Padre Paolo Berti, “C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora…”

XXVI Domenica del tempo ordinario      
Lc.16,19-31
“C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora…”
Omelia 
Fratelli e sorelle, sulla parabola del ricco vestito di porpora e di bisso che banchettava lautamente e
del povero Lazzaro molte sono state le riflessioni che abbiamo ascoltato, o anche personalmente fatto sul male delle ricchezze, quando sono usate per affermare se stessi sugli altri fino all’insensibilità; ma certo non possiamo dire di avere esaurito le ricchezze di luce della parabola.
Quel ricco della parabola faceva dell’appartenenza etnica al popolo di Abramo la garanzia della sua salvezza nel presente e nell’eternità. Egli considerava le sue ricchezze il segno di una particolare benedizione di Dio, e doveva godersele senza sentirsi responsabile delle misere condizioni in cui versava Lazzaro; anzi, Lazzaro aveva il compito di rendere più lieti i suoi banchetti, per effetto di un sinistro e crudele contrasto.
Quel ricco, come tanti, pensava di avere la salvezza garantita per il fatto di essere stirpe di Abramo(Gv 8,33): “Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: Diventerete liberi?”, dicevano a Gesù. Ma per essere figli di Abramo bisognava compiere le opere di Abramo (Gv 8, 39): “Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo! (...) Voi fate le opere del padre vostro” . Terribile: quanto alle opere avevano per padre il diavolo (Cf. Gv 8,44)!
Dunque, quel ricco all’inferno chiamò Abramo padre e Abramo lo chiama figlio; eppure è all’inferno! Come spiegare questo? Ecco, la carne e il sangue non fanno i figli di Abramo secondo la promessa, ma solo secondo la carne (Cf. Rm 9,7). Si è figli di Abramo secondo la promessa solo se si vive nella fede, come fece Abramo (Cf. Rm 4,3). Vivendo nella fede si opera il bene, poiché la fede è operante per mezzo della carità (Cf. Gal 5,6), e la carità vuole la concretezza delle opere.
Gli ascoltatori della parabola avevano oscurato questo e dovettero rimanere contrariati: un figlio di Abramo, un figlio che chiama padre Abramo e che viene da lui chiamato figlio, è messo all’inferno!
Ma la stoltezza del ricco in vita si perpetua anche stando all’inferno; è tanto radicalmente imbevuto di stoltezza da credere di avere ancora degli spazi di manovra per ribaltare la situazione nella quale si trova. La parabola, però, fa vedere come egli sia all'inferno secondo giustizia; il ricco non può dire che ci sia stato qualcosa di inadempiuto da parte di Dio.
La prima cosa che pensa vedendo Lazzaro nel seno di Abramo è quella di ritenere che pure nell’aldilà, indipendentemente che lui sia all’inferno, Lazzaro possa in qualche modo essergli ancora sottomesso. Il ricco crede che Abramo, dopo essere stato invocato come padre, non potrà avere difficoltà ad inviare Lazzaro per portatagli una goccia d’acqua: solo un dito intinto nell’acqua. Abramo, però, gli ricorda come trattò Lazzaro; mai gli aveva portato un minimo sollievo, neppure un tozzo di pane, neppure una briciola portatagli di persona. Lui ha avuto i suoi beni e Lazzaro i suoi mali. Divisione netta che dice come i beni del ricco non furono mai partecipati a Lazzaro, e come i mali di Lazzaro non toccarono mai il cuore del ricco. Il ricco aveva lasciato Lazzaro in un vero inferno: nella fame, nell’umiliazione, in mezzo a cani che gli leccavano le ferite. Affinché non paia che gli è possibile rimediare in qualche modo quanto fece in vita verso Lazzaro, Abramo aggiunge che c’è un abisso invalicabile tra la situazione di salvezza e quella di dannazione: nell'inferno nessuno può rimediare a nulla di quanto fatto, semplicemente perché non ne è più capace.
Ma il ricco non desiste e pensa sia possibile fare un’altra richiesta; non per lui questa volta. Chiede ad Abramo di mandare Lazzaro a casa di suo padre, dai suoi cinque fratelli ad avvisarli del male a cui vanno incontro. Pare proprio che nel già ricco ci sia un residuo di bontà, ma si tratta solo di una persistente radice di stoltezza, che gli fa credere che ancora gli sia possibile cavarsela. Mandare Lazzaro avrebbe avuto il significato di far ammettere che Dio aveva trascurato qualcosa per la salvezza sua e dei suoi fratelli. Ma Abramo gli dice che i suoi cinque fratelli hanno Mosè e i Profeti, e dunque tutta la luce necessaria per salvarsi. Il ricco insiste: se uno dai morti andasse dai essi si salverebbero. Abramo chiude il discorso dicendo: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti".
Infatti, le Scritture conducono a credere in Cristo, poiché Mosè e i Profeti hanno parlato di lui (Cf. 24,27s). Anche di fronte a un risorto dai morti non avrebbero creduto se non credevano in Mosè e nei Profeti, infatti Davide (Ps 15/16,10) aveva predetto la risurrezione di Cristo.
Tutti i tentativi del già ricco sono finiti; lui è il responsabile primo e ultimo della sua eterna rovina.
Egli aveva Mosè e i Profeti e li ha trascurati, e peggio li ha letti a modo suo, storcendo tutto in funzione del suo egoismo. Mosè e i Profeti non hanno operato per lui perché ne aveva soffocato le parole (Cf. Mt 23,13).
La parabola, guarda allo Scheol (lo Scheol è rapportabile all'Ade), che si presenta diviso in due parti non comunicabili tra di loro. La parte superiore è il seno di Abramo, dove andavano i salvati, cioè quelli che erano stati veri figli di Abramo. Il seno di Abramo era il Limbo, secondo la nostra designazione, dove Cristo discese a liberare i salvati che lo aspettavano (Cf 1Pt 3,19). Gli altri figli di Abramo, ma solo secondo la carne, erano lontani da Abramo, nella parte profonda dello Scheol , ciò nel luogo della dannazione (Cf. Is 14,9; 66,24).
La lezione della parabola è ovviamente per i vivi. Per i furbi, i quali credono di poter essere salvi per la loro scaltrezza dialettica, guidata dalla stoltezza.
La loro scaltrezza è tragica stoltezza che si frantumerà di fronte alla sentenza di Dio.
Quanti, fratelli e sorelle, vorrebbero un’economia della salvezza adattata a loro. Quanti vorrebbero un’economia della salvezza che non toccasse i loro vizi, che li approvasse e ne facesse addirittura il fondamento di un premio nell’aldilà.
Il ricco, chiuso nel carcere del denaro, non è mai senza pensiero erroneo; non è mai senza eresia. Ha sempre una dottrina di comodo, e si illude come ben dice il salmo 48/49,19-20: “Anche se da vivo benediceva se stesso : «Si congratuleranno, perché ti è andata bene», andrà con la generazione dei suoi padri, che non vedranno mai più la luce”.
Anche il profeta Amos, nella prima lettura, presenta l’illusione di quanti si lasciano imprigionare dall’insaziabile sete del denaro e credono di potere avere un futuro sicuro: “Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! (…) cesserà l’orgia dei dissoluti”. Certo, Samaria venne rasa al suolo!
Ma si dice che il denaro è anche benedizione di Dio, se è onesto. Certamente, ma bisogna starne ugualmente attenti perché il denaro è sempre pronto a sedurre. Dice il salmo 61/62,11: “Alla ricchezza anche se abbonda, non attaccate il cuore”. Anche se abbonda, anche se dono di Dio, non bisogna attaccarvisi. La ricchezza richiede una continua vigilanza del cuore. La ricchezza deve essere messa continuamente in circolo sotto forma di posti di lavoro, di promozione sociale, di aiuto agli indigenti, di progresso per i popoli, altrimenti essa degenera in idolo maledetto e distruttore.
Fratelli e sorelle, la nostra società è dentro la spirale del denaro. Fuori dubbio! Lo diciamo sempre, e non credo che me lo vogliate contestare. Noi non dobbiamo lasciarci prendere da questa spirale!
Il brano della prima lettera di san Paolo, che abbiamo letto, ci dice la direzione giusta per sfuggire all'arsura delle ricchezze. “Tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza (…). Davanti a Dio (...) ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

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