Padre Paolo Berti, “Zaccheo, scendi subito...”

XXXI Domenica del tempo ordinario      
Lc.19,1-10  “Zaccheo, scendi subito...”
Omelia

Zaccheo non era un povero o un lebbroso che corre da Gesù per essere alleviato dai suoi mali, ma un
uomo ricco, potente: il capo dei pubblicani di Gerico, il che è tutto dire. Gerico era infatti una città prosperosa al tempo di Gesù, e i pubblicani erano gli esattori delle tasse per conto di Roma. Un uomo arrivato, Zaccheo, eppure dentro il suo cuore c’era un senso di vuoto, di fronte a quella ricerca di felicità che è in ogni cuore. Zaccheo percepiva con forza il bisogno di un incontro, di una svolta nella sua vita; così com’era la sua vita non lo soddisfaceva. Era temuto, ricco, ma avvertiva che tutto questo non gli saziava il cuore, anzi proprio il cumulo di ricchezza che possedeva gli faceva comprendere che il suo cuore aveva bisogno d’altro. Così, quando passò Gesù lo volle vedere per avere una percezione di lui, per farsene un giudizio personale. Immaginiamo Zaccheo. Piccolo di statura, non riesce a vedere Gesù a causa della folla, e, non volendo addentrarsi in mezzo alla calca, si arrampica su di un sicomoro, che non è altro che una varietà di fico tropicale. Ben mimetizzato tra le foglie, Zaccheo avrebbe potuto vedere Gesù senza essere visto da nessuno. Non essere visto da nessuno! Cosa importate per lui. Quel sicomoro gli dava la sensazione di poter ottenere tutto senza dovere rendere conto a nessuno. Insomma, una cosa che rimaneva segreta, privata.
Ma Zaccheo vede che il suo osservatorio segreto viene intercettato e per di più viene anche chiamato per nome, e invitato a scendere, e mettersi allo scoperto accanto a Gesù. Zaccheo si sente conosciuto ed amato: “Oggi devo fermarmi a casa tua!”; parole che lo travolgono. “Devo”, dice Gesù; è un dovere che gli nasce dal suo essere il Salvatore. Il fatto è pubblico, avvenuto sotto il sole, e Gesù viene contestato per essere andato da Zaccheo. Questi decide un gesto radicale di difesa del suo Ospite; un gesto che cambia la sua storia. Metà dei beni lo dà ai poveri e un’altra parte per sanare eventuali frodi. Zaccheo non lascia tutte le sue sostanze, Gesù non glielo chiede, ma lascia tutto il suo essere arrivato; perché ora è cominciato il suo cammino, ora la svolta che nebulosamente desiderava. Senza pensarci due volte opera un ridimensionamento, un forte ridimensionamento di quello che aveva. E lo fa con gioia. Zaccheo non dà quattro spiccioli ai poveri, ma la metà dei suoi beni; non una magra elemosina per mettersi a posto.
Non voglio suggerire con questo che si debba dare la metà dei propri averi ai poveri, basterà decidere una piccola somma mensile in base alle proprie possibilità e indirizzarla ai poveri. E’ chiaro che non si può dare a tutti; così quando in una giornata incontriamo due poveri possiamo dire al secondo: “Ho già dato ad un povero prima”; quello capirà. Certo, tutto questo è complicato dalla presenza degli affaristi dell’elemosina, e così siamo nella necessità di dare una valutazione sulla credibilità del mendicante. Comunque, restano sempre i percorsi degli aiuti dati dalle Parrocchie, che giungono a tante famiglie veramente povere.
Chiaro che il gesto di Zaccheo non è un gesto quotidiano; è un gesto riparatore del suo egoismo passato, in modo che nessuno possa più argomentare che il Maestro è andato a cena da un infame peccatore, quale era reputato un pubblicano.
La gioiosa percezione di essere amato da Gesù, nonostante il suo essere un peccatore, ha sconvolto Zaccheo. E’ la percezione di un amore che raggiunge il cuore del peccatore andando oltre il suo peccato, e lo spinge a cambiare tutta una vita.
Dio ha scelto di cambiare l’uomo con l'amore. La sua onnipotenza non può cambiare l'uomo, lo spaventerebbe soltanto, ma l'onnipotenza resa serva dell'amore dall'amore di Dio per noi, facilita la nostra salvezza. L'onnipotenza dispiegata nei miracoli, che Gesù ha fatto per l'utile del corpo (guarigioni, moltiplicazioni degli alimenti, risurrezioni) dimostra la carità di Dio e suscita la fede e la consolida in chi l'ha già. Nessuno mi dica che allora per crescere nella fede ci vogliono miracoli sotto il naso, perché rispondo che di miracoli è pieno il Vangelo e la storia della Chiesa, e credo che per la fede siano più che bastevoli.
Il testo del libro della Sapienza, che abbiamo ascoltato, ci dice che Dio ha compassione di tutti. E' una compassione in atto attraverso la sua onnipotenza: “perché tutto tu puoi” dice il testo della Sapienza. Così l’Incarnazione del Verbo è opera del suo amore per mezzo della sua onnipotenza. L’Eucaristia è opera del suo amore per mezzo della sua onnipotenza. I miracoli sono opera della sua carità per mezzo della sua onnipotenza.
In questo quadro di amore inesausto si colloca il “devo” di Gesù. E’ il “devo” che nasce dalla missione d’amore assegnatagli dal Padre e da lui accettata con amore. Egli è il nuovo Giona, che non ha come messaggio una minaccia distruttiva, ma un messaggio di amore e di salvezza. Messaggio comunicato non solo con le parole, ma nei fatti fino alla morte sulla croce.
“Devo”; anche noi fratelli e sorelle di fronte a una necessità, di fronte a una persona malata, dobbiamo dire: “devo”. Sì; “devo”, perché la carità ci possiede, ci spinge (Cf. 2Cor 5,14) a questo. “Devo”, anche quando la l'indolenza ci vuole afferrare presentandoci tutti i disagi. “Devo”, anche quando la viltà ci fa fuggire le sofferenze che si abbattono su di noi a causa del nostro impegno. “Devo”, poiché se non si obbedisce all’amore si diventa chiusi, tristi, amari. Certo chiusi, tristi e amari, perché non seguendo coraggiosamente Cristo siamo privati della sua luce, della sua consolazione. Il pusillanime è un uomo bloccato perché ha in mente solo le consolazioni umane, e, in fondo, vorrebbe seguire Cristo nella direzione del Paradiso Terrestre, ma questo percorso non c’è più. La direzione da percorrere porta al cielo ed è segnata dalla croce. Ma, chi percorre questa strada vive nell’anticamera del Paradiso. E come sono descritti i tempi messianici nella Bibbia? Come i tempi della gioia, dell’intima unione con Dio, dei cieli aperti, e del cuore inondato dalla grazia dello Spirito Santo. Camminiamo, dunque, lungo la strada tracciataci da Cristo, e nel momento della difficoltà, quando siamo tentati di invertire la direzione del nostro giusto cammino, diciamo: “Viva la croce!”. Allora vinceremo la pusillanimità e ci sentiremo, pur nelle tribolazioni, nell’anticamera del Paradiso, quello del cielo. San Paolo, lo abbiamo inteso nella seconda lettura, ci esorta a rimanere fermi in mezzo alle difficoltà, in mezzo alle falsità e agli allarmismi diffusi per causare paura e disimpegno.
Coraggio, fratelli e sorelle, dobbiamo superare la pusillanimità, allora saremo gioiosi, positivi, e non più acidi e amari; sì, perché avremo in noi la gioia che Gesù ci ha promesso (Gv 15,11).
Dunque, fratelli e sorelle, dobbiamo; e allora “Viva la croce!”, perché se non dici “Viva la croce!” non potrai mai dire con Gesù: “devo!”. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Fonte:http://www.perfettaletizia.it/

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