Bruno FERRERO sdb, "DIO CI ASCOLTA SEMPRE... MA NOI PREGHIAMO CON INSISTENZA?"

16 ottobre 2016  | 29a Domenica T. Ordinario - Anno C   |  Omelia
DIO CI ASCOLTA SEMPRE... 
MA NOI PREGHIAMO CON INSISTENZA?

Nella trama delle letture bibliche proclamate oggi abbiamo incontrato alcune parole che ci sono
familiari.
La prima è "nemico".
C'è sempre un nemico!
Nella prima lettura si tratta di un certo Amalek. Nessuno sa veramente chi è. Nella Bibbia ogni tanto spuntano dei nemici come lui: Babilonia, Edom, Moab… Nei Salmi ce ne sono a iosa. Gli autori biblici vedono in queste nazioni i simboli del male. Potenze più forti degli uomini, che non possono essere vinte con le sole forze umane.

Nel Vangelo, Gesù ci ha raccontato la storia di una simpatica persona che ha anche lei un avversario: una vedova. Le vedove, come gli orfani e gli stranieri, nella Bibbia, rappresentano le persone indifese. Sono il simbolo dell'impotenza assoluta.
Ma questa vedova è combattiva quanto basta. Affronta con decisione un giudice per avere giustizia. Ne sceglie uno rognoso, uno di quei funzionari pigri e disonesti, che a quanto pare esistevano già allora. Un uomo del palazzo, duro di cuore.
La vedova non si scoraggia e comincia a tempestarlo di suppliche finché il giudice deve cedere:

"Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi".

La "morale della storia" secondo Gesù è chiara: "Ma se anche un giudice perfido e disonesto si piega all'insistenza di una vedova inerme

Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente".

La seconda parola è "arma". Se esiste un nemico e lo vogliamo battere, dobbiamo dotarci di armi adatte.
Il mondo va così: non stanno tutti cercando un'arma infallibile e risolutiva?
Nel nostro caso l'arma è una sorpresa.
La storia di Amalek ce lo fa capire chiaramente. Sono le mani alzate in preghiera di Mosè che fanno vincere Israele. Se cessa la preghiera vince Amalek, avanza il male. La preghiera sconfigge il male.
Mosè però si stanca: ha bisogno di essere aiutato. Pregare è lottare, costa fatica: è come un combattimento corpo a corpo contro il nemico più pericoloso, Satana, il principio del male.
Anche nel racconto di Gesù si parla di preghiera e anche qui di una preghiera gridata, incessante, insistente, ininterrotta.

Così ci imbattiamo nella terza parola: la stanchezza. È il vero pericolo, la sottile differenza tra vincere o perdere. La tremenda lima della noia, dello scoraggiamento, del "lasciar perdere tanto...".

Tutto questo riguarda anche il nostro tempo, anche noi.

Una volta, in una piccola città, uguale a tante altre, cominciarono a succedere dei fatti strani.
I bambini dimenticavano di fare i compiti, i grandi si dimenticavano di togliersi le scarpe prima di andare a dormire, nessuno si salutava più.
Le porte della chiesa rimanevano chiuse. Le campane non suonavano più. Nessuno sapeva più le preghiere.
Un lunedì mattina, però, un maestro domandò ai suoi alunni: "Perché ieri non siete venuti a scuola?".
"Ma ieri era domenica! - risposero gli scolari -. La domenica non c'è scuola".
"Perché?", chiese il maestro.
Gli alunni non seppero che cosa rispondere. Si avvicinava il Natale.
"Perché suonano questa musica dolce?".
"Perché sull'albero ci sono le candele?".
Nessuno lo sapeva.
Due amici avevano litigato: si erano insultati, fino a diventare rauchi. "Ora non ho più nessun amico", pensava tristemente uno di loro il giorno dopo. E non sapeva che cosa fare.
La piccola città si faceva sempre più grigia e triste. La gente diventava ogni giorno più egoista e litigiosa.
"Ho l'impressione di aver dimenticato qualcosa", ripetevano tutti.
Un giorno soffiava un forte vento tra i tetti, così forte da smuovere le campane della chiesa. La campana più piccola suonò. Improvvisamente la gente si fermò e guardò in alto.
E un uomo per tutti esclamò: "Ecco che cosa abbiamo dimenticato: Dio!".

Il mondo si può stancare di Dio? Forse lo sta già facendo:
"Bisogna proprio andare a Messa tutte le domeniche?"
"Non mi piace andare in chiesa: è una barba pazzesca! Se tu sapessi quanto mi annoio alla Messa...e poi tutte quelle cose, come si fa ad essere sicuri?"
"La mia nonna mi fa una testa così con le preghiere... E l'Angelo e l' Ave Maria...Non ne posso più!"
"Io prego prego e non succede mai niente!"
Ricordo un ragazzino che parlava con rabbia. Il padre voleva assolutamente che andasse a catechismo "e io non voglio... Finché mi parlavano della storia del popolo di Dio, Abramo, Mosè, Caino e tutti gli altri, mi andava bene. Era divertente. Ma ora vogliono parlarmi di Gesù, dei miracoli... Questo non lo accetto. E quello che accetto ancora meno è che vogliono che ci si creda, che si preghi, che si chieda perdono e tutto il resto. Prima di tutto, io, a Dio, non ci credo e neanche a Gesù e neanche a tutte quelle faccende".

Perché vi meravigliate, allora, se improvvisamente nel Vangelo, Gesù fa una domanda sbalorditiva:

"Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?"

È la frase più pessimista della Bibbia!
Ma di fronte alle chiese sempre più vuote, che cosa pensate?

Una cosa è inequivocabile: la risposta è nelle nostre mani.

Siamo noi, in questo tempo, la generazione che deve rispondere. Se c'è speranza in questo mondo è solo perché risuona ancora il nome di Dio. Milioni e milioni di persone gettano su questo nome le gioie e le paure della propria esistenza. È l'unico nome che porta su di sé il peso dell'umanità e che dà un senso a tutto.
Tocca a noi tenerlo vivo. Tocca a noi tenere le braccia alzate per fermare il male, finalmente.
Tra poco ci alzeremo in piedi e grideremo forte "Credo". Noi ci siamo, Gesù. Noi ci siamo ancora.
Tu hai ancora noi.

Don Bruno FERRERO sdb
Fonte:http://www.donbosco-torino.it/