DON PaoloScquizzato, "Un vero e proprio inferno insomma".

OMELIA 26a Domenica Tempo Ordinario. Anno C
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a
lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.25Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. 27E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. 29Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”.30E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. 31Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”». (Lc 16, 19-31)

La parabola del Vangelo di oggi, non ha certo l’intenzione di rivelarci cosa ci sia dopo la morte, o come andranno le cose nell’aldilà.
D’altra parte Gesù non si è mai soffermato a descrivere mondi futuri. Anzi, s’è mostrato sempre molto reticente a parlare di aldilà, invitando piuttosto i suoi a fissare lo sguardo e l’attenzione sulla vita qui ed ora e su come giocarsela al meglio in modo da poterla rendere ‘eterna’, ossia così forte e bella da essere in grado di vincere anche la morte.
Anche il drammatico racconto odierno va letto in quest’ottica. Servendosi del mito, Gesù parla di ‘grandi abissi’, ‘fiamme’ e ‘luoghi di tormento’. Un vero e proprio inferno insomma.
Al di là dell’uso di figure appunto mitologiche, è chiaro che qui viene offerto un criterio prezioso di interpretazione per questo nostro mondo.

L’inferno certamente esiste, ma solo su questa terra.
I paurosi ‘luoghi di tormento’, sono raccontati dalla cronaca di ogni giorno. E il ‘grande abisso’ altro non è che il divario immenso creatosi tra i poveri Lazzari della storia e i ricchi epuloni di sempre.
Occorre dunque stare molto attenti a non fare di questa parabola una lettura escatologica, ossia riguardante le cose future. Perché se così fosse, questo brano diverrebbe un mero racconto consolatorio per i disgraziati che abitano questa terra, come a dire: “portate pazienza per il momento; è vero ora state soffrendo, ma vedrete un domani, avrete un paradiso tutto per voi e ogni lacrima verrà asciugata”.
Gesù non si è mai espresso così, non ha mai assunto toni consolatori verso chi era segnato nel corpo e ferito nello spirito. Non era il melense uomo religioso dal ‘colpetto sulla spalla’, promettendo mondi futuri e paradisi a basso costo. Egli ha sempre guarito, rialzato, rimesso in moto la vita di chiunque incontrasse, ha portato il fuoco sulla terra per incendiarla sperando che mutassero le strutture inique, e si convertissero le menti degli uomini in modo tale che non vi fossero più stuoli di Lazzari alla porte di indifferenti epuloni.

La parabola – come tutte le altre del resto – ha dunque uno scopo didattico e non descrittivo. Invita a creare una mentalità diversa, e quindi un cuore accordato a quello di Dio; ad acquisire una vista capace di vedere i disgraziati che ci stanno accanto, alle nostre porte e nei nostri porti, e lì fermarsi, condividere e darsi da fare per trasformare i nostri inferni, se non proprio in paradisi terrestri, almeno in luoghi umani e vivibili. Vivere insomma come Gesù, che senza prospettare – e tanto meno minacciare – un inferno futuro come luogo di punizione, s’è immerso in quello presente abitandolo con l’amore, cominciando così a dissolverlo. Ora a noi continuare.

Fonte:http://www.paoloscquizzato.it/