella Bibbia il nome rivela la realtà profonda di una persona. In un certo senso riassume la sua storia.
Così è per il personaggio di questa parabola. Non ha nome perché non ha una storia. Ha costruito la sua vita sul vuoto e sull’insignificanza.  Ha smarrito il nome perché ha smarrito le autentiche ragioni del vivere. Ha sostituito il tesoro della propria identità con la vacuità del denaro, del lusso, dello spreco e della gola.
È rimasto solo. La ricchezza lo ha segregato e lo ha confinato in una torre di egoismo e di avarizia. È così indaffarato a guardare dentro il suo piatto pieno che non ha tempo di vedere il povero che sta alla sua porta a tendere la mano. Solo i suoi cani da guardia hanno un sentimento di pietà.
Il peccato di quel ricco, prima ancora che negli eccessi del lusso e della gola, sta nella sua insulsa indifferenza. Non fa del male a nessuno. Non fa. Si limita a non fare. Il suo è un peccato mortale di omissione. Il contrario dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza.
Dio invece chiama per nome Lazzaro. Conosce la sua storia, le sue sofferenze e i suoi bisogni. Lazzaro porta il nome della propria condizione di povertà e di dipendenza. Il suo nome significa “Dio aiuta”. E Dio interverrà nella sua vita grazie alla sensibilità di quanti si lasceranno intenerire e provocare. La vita di Lazzaro è una specie di sacramento. In lui vive Dio stesso che accorre in suo aiuto, gli apre il cielo e spalanca orizzonti di misericordia.
Di quali colpe poteva essere accusato questo uomo ricco? Non ha maltrattato Lazzaro. Non lo ha deriso perché puzzava o aveva vestiti indecenti. Non si è infastidito perché era arrivato su un barcone. Non è uno dei tanti arrivati dall’Africa con la moglie incinta o gli infradito ai piedi. Eppure il giudizio su di lui è impietoso: non si era neppure accorto di Lazzaro, non lo aveva neppure visto.
Dalla tavola del ricco Epulone non scivola niente, né un soldo né un pezzo di pane neppure una parola di compassione. È concentrato sul suo piacere che gli infiacchisce il cuore e gli annebbia la vista. Ma l’indurimento del cuore non arriva all’improvviso. L’indifferenza è come la gramigna. Sembra erba verde invece è una ragnatela soffocante.
La vita di questo Epulone procederà apparentemente serena. Gli altri resteranno lontani dal suo cuore eppure sono vicinissimi, addirittura alla sua porta. E con gli altri egli esclude pure, inesorabilmente, Dio. Se non arrivasse il capovolgimento finale.
L’eternità non inizia un istante dopo la morte ma si gioca  dal primo istante della vita. L’inferno è solo l’ampliamento di un abisso di solitudine. Il peccato di questo uomo ricco è di essere già, durante la vita, un separato, un lontano, un estraneo dagli innumerevoli Lazzaro che abitano la terra.
Il  ricco invoca la presenza dei morti per avvertire o per spaventare i suoi fratelli. Inutilmente. Non serve un morto: è la vita che educa la vita. La terra è già piena di miracoli e di profeti. Non c’è voce più alta e più convincente ma, forse,  più spenta dei poveri.