Padre Paolo Berti,“E Dio non farà giustizia ai suoi eletti...?”

XXIX Domenica del tempo ordinario           Lc.18,1-8
“E Dio non farà giustizia ai suoi eletti...?”
Omelia 
La parabola del giudice iniquo e della vedova presenta la necessità di pregare sempre. Non perché
Dio sia come il giudice pigro e sfaticato, che di fronte al caso di una vedova non si entusiasmò e la trascurò, esaudendola solo quando questa mise in difficoltà il suo quieto vivere, ma perché sempre abbiamo bisogno dell'aiuto di Dio sia per migliorare nel cammino della santità, sia nel lavoro, sia nelle relazioni con gli altri. No. Dio non fa aspettare nessuno che lo preghi con fede e amore. Non fa aspettare nessuno che abbia fede in lui e subito gli concede forza davanti all’avversario che lo colpisce; gli dà giustizia di fronte agli attacchi dell'iniquità; lo sostiene nelle tribolazioni delle malattie.
Pregare incessantemente vuol dire avere riconosciuto il continuo bisogno dell’aiuto del Signore e non solo, vuol dire avere gustato come è dolce stare con il Signore lodandolo, ringraziandolo, riparando al disamore che gli uomini gli danno.
Lo sappiamo, il mondo di fronte al giusto agisce con rifiuto e durezza. Così, se il giusto viene calpestato nel suo diritto (la libertà di esprimere la propria fede, ad esempio) spesso non c’è attorno a lui chi si muove a difenderlo, ma subito Dio si muove in suo soccorso.
“Vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno” ci dice il Signore (Mt 10,17), affermando che chi lo segue non deve preoccuparsi di che cosa o come dire, poiché lo Spirito del Padre agirà in lui fortificandolo e gli suggerirà quanto deve dire pur davanti alle intimidazioni.
Ma posta questa certezza, Gesù rivolge un interrogativo ai suoi ascoltatori, a noi: “Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. La risposta a questo interrogativo non è altro che il riconoscere la nostra responsabilità nel mantenere la fede. Dio non manca mai di sostenerci in essa, ma noi possiamo bloccare ogni suo aiuto.
La Rivelazione (Cf. Ap 20,9) ci dice che Cristo verrà quando la Terra rifiuterà l'amore di Dio. Verrà quando le moltitudini avranno stroncato ogni impulso del loro cuore alla fede. Resterà la fede della Chiesa, salda in mezzo alle fiumane delle persecuzioni.
Fratelli e sorelle, la vedova aveva un avversario e chiedeva giustizia al giudice. La Chiesa non chiede la condanna dell'avversario, ma che si converta e viva. La giustizia di Dio nei confronti della Chiesa è quella di sostenerla nei combattimenti contro il mondo e il suo nero principe, il demonio. Dio è giusto, fedele alla sua alleanza siglata nel sangue di Cristo e sempre assiste la Chiesa, così che “le potenze degli inferi non prevarranno su di essa” (Mt 16,18). Qui in terra la Chiesa è militante e combatte con l’arma della preghiera e della luce della Parola. Chi si dimentica di essere un milite è già un disertore. Vi ricordate Pietro, che disertò e scelse un focherello acceso per mimetizzarsi, per farsi dimenticare? Dico che dobbiamo essere sempre consapevoli che siamo in stato di battaglia permanente contro la carne, il mondo e il demonio. Paolo non si sente ripetitivo nel dire a Timoteo di restare saldo, perché sempre dobbiamo vincere la tentazione di chiuderci nel quieto vivere, nell'inerzia tanto contraria allo stato di milite di Cristo.
La prima lettura ci dà un'illustrazione efficace del nostro essere militi.
La battaglia tra Israele e Amalek non venne, infatti, decisa dalla forza delle armi, ma dalla preghiera di Mosè. Mosè non si stancò di pregare; si sedette, si fece sostenere le braccia, ma non smise di pregare. Quando pregava vinceva Israele e quando non pregava vinceva Amalek. Aveva le mani levate in segno di supplica e tra le mani aveva “il bastone di Dio”, che fuori dubbio era una figura della futura croce di Cristo.
Con ciò, abbiamo la spiegazione del perché oggi Amalek (figura del mondo che segue il maligno) avanza tanto. La ragione è che la preghiera è diminuita, molto diminuita, e anche quando esiste tante volte è mal fatta. Spesso preghiamo quando ci viene, senza un programma stabile, ma Mosè, abbiamo visto, continuò a pregare fino al tramonto del sole senza desistere. E la preghiera va fatta in Cristo; molti, infatti, vogliono pregare il Padre senza poi essere uniti a Cristo. Ma nessuno va al Padre se non per mezzo di Cristo, come nessuno diventa intimo di Cristo se non accoglie nella sua vita la madre di Cristo.
Perché si scarta Cristo? Semplice; perché si scarta la croce. Ma se scartiamo la croce di Cristo, cosa diventa la celebrazione Eucaristica? Diventa solo un momento di convivialità, un momento di canti, di preghiera insieme. Ma non sarà vera convivialità, vero canto, vera preghiera, perché nella celebrazione Eucaristica è presente la croce, e noi vi partecipiamo veramente quando non siamo prigionieri del quieto vivere, ma accettiamo disagi e sofferenze. Ma poi il quieto vivere darà veramente qualcosa? No, alla fine darà dolori, disillusioni amare.
Voi non ci crederete, ma un sacerdote vede benissimo se la sua assemblea vive la Messa; vede se l’orizzonte dei partecipanti sono i beni della terra. Lo vede dal volto, dagli occhi, dal tono stesso della voce con cui si pronuncia la preghiera. Quante voci, infatti, lasciano trasparire un interno fiacco! Un Pater recitato distrattamente è un indice pessimo. Una fuga dalla chiesa alle parole “La Messa è finita, andate in pace”, non è un buon indice. Sguardi assenti durante l’omelia non sono un buon indice. E allora? Allora in tal modo i militi non si fortificano, non prendono ardore, forza; così nella lotta contro lo spirito del mondo si rivelano fiacchi combattenti, pronti a rifugiarsi attorno al fuocherello del privato, e quindi alla fine disertori. E così la Parola non viene annunciata, né con la forza dell’esempio né con la voce. Paolo raccomanda a Timoteo di annunciare sempre la Parola, “Insisti al momento opportuno e non opportuno”, il che vuol dire anche quando questo comporta il rischio di una reazione ostile. Ma il soldato vile annuncerà la Parola solo quando non c’è alcun rischio, ed è per questo che ci sono tanti annunciatori nei caldi ovili del cristianesimo. Vili! La viltà apre a tutti i peccati, perché è direttamente contraria alla testimonianza.
Lo Spirito Santo mette sul nostro labbro una parola chiara, forte, incisiva, ma noi subito la snerviamo, la rendiamo fiacca, incapace di scuotere, perché abbiamo paura delle conseguenze, di compromette il nostro quieto vivere, che oggi con termine sociologico chiamiamo “riflusso nel privato”.
Annunciare la Parola del Signore è una necessità perenne, un'urgenza costante perché il tempo è vicino,cioè il tempo nel quale Cristo ritornerà a giudicare i vivi e i morti. Il tempo è vicino (Ap 1,3; 22,10) in ogni caso perché per il Signore mille anni sono come un giorno solo (2Pt 3,8). Senza  tensione escatologica non c’è annuncio della Parola, proprio perché c’è appiattimento al solo presente.
Il Signore verrà a giudicare “i vivi e i morti”, dice Paolo, ed è parola che noi pronunciamo nel Credo. Verrà a giudicare i vivi e i morti; cioè verrà a giudicare tutti gli uomini. I vivi, cioè vivi nel Signore, che risorgeranno gloriosi. I morti, quelli che hanno in loro la grande morte, cioè l'eternizzazione del rifiuto di Dio. Paolo non dice che alla fine del mondo resteranno dei vivi sulla terra, poiché la morte è assegnata a tutti gli uomini. Tutti gli uomini periranno sulla terra, ma i giusti periranno in un’estasi d’amore. Poi, dopo la risurrezione, il giudizio universale.
Fratelli e sorelle, in quel giorno ogni cosa sarà conosciuta, di bene e di male, e sarà a gloria di Cristo e dei salvati e confusione e terrore per coloro che hanno rifiutato la somma della somma della somma dell'amore di Dio. Tutto della storia sarà svelato: le trame segrete, occulte, i retroscena tristi; ma anche i meriti, le preghiere, le sofferenze dei giusti. Tutta la storia sarà conosciuta; quella vera, e non quella dei libri, che anche quando è corretta non può cogliere l’interezza delle cose, degli avvenimenti.
Noi, fratelli e sorelle, seguendo la parola di Gesù diciamo che non vi è nulla di segreto che non sia manifestato e venga in piena luce (Lc 8,17). E allora, se siamo militi vili, amanti dei piaceri, non possiamo credere di passare per buoni in eterno, anche se ci siamo preoccupati di passare per tali sulla terra. Il nostro è stato solo buonismo, bon ton, e non siamo stati veri nella carità.
Dio è assoluta fedeltà, la nostra preghiera è nutrita di questa fede. Dio ci fa giustizia; sì perché ci fa vincere gli avversari che ci combattono. La vittoria del mondo e del demonio su di noi ci lega all'odiare, la nostra vittoria in Cristo ci fa invece crescere nell'amare. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Fonte:http://www.perfettaletizia.it/

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