padre Gian Franco Scarpitta, "Essere giusti per divina misericordia"


Essere giusti per divina misericordia
padre Gian Franco Scarpitta  
XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (23/10/2016)
Vangelo: Lc 18,9-14 
Un fariseo e un pubblicano a confronto. Non fra di loro e neppure con terze persone ipotetiche, ma
ciascuno a rapporto con il Signore. Ciò che conta non è insomma che li osserviamo noi e tracciamo paragoni su di loro, ma che ciascuno di essi si confronti con il Signore. E' a Dio infatti che il fariseo rende lode per la sua integerrima condotta di scrupoloso osservante delle norme mosaiche sul digiuno, sul pagamento della decima e altre prescrizioni, tutte effettivamente adempiute con impeccabile puntualità; è a Dio che egli si atteggia in posizione eretta, secondo la prassi rituale giudaica, dandosi a una preghiera ipocrita e presuntuosa che lo legittima a ritenersi superiore al pubblicano che gli sta accanto: "Ti ringrazio perché non sono come questo pubblicano", quasi come se la preghiera autorizzasse la propria spocchia e l'esecrazione degli altri! Sempre davanti al Signore, come sottolineano anche alcuni esegeti, questo fariseo ostenta una giustizia che sembra provenire esclusivamente da lui, della quale egli solo ha il merito e in forza della quale Dio dovrebbe sentirsi "obbligato" nei suoi confronti. Forse risiede in questo la colpa del fariseo, zelante conoscitore della Legge di Mosè e del Talmud (raccolta di tradizioni dell'antico Israele): nell'attribuire a se stesso i meriti del suo essere impeccabile, nel vantare come propria la perfezione di cui tende a fare sfoggio e di pretendere ricompense ed elargizioni quasi come se Dio avesse debiti di riconoscenza nei suoi confronti.
Dicevamo poc'anzi che il fariseo si colloca a confronto con Dio e di fronte a lui esalta se stesso. Nulla di più sbagliato, perché il vero confronto con chi è pur sempre un Altro da noi dovrebbe portare ad esaminarsi, non ad esaltarsi. Nei riguardi di Dio ciascun uomo dovrebbe concepirsi come insufficiente per il solo fatto di essere uomo; operare una necessaria introspezione che lo conduca certamente a valorizzare il proprio potenziale, indubbiamente a valorizzare e a stimare se stesso e le sue risorse, ma non senza considerare le immancabili lacune e le defezioni che tutti ci caratterizzano. Se il confronto con il Signore è reale, esso conduce a riconoscerci in ogni caso immeritori e peccatori, sempre in debito nei confronti di Chi comunque ci usa misericordia. E i nostri meriti? Le nostre adempienze? E i nostri lati in positivo? Non sono certo di nostra personale origine e non si ascrivono alle nostre capacità e alle qualità da noi coltivate e custodite, ma vanno riconosciuti come dono di origine divina, per il quale rendere grazie senza enfasi eccessiva di autoesaltazione. Si tratta infatti di carismi, cioè di qualità infuse dallo Spirito, di talenti da mettere a frutto dei quali rendere lode mentre si chiede perdono per i propri peccati. Nessuna giustizia è mai propria dell'uomo, ma è Dio che adempie ogni giustizia, poiché Lui solo è in grado di rendere giusto l'uomo. Nel confronto con il Signore l'uomo si trova raggiunto dalla grazia giustificante per la quale scopre di essere stato reso giusto, messo in condizioni di meritare e di salvarsi.
Paolo nella Lettera ai Romani e in Galati parlerà della "giustizia di Dio" (Dikaiousyne Teou) come l'intervento con cui Dio rende l'uomo "giusto", cioè in grado di ristabilire i rapporti con Lui; il che avviene in modo esaltante sul legno della croce (Rm 5, 8; Gal 5, 4) ma anche in questo contesto è evincibile che ogni "giustizia" non è prerogativa umana ma conseguenza dell'azione di grazia da parte di Dio. Essa coincide quindi con la gratuità e con la misericordia e in questa ottica essa va guardata e interpretata, poiché il fatto che solo il Signore è in grado di renderci giusti attesta all'evidenza del suo amore e della sua misericordia spontanea e ineccepibile. Atteggiamento riprovevole del pubblicano è quello di non confidare nella misericordia con cui Dio gli fa dono della giustizia, di prescindere da essa e di vantare una falsa giustizia, che decade proprio nella sua stessa preghiera tronfia, altezzosa e auto affermativa. Non può essere giustificato chi giustifica se stesso in partenza con i propri mezzi. E infatti il nostro pubblicano non viene giustificato affatto. Confidare in una giustizia propria, vantarsi di se stessi senza pensarsi peccatori e bisognosi di misericordia, esaltare le proprie qualità a discapito della conoscenza dei limiti, equivale a gonfiarsi di orgoglio e di presunzione e per ciò stesso dimostrare di non radicarsi nella vera fede in Colui dal quale tutto dipende. Di conseguenza precipitare nella vanità e nella protervia che allontanano da Dio e dal prossimo e nei confronti degli altri conseguentemente ci si ergerà a giudici vanitosi. Tale è la condizione del fariseo così altezzoso che non può trovare gratificazione di fronte a un Dio il cui procedere è ben diverso da quello dell'uomo e i cui parametri di preferenza prediligono soprattutto gli ultimi, i poveri e gli indifesi (Prima Lettura) e per ciò stesso chi si associa a loro nell'umiltà.
A confronto con il Signore è anche il pubblicano, uomo legato agli affari del governo di Roma per il quale si impegnava a riscuotere le tasse e i tributi, frodando spesso la gente. Un ladro miscredente, dunque, ben lungi dalla fisionomia dotta e spiritualmente elevata propinataci dal fariseo. Ebbene, in questo soggetto del tutto estraneo ai canoni di ritualità mosaica, si evince la consapevolezza di non aver nulla da ostentare a Dio ma tutto da meritare da lui. La posizione del capo reclinato lo induce a riconoscersi peccatore, bisognoso di misericordia e di predetta "giustificazione" e in fine dei conti mostra molta più coerenza di fede di qualsiasi altro sedicente fedele o credente. La sua umiltà e la sua buona disposizione gli otterranno più ricompense quante saranno le riprovazioni che riceverà il fariseo millantatore, perché nel suo agire dimesso e contrito vi è una volontà di emendazione, una sottesa sincerità e trasparenza e una buona prospettiva di vita per il futuro.
Coleridge diceva che "il peccato prediletto del demonio è l'orgoglio che scimmiotta l'umiltà" e questo in effetti è alla radice di ogni demerito e sfregio di tutte le virtù. L'umiltà invece "è quella virtù che, quando la si possiede, non si crede di averla" (M. Soldati) e solo a queste condizioni essa è veramente tale.
Anche la preghiera, espressione della fede, inizia con l'umiltà. Quale orazione potrebbe mai essere ben accetta al Signore quando sia motivata dalla tracotanza e dalla presunzione, quale preghiera potrà mai essergli gradita quando ad essa è affinata la malizia e l'affezione al peccato?

Fonte:http://www.qumran2.net/

Post più popolari