don Luciano Cantini " La tua fede"

 

La tua fede
don Luciano Cantini  
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (09/10/2016)
Vangelo: Lc 17,11-19 
Lungo il cammino
Questo racconto di Luca ha qualche stranezza che quasi quasi sembra una parabola più che il resoconto di un miracolo che avvenne altrove mentre essi andavano. Andando a Gerusalemme dalla Galilea si passa in Samaria e non viceversa; per evitare contagi i lebbrosi erano costretti a vivere fuori degli abitati, invece Luca racconta che questi dal villaggio andarono in contro a Gesù; poi si viene a sapere che erano dieci, il numero legalmente necessario per costituire una Sinagoga, per poter compiere un atto pubblico di culto o si possa leggere la Toràh in pubblico.
Questo racconto è così ricco di simbologie che ci costringe a osservare queste più che il miracolo in se stesso, la cui natura, fra l'altro, è di per sé altamente simbolica dato il significato che la Bibbia dà alla lebbra come immagine e manifestazione del peccato. La guarigione dei lebbrosi è segno della guarigione della persona, salvata gratuitamente dall'amore di Dio; nessuno è così lebbroso da non avere più speranza nella salvezza.
L'inversione della Galilea con la Samaria parrebbe far emergere questa regione di scismatici, eretici e nemici, anticipando l'immagine finale della gratitudine di questo straniero; per far capire che voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio (Ef 2,19). La tortuosità del cammino raccontato potrebbe anche dirci che nella vita nessun percorso è semplice e lineare, la storia è piena di anda e rianda, di incroci di strade e di storie, di incontri e di scontri.
«Andate a presentarvi ai sacerdoti».
La lebbra, in questo racconto, sembra appartenere alla città degli uomini da dove i dieci lebbrosi provengono; per quanto il genere umano cerchi di circoscriverne il contagio allontanando ed emarginando (cfr Lv 13,45) è costretto a scoprire quanto la lebbra appartenga dalle strade del villaggio e non soltanto nell'aspetto sociale perché il numero di dieci richiama fortemente la comunità religiosa che non è esente dal male e dal peccato. Già Luca aveva raccontato che nella sinagoga c'era un uomo che era posseduto da un demonio impuro (Lc 4,33).
Gesù accoglie questa situazione, non respinge il male, ma rinvia i malcapitati ai sacerdoti, sono loro che secondo la legge sono deputati a individuare la malattia, a sancire l'emarginazione, come a riconoscerne la guarigione. I Sacerdoti del Tempio saranno costretti a riconoscere l'azione salvifica del Signore e l'impotenza della istituzione religiosa incapace di liberazione.
Tornò indietro lodando Dio
Nove sono ubbidienti, alla Legge che prescrive di mostrarsi ai Sacerdoti e a Gesù che ha chiesto loro la stessa cosa. Andrebbero ammirati per la loro solerzia ma sono anche testimoni che la loro religiosità è figlia del "dovere" che li tiene prigionieri di se stessi, delle proprie regole, incapaci di riconoscere il volto di Dio; riduciamo la fede a "un'etica", una "morale fredda", all'adempimento dei Comandamenti "e niente più" (Papa Francesco 09.05.16). Forse siamo così penetrati da una logica di mercato da condizionarci in tutto, compreso la relazione con Dio. Tutto ha un prezzo ed è acquistabile se non col denaro almeno con gli obblighi e l'obbedienza alle regole (pensiamo al catechismo necessario per fare la comunione... o l'offerta per ricordare un defunto, o...) così pensiamo di acquisire diritti. Il samaritano ci ricorda invece la necessità di una relazione gratuita, per lui non contano i riti e le prescrizioni di una religione che gli è estranea, questo gli permettere di cogliere nell'avvenimento della sua vita l'intervento gratuito di Dio e tornò indietro lodando Dio a gran voce. Incontrando Gesù aveva scoperto di aver incontrato Dio e sente il bisogno di ringraziarlo.
La tua fede
Questo straniero ha colto il senso della fede ed è tornato indietro per ringraziare perché è il solo a aver preso coscienza di aver ricevuto un dono. In greco, Luca usa il verbo eucharistôn, lo stesso dell'«Eucaristia».
La fede di questo straniero ci chiede di essere confrontata con la nostra, la sua eucaristia con la nostra, per trovarci deboli perché non abbiamo ancora imparato a riconoscere e ricevere il dono di Dio. La nostra Eucaristia non ha il senso del tornare indietro, perché non abbiamo la percezione delle motivazioni, la scambiamo per un obbligo insulso, se mai da confessare quando sopravvale lo sport o il mare o qualche altra cosa a cui diamo la precedenza, da vivere con l'orologio in mano pressati da altre urgenze.
Lontano da noi l'dea dell'urgenza di un incontro tra fratelli e col Signore come strumento ed espressione di comunione d'amore perché in noi risuoni la sua voce: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!».

Fonte:http://www.qumran2.net/

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