Padre Paolo Berti, “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”

Solennità di tutti i santi      
Mt.5,1-12  “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”
 Omelia 
Pensando ai santi noi sentiamo spontanea la venerazione: sono gli amici intimi di Dio, si sono
consumati per il Vangelo, hanno lasciato una traccia luminosa di sé sulla terra.
Gli uomini, lo sappiamo, onorano i combattenti eroici; onorano coloro che si sono dedicati al bene dell'umanità nella scienza medica; onorano coloro che hanno portato avanti disegni sociali con coerenza e sacrificio; onorano coloro che si sono distinti nell’arte, e così via. Noi cristiani, animati dallo Spirito Santo, onoriamo gli eroi di Cristo, veneriamo coloro che, animati pienamente dalla carità, si sono dedicati al supremo bene: dare Dio agli uomini; farlo conoscere, irradiarlo, percorrendo le più varie strade: i sentieri del silenzio dei deserti, le corsie degli ospedali, le aule scolastiche, i posti di lavoro, le famiglie, i luoghi di ritrovo. Oggi noi veneriamo chi ha fatto del bene, bene, cioè in Cristo. E non solo li veneriamo, stupiti della loro grandezza, ma anche li invochiamo affinché ci aiutino con la loro intercessione nel nostro cammino; e ci sentiamo presi dai loro esempi di vita e li vogliamo imitare nelle loro virtù. Imitare - sia ben chiaro - non vuol dire scimmiottare, ma vuol dire vivere l’esempio della loro audacia nel Signore, della loro carità, della loro perseveranza. Ciò nella grande realtà soprannaturale “della comunione dei santi”.
La Chiesa canonizza i santi, ma non tutti i santi sono canonizzati; ci mancherebbe - è notissima questa osservazione - che i santi fossero solo quelli canonizzati; per questo oggi la Chiesa li vuole comprendere tutti; e sono un numero immenso.
Pensare a loro non è un porsi di fronte a degli esempi invalicabili. No, Dio non ci dà nei santi un vertice oltre il quale non si può andare; solo Maria è un vertice insorpassabile. Dio, nel suo amore, non fissa un limite al dono di santità oltre il quale non vuole andare, nel senso che non ci dice che nessuno mai potrà amarlo più di san Francesco, più di san Pio. Il limite Dio non lo trova in sé, lo trova in noi.
Quante volte i santi hanno detto ai loro ascoltatori (nelle piazze, nelle case, nei confessionali, accanto ai letti d’ospedale, nei campi, sulle rive dei mari, sulle cime dei monti, nei deserti, ovunque): “Fatevi santi! Fatti santo!”; questo era il loro massimo desiderio, e al pensiero di poter essere sorpassati ne risultavano contenti, perché amavano Dio e desideravano vederlo amato.
Dunque, fratelli e sorelle, non rimaniamo bloccati di fronte ai santi, ma ascoltiamo il loro invito che è esattamente quello di Dio: “Fatevi santi!” (Lv 11,44). Dobbiamo, tuttavia, riconoscere la nostra lampante pochezza, la nostra piccolezza di fronte ai santi e chiederne umilmente l’aiuto. Dobbiamo essere umili e anche umiliare la nostra umiltà, poiché altrimenti ci vanaglorieremmo della stessa nostra umiltà.
Certo nessuno pensi di superarli i santi, ma certo “i cieli sono aperti” alle scalate della santità, lungo la via tracciata da Cristo.
Dio, perennemente fedele alla sua opera salvifica, ci invita sempre alla santità suscitando anime con una particolare missione di luce, visto che spesso l’uomo fa patti con la mediocrità e la fa passare per santità. Ma, per realizzare questa particolare missione, l’anima chiamata a tanto deve avere un’eroica e puntuale corrispondenza al dono ricevuto, nell’appartenenza alla Chiesa, nella vita sacramentale, nella preghiera, nel sacrificio. Allora risplenderà la santità, e per tanti si avrà la possibilità di cogliere il vissuto del Vangelo, e di diventare santi, e anche grandi santi. Senza eroica corrispondenza le anime chiamate ad essere particolare luce in mezzo alle nostre mediocrità scadono in diffusori di luce affaticante, triste. Tanti chiamati a particolari missioni di luce sono finiti nel buio.
Ci sono santi che sono diventati tali nella vita consacrata; santi che sono diventati tali nella vita coniugale; santi che sono diventati tali nella vita sacerdotale; santi che sono diventati tali mentre esercitavano una professione: un imprenditore, un medico, un politico, un avvocato, un insegnante, un bidello.
Certo che lo stato celibatario, consacrato, è migliore di quello coniugale, come dice san Paolo nella prima lettera ai Corinzi (7,32-35), ma è ben possibile che dei coniugi salgano agli onori degli altari, mentre tanti e tanti consacrati concludano i loro giorni nella mediocrità.
Lo stato di un consacrato dà la possibilità di amare Dio con cuore indiviso, ma è pur vero che i consacrati riversano sui coniugi la ricchezza della radicale testimonianza dei beni eterni, e dunque donano luce ai coniugi nel cammino della santità. Ma anche i coniugi, le famiglie, danno al consacrato la bella immagine di una vita intessuta nella concretezza quotidiana, nell’affetto solidale, così che egli ne riceve un benefico influsso contro il pericolo di astrazioni e quindi di percorsi illusori.
Dunque, ognuno viva il suo stato puntando alla santità, cioè alla conformità a Cristo; poi il giudizio lo darà il Signore. I santi non si sono lasciati prendere dal pensiero di valutare quanto erano santi, si sarebbero perduti. Chi è santo dunque, dice l’Apocalisse (22,11), continui a farsi santo.
Ma, ancora uno sforzo di attenzione. La santità ha come fine la gloria di Dio e da questo ne deriva la felicità della creatura. Dare gloria a Dio testimoniandolo nelle difficoltà. Dare gloria Dio vincendo l'Accusatore che elenca a Dio i difetti degli uomini per dirgli che non può trarre gloria da loro (Ap 12,10-11). Così la glorificazione di Dio sgorga dalla dolce unione con Dio della creatura, e in tale unione la creatura trova la sua felicità.
Glorificare Dio è riconoscerne l’infinito amore, è servire al suo disegno d’amore per l’uomo, è corrispondere al suo amore. Il modello perfettissimo di questo è Cristo, vero Dio e vero uomo, il glorificatore, nella sua umanità, del Padre, e, sempre nella sua umanità, il perfetto, inarrivabile, fruitore del Padre, della beatitudine che procede dal Padre.
Noi tendiamo, feriti dalla colpa originale, a voler glorificare noi stessi. Ma se vogliamo glorificare noi stessi da noi stessi, o attirando gloria dagli altri, la nostra è gloria vuota. Se, invece, glorifichiamo Dio con la nostra vita, Dio glorificherà noi. E come ci glorificherà? Appunto, dandoci eternamente se stesso, nella visione beatifica del cielo. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

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