Mons.Antonio Riboldi"Chi si umilia sarà esaltato"

Omelia del 23 ottobre 2016
XXX Domenica del Tempo Ordinario
Chi si umilia sarà esaltato
Ottobre è il mese che la Chiesa dedica alla missione: è necessario continuare ad evangelizzare,
ripetendo che ogni uomo, nessuno escluso, non è ‘totalmente uomo’, creatura di Dio, se non è illuminato e sostenuto dalla stupenda verità che Gesù ha condiviso con i Suoi, cioè la Buona Novella del Vangelo: siamo tutti amati dal Padre e Lui attende il nostro amore, una verità che deve diventare esperienza di vita. In questo mese è doveroso pensare ai tanti nostri missionari che senza badare ai sacrifici, condividendo la povertà di tanti,, mettendo in conto il pericolo di sacrificare la vita, portano l’amore di Dio in terre lontane e spesso pericolose. Ma proprio il ricordarli ci deve spingere ad altrettanta generosità, iniziando la missione evangelizzatrice nelle nostre famiglie, nelle comunità, ovunque…. senza false paure, ma anche seguendo la via maestra per diventare portatori della Gioia del Vangelo, facendone partecipi i nostri fratelli - vera essenza della missione – e cioè l’umiltà: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”

La Parola di Gesù nel Vangelo di questa domenica è diretta a noi, Suoi discepoli, che viviamo in un

tempo in cui si assiste alla voglia sfrenata  di mettersi in mostra, di ‘contare’, senza più la capacità di ‘guardarsi dentro’ e riconoscere il ‘poco’ che siamo. Sembra ripetersi all’infinito, nella storia dell’uomo, la tentazione che in origine portò i nostri progenitori a disobbedire a Dio, per … diventare come Lui. Si è persa in troppi la misura della propria condizione di semplice creatura, per cui si fa di tutto per ‘sentirsi onnipotenti’…. senza più pensare che è ben altra la ‘vera immagine divina’, che dobbiamo coltivare dentro di noi e davanti agli occhi di Dio.

Così oggi Dio ci parla attraverso il Libro del Siracide:

“Il Signore è giudice e per Lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né della vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”. (Sir. 35, 15b-17.20-22a)

Più una persona è davvero interiormente ‘grande’ e più è davvero umile, non si dà arie, ma anzi ha la netta percezione di essere l’ultimo … e per questo il Cuore del Padre ha ‘un debole’ per lei! Quanta gente umile, che non ha ‘mostrato’ la sua importanza o posizione, ho avuto modo di conoscere ed ammirare. La loro modestia, questo quasi sentirsi ‘inferiori’ a tutti, li corazzava di un grande silenzio, che però illuminava, senza che loro stessi se ne accorgessero.

Gesù, oggi, evidenzia con chiarezza i due atteggiamenti dell’umile e del superbo.

“In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: ‘Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: ‘O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo’.

Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’.

Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”. (Lc. 18, 9-14)

Tutto nel fariseo indica una sorta di colloquio alla pari con Dio: la posizione eretta del corpo, e soprattutto la preghiera snocciolata tra sé e sé, come incensasse…se stesso! Quest’uomo non solo non sta pregando Dio, ma potremmo dire che… non sta proprio pregando!!!

Semplicemente sta esaltando se stesso a se stesso, s’inchina all’idolo della sua presunta giustizia: il suo io. Si autoconvince della propria ‘superiorità’. Un quadro che sa di molto narcisismo.

Ben diverso è l’atteggiamento del pubblicano: il suo quasi non osare di alzare gli occhi al cielo e le scarne parole, in cui vi è tutta la consapevolezza di essere peccatore, quindi… nessuno!

Ma è proprio questa preghiera che commuove il Cuore di Dio.

Diceva il nostro caro e beato Paolo VI:

“Non abbiamo la sapienza – e si chiama umiltà – di chiamarci creature. Perciò manchiamo di capacità e spesso di volontà di riconoscere la trascendenza divina che darebbe a tutto il nostro pensiero la visione della proporzione, dei valori, la voglia di pregar e sperare, la gioia vera di vivere. Noi parliamo di noi stessi come fossimo padroni della nostra vita e non soltanto responsabili del suo impegno ... Siamo egoisti e perciò orgogliosi e presuntuosi. Se avessimo il senso delle proporzioni vere e totali del nostro essere, avremmo maggiore entusiasmo di ciò che siamo realmente. La piccolezza nostra e la grandezza di Dio formerebbero i poli del nostro pensiero e, sospesi tra il nulla della nostra origine e il tutto del nostro fine, comprenderemmo qualche cosa del grande e drammatico poema della nostra vita”. (15-08-1957)

Meditando sulla grande virtù dell’umiltà, sfilano nei ricordi della mia vita tanti esempi di ‘grandi santi’, la cui grandezza appariva proprio dalla loro semplicità.

Voglio solo ricordare uno degli incontri con Santa Madre Teresa di Calcutta.

Un giovane, ammirato dalla sua ‘notorietà’, le chiese press’a poco così: ‘Madre, cosa si sente nel vedersi ammirata per la sua grandezza spirituale?’.

‘Mi sento quello che veramente sono davanti a Dio, un nulla. Quello che opero non sono mie opere, ma Sue. Io sono solo la matita tra le mani di Dio, di cui Lui si serve per compiere grandi cose’.

Era come risentire il cantico di Maria SS.ma, nella sua visita a S. Elisabetta, dopo l’annuncio dell’Angelo, chiamata a essere madre del Figlio di Dio: ‘Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, perché ha guardato all’umiltà della Sua serva, Santo è il Suo Nome’.

Come ha detto Papa Francesco in un’Udienza Generale, spiegando proprio questa parabola, ricordiamo che “non basta domandarci quanto preghiamo, dobbiamo anche chiederci come preghiamo, o meglio, com’è il nostro cuore: è importante esaminarlo per valutare i pensieri, i sentimenti, ed estirpare arroganza e ipocrisia … dobbiamo pregare ponendoci davanti a Dio così come siamo. Siamo tutti presi dalla frenesia del ritmo quotidiano, spesso in balìa di sensazioni, frastornati, confusi.

È necessario imparare a ritrovare il cammino verso il nostro cuore, recuperare il valore dell’intimità e del silenzio, perché è lì che Dio ci incontra e ci parla. Soltanto a partire da lì possiamo a nostra volta incontrare gli altri e parlare con loro …

Nella vita chi si crede giusto e giudica gli altri e li disprezza è un corrotto e un ipocrita.

La superbia compromette ogni azione buona, svuota la preghiera, allontana da Dio e dagli altri.

Se Dio predilige l’umiltà non è per avvilirci: l’umiltà è piuttosto condizione necessaria per essere rialzati da Lui, così da sperimentare la misericordia che viene a colmare i nostri vuoti.

Se la preghiera del superbo non raggiunge il cuore di Dio, l’umiltà del misero lo spalanca.

Dio ha una debolezza: la debolezza per gli umili. Davanti a un cuore umile, Dio apre totalmente il suo cuore … Ci aiuti lei, la nostra Madre, a pregare con cuore umile. E noi, ripetiamo per tre volte, quella bella preghiera: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.

Così sia!



Antonio Riboldi, Vescovo

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