padre Gian Franco Scarpitta, "Compendio del Credo"

Compendio del Credo
padre Gian Franco Scarpitta  
XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (16/10/2016)
Vangelo: Lc 18,1-8 
"Tutto posso in Colui che mi da la forza!" (Fil 4, 14) esclama Paolo mentre si proclama iniziato a
tutto e pronto per ogni opera e in altri isolati riferimenti la Scrittura per intero gli fa eco. Qualsiasi successo o conquista realizzata non dipende dalle nostre sole capacità e anche gli stessi talenti vanno inquadrati come doni dello Spirito per l'edificazione di tutti, cioè come carismi. Ogni nostra potenzialità, attitudine, competenza è un carisma infuso dallo Spirito, un'elargizione divina che ci fa dipendere da Colui che ce ne ha fatto dono. E' il Signore che ci dona forza e capacità, noi semplicemente esercitiamo queste mettendo a frutto nient'altro che un dono del suo Spirito. E così avviene in questo spettacolare episodio di belligeranza che si descrive fra Israeliti e Amaleciti che combattono a Refidim: non per la competenza militare o per solerzia vince l'esercito di Mosè, non per la sua maestria e capacità, ma solo perché Dio lo sostiene.
Sollevare le mani espressione di abbandono fiducioso in Dio, abbassarle sottende a voler prescindere dal sostegno divino sovrannaturale. In questo caso è necessario tenere le mani alzate, anche quando ci si dovesse stancare o debba coglierci la tentazione di arrenderci alla debolezza o all'ignavia. Ecco perché Aronne e Cur provvedono a che Mosè tenga sempre le mani sollevate verso l'alto. E' necessario che si usufruisca nient'altro che della forza scaturita da Dio, del talento e del carisma e non già di conclamate capacità personali. Non che le nostre risorse non contino nulla, non che dobbiamo mancare di credere in noi stessi o autocompatirci e neppure è lecito non considerare ciascuno le proprie qualità. Ognuno deve anzi stimare se stesso e sapersi valutare adeguatamente. Illecito è però presumere solamente nelle proprie forze, idolatrarsi e concepirsi con esagerata ostentazione, come se ogni nostro potenziale dipendesse esclusivamente da noi. Considerare invece che ogni nostra risorsa è un carisma dello Spirito apporta in noi l'umiltà necessaria a manifestare riconoscenza e fiducia in Chi ci ha istruiti e ci conduce avanti. Non si tratta altro che di un atto di fede, cioè di abbandono spontaneo e fiducioso all'assistenza di Colui che interviene a nostro favore. Quella fede che dischiude tutte le porte, a volte anche quelle immediatamente impensabili e irraggiungibili e che adesso ci fa considerare quanto segue: se un giudice irremovibile e ostinato alla fine si decide a fare giustizia a una vedova importuna che lo tedia e lo perseguita, Dio non si sente affatto perseguitato dalle nostre preghiere e ogni qual volta gli rivolgiamo un solo atto di fede, quale Padre misericordioso è sempre pronto a intervenire a nostro favore. La preghiera è espressione della fede profonda, esteriorizzazione del sentimento di amore filiale che esterniamo nei confronti di Qualcuno che ci ascolta con attenzione sempre pronto a venirci incontro nelle difficoltà, anche quando ci sembri che non presti ascolto alle nostre richieste. Qualsiasi preghiera è un piccolo compendio del nostro Credo, perché ribadisce in noi l'affidamento spontaneo di fiducia di cui quel gesto di Mosè è una semplice espressione. Il rapportarsi a Dio nell'orazione e l'apertura del cuore spontanea, libera e fiduciosa accresce la serenità e aiuta a vivere il quotidiano senza che gli eventi cin travolgano o che le situazioni si impossessino di noi. E che le nostre battaglie giungano a buon fine. "Chi prega, si salva" diceva un saggio Santo, soprattutto perché rinnova la convinzione di non dovere ogni cosa alle sue sole risorse, ma di dover confidare sempre in Colui che ci da' la forza, mentre a lui tendiamo le mani.

Fonte:http://www.qumran2.net/

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