Abbazia Santa Maria di Pulsano, #LectioDivina «dei sadducei e la resurrezione»


Domenica «dei sadducei e la resurrezione»
XXXII Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

Lc 20,27-38 (leggere 20,27-40); 2 Mac 7,1-2.9-14 (leggere 7,1-42); Sal 16; 2 Ts 2,16-3,5 (leggere 2,13-3,5)

Antifona d’Ingresso Sal 87,3
La mia preghiera giunga fino a te;
tendi, o Signore, l’orecchio
alla mia preghiera.

Nell’antifona d’ingresso (Sal 87,3, SI) il Salmista è consapevole della sua fine prossima: «vicino agli
inferi sta l’anima mia» (v. 4b), e per questo si rivolge verso l’unico suo “Rifugio” con la sua supplica. Questa è un’epiclesi affinché la sua voce giunga fino alla Presenza del Signore, davanti al trono della sua grazia, sempre propizia e favorevole. In parallelismo sinonimico, con una seconda epiclesi l’Orante chiede che il Signore tenda il suo orecchio benigno all’ascolto di questa voce supplicante (v. 3; e 30,3; 85,1). Il che, secondo la teologia simbolica così espressiva, non può avvenire se il Signore non scende proprio Lui, se non si fa vicino, come una Persona che accetta il colloquio con la persona del suo fedele. Si possono qui riconoscere i temi e il desiderio della venuta escatologica del Signore.

Canto all’Evangelo Ap 1,5.6
Alleluia, alleluia.
Gesù Cristo è il primogenito dei morti:
a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli.
Alleluia.

Il canto all’evangelo, Ap l,5a.6b, è l’acclamazione iniziale dell’Apocalisse, una dossologia a Gesù Cristo, il Primo dei risorti dai morti, che dà speranza ai "seguenti", i fedeli. A Lui si riconoscono e si tributano «la gloria e l’impero». Questa formula è usata qui anche in senso polemico contro il culto idololatrico che si tributava allora all’imperatore romano.
Nelle ultime 3 Domeniche del Tempo per l’Anno il Lezionario imprime come un movimento accelerato verso la conclusione e la fine. I testi della santa Liturgia fanno entrare sempre più nelle realtà ultime dell’esistenza. Realtà del mondo che termina e degli uomini che consumano la loro vita, realtà della storia che corre alla sua definizione e al suo epilogo, della vita che è esistere e agire più o meno consapevolmente alla presenza del Signore e davanti ai fratelli, e che esige alla fine un rendiconto. Si ha qui quella che oggi si chiama escatologia, alla lettera lo studio dei «tà éschata, le realtà ultime» che avvengono nello spazio tempo della creazione.
Con l’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme (19,28) termina la lunga «salita» (iniziata al 9,51) ed inizia l’ultimo ministero della sua vita pubblica, con l’insegnamento di alcune massime realtà del Regno.
Il luogo normale dove Gesù insegna è il tempio (19,47), dove si raccoglie intorno a lui sempre una gran folla. Le questioni affrontate successivamente sono:
1. sul Battista (20,1-8);
2. la Pietra rigettata (20,9-18);
3. il tributo a Cesare (20,19-26);
4. la resurrezione (20,27-39);
5. il figlio ma Signore di David (20,41-44).
Luca è tornato allo schema di Marco. Solo "il popolo" è in relazione con Gesù, ad esclusione di tutti gli avversari dell’inizio della sequenza.
Non appena Gesù è entrato nel tempio, si comporta come l’unico padrone del luogo e tutto il popolo che si accalca ad ascoltarlo lo considera tale. Tutte le autorità, sommi sacerdoti, scribi e capi, perdono il loro potere sul popolo. Gesù, che è solo ad insegnare, li eclissa tutti. A tal punto che alla fine questi non compaiono neppure più e Gesù rimane solo padrone del luogo in un faccia a faccia esclusivo col popolo soggiogato. È lui il solo vero capo del popolo.
Le autorità tuttavia non possono sopportare un simile abuso. Sono ben decise a difendere il loro potere. La morte di Gesù è l’unico rimedio. Facendo tacere definitivamente questa voce onnipotente, essi pensano di poter ritrovare un’autorità che non avrebbe mai dovuto essere contestata loro a questo punto. Anche se sono obbligati ad attendere, per timore di questo popolo che li abbandona per ascoltare Gesù, la decisione è già presa e ormai si tratta solo di provocare l’occasione. Siccome di giorno non si può nulla contro di lui, finiranno con l’andare a cercarlo sul monte degli Ulivi dove, a causa delle loro minacce, si rifugia per passarvi la notte.
L’episodio evangelico di questa domenica si legge nella triplice tradizione sinottica (cf Mt 22,23-33; Mc 12,18-27), inserito nello stesso contesto delle polemiche di Gesù negli ultimi giorni della sua vita, a Gerusalemme.
La pericope liturgica s’interrompe al v. 38, e non si comprende perché, in quanto la pericope naturale termina al v. 40. Infatti il v. 39 narra come conclusione che alcuni esperti della Legge, forse del partito dei farisei (visto che credono alla resurrezione), opposto a quello dei sadducei hanno ascoltato la disputa, che quindi era pubblica. Hanno però visto con grande soddisfazione che il Signore ha le medesime loro idee e speranze, e accolgono con gioia la vittoria del Signore come loro vittoria. Su essa gli danno anche testimonianza aperta della verità, in modo leale, e con totale favore: «Maestro, bene parlasti!».
E il v. 40 chiude la questione affermando che non si osò interrogare più Gesù su qualsiasi questione.

Molti dei nostri contemporanei si dimostrano piuttosto scettici quando sentono parlare dell'immortalità dell'anima e della risurrezione dei corpi. Ossessionati dal carattere tragico e rivoltante della morte, non riescono ad immaginare che la vita possa sussistere sotto altre forme, dopo la fine dell'esistenza terrena. Anche certi cristiani, a volte, si rassegnano a questo colpo d'arresto brutale e definitivo, e non sperano più in una sopravvivenza individuale e nella risurrezione generale. Secondo loro, Gesù rivive soltanto attraverso i suoi discepoli, nella misura in cui essi continuano a rendere presente il suo ricordo e il suo spirito. Nello scetticismo che li accomuna, gli uni e gli altri ricordano i sadducei del tempo di Gesù: opportunisti in campo politico e conservatori in campo religioso, costoro erano rimasti all'antica concezione di un'oscura sopravvivenza delle anime in un problematico sheòl. Formulata molti secoli dopo Mosè, la dottrina della risurrezione dei morti era, secondo loro, un'innovazione sciocca ed inutile. Con questo spirito essi propongono a Gesù uno di "quei problemi bizzarri cari alla casistica di tutti i tempi. Riferendosi alla legge del levirato (applicata ancora oggi in alcune zone dell'Africa), esagerano le cose in modo da mettere in ridicolo la dottrina che rifiutano. Ma Gesù va molto al di sopra del piano puramente materiale in cui si muovono i suoi avversari: nel mondo della risurrezione, non sarà più necessario sposarsi e generare per sopravvivere.
Alla questione di fondo, Gesù risponde con un atto di fede in Dio, il Vivente: non un Dio per lo spazio breve e fugace di una vita umana, ma il Dio di un'alleanza che non può limitarsi alla durata di un'esistenza corruttibile; non un Dio di uomini condannati a morire, ma il Dio di coloro che ripongono in lui la propria speranza di vita. La risurrezione non è una dottrina facoltativa di questa speranza nel Dio dei viventi Gesù stesso è stato il testimone, persino nel momento supremo della sua morte.

I lettura: 2 Mac 7,1-2.9-14 (leggi 7,1-42)
Il cap. 7 di 2 Maccabei è dedicato alla dottrina della resurrezione, attraverso la narrazione drammatica dell'eroica Madre dei 7 fratelli. Si consiglia di ampliare la lettura liturgica. Nella persecuzione scatenata dagli ellenisti pagani di Antiochia contro gli Ebrei fedeli, un accanimento specifico e violento era dedicato a schiantare dal popolo minuto la pratica pia dell'osservanza devota e integrale della Legge santa del Signore. Forse i moderni non ne hanno più la coscienza, ma anche il minimo dei precetti, violato davanti ai pagani per avere salva la vita, era sentita come apostasia orribile (v. 1).
Così, per questo il primo dei fratelli, davanti alla costrizione di mangiare la carne suina, proibita dalla Legge del Signore (Lv 11,7), risponde con fiero coraggio ai tiranni persecutori, sapendo così di segnare la sua condanna a morte: Noi siamo pronti a morire, piuttosto che trasgredire le leggi paterne di Dio (v. 2).
Il secondo, mentre sta per spirare sotto i tormenti della tortura, rinfaccia coraggiosamente al persecutore: Scellerato, tu ci uccidi, ma il Re dell'universo a noi, morti per le sue Leggi, donerà la vita eterna con la resurrezione (v. 9).
Il terzo, mentre i carnefici stanno per farlo a brani, proclama che riceverà di nuovo intatte da Dio le sue membra dilaniate (vv. 10-11). Perfino il re tiranno restava ammirato di fronte a così ferma testimonianza e a tanta perseveranza (v. 12).
Il quarto, portato a morte anche lui con la tortura, proclama che gli uccisi sperano da Dio di essere resuscitati, mentre il re non resusciterà (vv. 13-14).
Allusa in diversi passi dell'A. T., la resurrezione qui diventa dottrina aperta e quindi fede esplicita, accettata e confessata. Essa sarà il pilone della fede ebraica, insieme con la creazione. Due dogmi salvifici, che il mondo antico come quello moderno respingono con tutte le forze, anche davanti all'evidenza.
È interessante annotare qui che l'Ebrea fedele, l'eroica madre dei fratelli maccabei, nelle Chiese orientali è chiamata Mari Shmunì, Santa Shmunì, e riceve anche un devoto culto che la accomuna con i suoi altrettanto fedeli ed eroici figli, tutti gloriosi Martiri che anticipano la testimonianza divina di tanti altri gloriosi Martiri cristiani. Il popolo d'Israele viene perseguitato per la sua fede, ma questa non farà che diventare più forte e più profonda attraverso la prova. Non possono credere alla risurrezione se non coloro che sono capaci di dare, di perdere la propria vita. Il dono chiama il dono: «Il re del mondo ci risusciterà». Siamo sensibili anche noi a tale grido, sgorgato dal cuore di questi credenti messi alla tortura? E ci sentiamo chiamati in causa da esso? Per sperare nella risurrezione, dobbiamo anche noi fare dono della nostra vita.

Il Salmo responsoriale: 16,1.5-6.8b e 15, SI
Con il Versetto responsorio : «Ci sazieremo, Signore, contemplando il tuo volto. » (v. 15b), l'assemblea rilancia il contenuto del Salmo, riaffermando la sua fiducia che sarà saziata nella sua veglia dal Volto del Signore, che è la sua Presenza benefica.
Nel v. 1 l'Orante innalza al Signore tre suppliche epicletiche. Di esse, la prima implora il Signore di riconoscere la sua giustizia, ossia la sua amicizia fedele e pia con Lui, avendo egli osservata con estrema cura la sua Volontà manifestata e conosciuta (v. 1a) La seconda epiclesi è rivolta al Signore affinché ascolti e accolga la sua preghiera (v. 1b; Sal 61,1; 141,7; Ger 7,16). La terza, infine, affinché il Signore ascolti ed esaudisca questa preghiera che viene da labbra innocenti (v. 1c; Sap 1,6-8).
Unito al suo Signore, obbediente alla sua guida, l'Orante gli chiede che Egli stesso renda retti e perfetti i suoi passi per le Vie divine, che sono le intenzioni e i comportamenti del Signore, non degli uomini, ma sempre in favore degli uomini (Gb 32,11). Così che il procedere dell'Orante sia su terreno sicuro verso la meta certa (v. 5).
Il Signore ascolta sempre i suoi servi che gridano a Lui e a cui dona la Parola della sua Legge santa e il convito di comunione. L'assemblea, con l'Orante del salmo, nella fiducia invoca epicleticamente il Signore affinché si tenda all'ascolto (30,3; 37,3) ed esaudisca ancora una volta le suppliche dei suoi fedeli (v. 6). L'Orante incalza con le richieste epicletiche, e chiede che il Signore lo custodisca come la «pupilla degli occhi» (v. 8), la parte più cara, proprio come il fedele deve custodire i precetti del Signore (Pr 7,2). Il Signore stesso ha avvertito che chi tocca il popolo suo, tocca la pupilla dell'occhio suo (Zacc 2,8, Volgata). La situazione ideale di tale custodia è la protezione all'ombra delle ali del Signore, nel santuario dove i Cherubini fanno la guardia adorante all'arca, e dove si ricevono le mirabili grazie del Signore (35,8; 56,2; 60,5; 62,7; 90,4; Dt 32,11), ossia la Parola della sua Legge santa, e il convito di comunione.
L'Orante dal Signore ha ricevuto la sorte d'essere giusto, e adesso vuole «comparire davanti al Volto» (v. 15), espressione che indica la volontà di visitare il Signore nel santuario, dove dimora in modo invisibile, imperscrutabile, misterioso sull'arca tra i Cherubini (62,3; Gb 19,25; 33,25). Egli sa che dal Volto della divina Bontà emana la Luce trasformante (1 Gv 3,1-2). Questa proviene dalla teofania, la manifestazione divina mediata dall'insegnamento della Parola e dal sacrificio seguito dal convito, unico cibo, unica sazietà meravigliosa per il fedele (15,11; Is 26,19; Dan 12,2).

Esaminiamo il brano

v. 27 «sadducei »Tra i gruppi religiosi esistenti in Palestina ai tempi di Gesù, quello dei farisei è il più frequentemente menzionato dagli evangeli; accanto ad essi si affacciano sporadicamente i sadducei, che, nella persona del sommo sacerdote, assumeranno poi le parti principali nel processo di Cristo, astutamente tirati in ballo dai farisei con l’accusa fatta a Gesù di voler distruggere il tempio (Mt 26,61; Mc 14,85), nell’ambito del quale il sacerdozio dominava. Il nome «sadduceo»è in relazione col nome di Sadoc, sommo sacerdote al tempo di Salomone (1 Re 2,35; soppianterà Abiatar cfr. 2 Sam 8,17; 1 Re 1,8) che i sacerdoti ebrei consideravano loro antenato. Ai sadducei appartenevano le famiglie più ricche e influenti della casta sacerdotale e della nobiltà laica di Gerusalemme; dal punto di vista religioso essi erano conservatori: sostenevano la validità esclusiva della Legge scritta da Mose, rifiutandosi di riconoscere la obbligatorietà della tradizione giuridica orale, alla quale i farisei attribuivano, invece, la stessa autorità della Legge scritta; in politica erano realisti, quindi favorivano i rapporti con i Romani occupanti.
I sadducei scompaiono dalla storia con la distruzione del tempio di Gerusalemme (70 d.C), dopo aver tentato invano di impedire la rivolta armata condotta dagli intransigenti zeloti, sicché la riorganizzazione del giudaismo posteriore risultò di stampo farisaico. Per il loro atteggiamento nei confronti di Gesù e i primi cristiani vedi At 4,1-2; 5,17-18; e Mt 26,57 = Mc 14,53. «negano che vi sia la resurrezione»: una delle più acute divergenze dottrinali tra farisei e sadducei riguardava la risurrezione dei corpi, di questo Paolo saprà abilmente trarre vantaggio per difendersi in un giudizio (cf. At 23,6-10).
L’opposizione sadducea alla resurrezione aveva origine dal fatto che, fermandosi al Pentateuco di Mosè essi non riconoscevano validi i testi di Dn 12,2-3 e 2 Mac (I lett), dove la credenza è chiaramente affermata. La storia dei sette fratelli con la madre, che muoiono con la speranza nella vita futura, presenta un certo parallelismo con l’esempio che i sadducei propongono a Gesù per mettere in ridicolo la credenza nella resurrezione.
I libri dei Maccabei (o libri dei Martiri di Israele) sono la testimonianza di un’epoca di lotte (II sec. a. C.) sostenute per salvaguardare l’indipendenza politica come condizione per la libertà religiosa. Il primo di questi libri è abbastanza vicino ai fatti, ma non va al di là dell’interesse nazionalistico. Il secondo libro, in una prospettiva più spirituale, insiste sulla dimensione religiosa degli avvenimenti e vede nella restaurazione del tempio la promessa di un avvenire di fedeltà a Dio. Vi si trova, per la prima volta, l’affermazione della resurrezione dei giusti. Storicamente siamo nel periodo dell’eroica resistenza alla campagna di Antioco IV Epìfane per imporre l’ellenizzazione al popolo d’Israele( 167-164 a. C).
v. 28 Gesù si è fatto ormai conoscere dai sadducei (cf. 19,45-48; 20,1-8), che tentano ora di metterlo in difficoltà o quantomeno ridicolizzare certi suoi insegnamenti. La domanda parte dalla Legge, il testo è Dt 25,5-10. la «legge del levirato»: il levirato ha come fine lo scopo di perpetuare il nome del defunto, ed evitare l’alienazione dei beni di famiglia. Non è un obbligo assoluto, salvo in Gen 38 (storia di Giuda e Tamar), sembra; un nuovo matrimonio è possibile fuori della famiglia del defunto (il più frequente) vedi Rut 1-4. In sostanza, per non perdere il nome di un membro della tribù, se moriva un uomo sposato la sua vedova doveva essere risposata dal fratello di lui (il cognato = levir), o dal parente più vicino, in modo che gli eventuali figli avessero sempre il nome dello scomparso.
La norma certamente non era gradita a chi voleva perpetuare il suo nome, ma era la Legge; che a suo modo, tuttavia, esprime già l’esigenza fondamentale dell’uomo di sopravvivere oltre la propria morte tramite una discendenza suscitata da lui o diversamente da un suo congiunto. La posterità è un mezzo per valicare la barriera della morte.
vv. 29-33 I sadducei pongono un caso limite; poteva trattarsi di un caso ipotetico, come si faceva e si fa nelle interminabili discussioni «casistiche», partendo cioè da un «caso»e cercando soluzioni in tutte le direzioni, valide per eventuali applicazioni. I sadducei certamente non erano teneri con Gesù, e adesso attendono la sua risposta, pronti a beffarlo. Per comprendere il testo dobbiamo porci nella prospettiva giusta:
a. la cultura greca ereditata ci ha portati a credere che l’anima dell’uomo sia immortale per sua natura. La morte è considerata quindi come separazione dei due elementi del nostro composto: il corpo scende nel sepolcro e si corrompe, mentre l’anima si libera da tutta la materia e la sofferenza terrena, salendo al piano di Dio se è sufficientemente purificata.
b. sul piano dell’AT l’uomo è visto in forma d’unità organica, così che lo stesso insieme personale subisce la morte e si corrompe nel sepolcro (nello sheol o ade dove si realizzava una sopravvivenza sbiadita e senza consistenza, che a malapena poteva essere chiamata sopravvivenza; si tratta di un’esistenza puramente passiva senza la minima attività : «Nessuno tra i morti ti ricorda. Chi negli inferi canta le tue lodi?» (dal Sal 6,6 e cf Sal 88,11-13).
Questo non suppone che l’AT ignori la speranza della salvezza; non la ignora infatti, ma la immagina fondamentalmente come futura e storica: il popolo d’Israele nel suo insieme riceverà alla fine la gloria del compimento delle promesse e la benedizione d’una presenza trasformante di Dio. Tutto l’evolversi della storia è stato un avanzare verso questa meta; le generazioni passate saranno come il fondamento del nuovo Israele di pienezza che sorgerà allora in modo pieno.
I sadducei sono i rappresentanti classici di questo modo di pensare. Nei tempi che precedono la venuta di Gesù, questa visione si allarga e si trasforma: da una parte si precisa che i giusti del regno futuro non dovranno più subire la morte; dall’altra si aggiunge che i giusti dei tempi passati riprenderanno la vita (risusciteranno) per partecipare alla gloria dei salvati del tempo escatologico. Questa è la tendenza dominante degli ambienti rabbinici e farisaici.
«il numero sette» (lo troviamo anche nella I lett.) indica una certa pienezza, una totalità (cf. 1 Sam 2,5; Rt 4,15; Ger 15,9; interessante per talune analogie è il testo di Tb 3,11-15); ricordiamo la «settimana»che termina nel riposo domenicale.
vv. 34-36 La risposta di Gesù è dura, e come già in altre occasioni, scavalca i cavilli di scuola per considerare a fondo il problema. Gesù si muove sul piano di modo e sul piano di fatto della risurrezione.
Poiché il pensiero ebraico non distingueva tra anima e corpo, poteva facilmente incorrere in una concezione materialistica e «banale» della risurrezione. Era la visione che sostenevano i farisei, facile oggetto di caricatura da parte dei sadducei che perciò escludevano come assurda ogni idea di risurrezione.
Gesù, differenziandosi dai farisei, mostra che la fede nella risurrezione è fede nella potenza di Dio, il quale ha il potere di creare tutto nuovo e introduce un concetto inedito della realtà: quelli giudicati degni (i figli della risurrezione, di Dio, uguali agli angeli) non vivono come i figli di questo mondo (cf. Mt 22,29; Mc 12,24). È una realtà trasfigurata.
A un caso di paternità sette volte incompiuta e sfociata otto volte nella morte, Gesù risponde capovolgendo la problematica. Se non vi è resurrezione, non sarà prendendo moglie o marito che si eviterà di sfociare nella morte, non è neanche perché avrà figli che l’uomo eviterà di scomparire. Vivranno solo quelli che riporranno la loro sola fiducia in Dio, l’unico vero vivente. Quelli che vivranno come figli, ricevendo tutto da Dio, quelli non potranno morire. O si dovrà dire che Dio non è il Dio della vita.
Negare la risurrezione, in altre parole negare la vita, equivale a negare l’esistenza stessa di Dio. Se Abramo, Isacco e Giacobbe sono vivi, non è tanto per aver generato dei figli quanto per il fatto di essere stati e di essere per sempre generati da Dio. Alla risurrezione, vale a dire nell’ordine di Dio, la moglie, come ciascuno dei figli di Adamo, non si identifica mediante la sua relazione di sposa, né per mezzo della sua eventuale maternità, ma per mezzo della sola relazione di filiazione, l’unica che sia originaria e che non si possa abolire, la stessa che definisce gli angeli.
vv. 37-38 Gesù aggiunge anche la dimostrazione che la risurrezione e la vita perenne sono un fatto reale, promesso dalla scrittura. I sadducei ignorano non soltanto la potenza di Dio, ma anche le sacre scritture, dalle quali Gesù cita un testo dai libri di Mose, i soli autorevoli in materia di fede secondo i suoi diretti avversari. «Nel racconto del roveto ardente» (un antico modo di citare la Bibbia, con riferimento al contesto, necessario in assenza di capitoli e versetti introdotti rispettivamente nei secoli XIII e XIV d. C.), Mosè chiama il Signore «Dio di Abramo. Dio di Isacco e Dio di Giacobbe». Quindi, conclude, non è il Dio dei morti ma dei vivi.
Gesù induce i suoi interlocutori a ragionare così: tra il Signore dell’Alleanza ed i patriarchi c’è un rapporto che è, e non può non essere che rapporto di vita. E siccome Abramo, Isacco e Giacobbe erano già morti, bisogna ammettere il loro ritorno alla vita, altrimenti il Dio vivente sarebbe un Dio di morti. Nella Bibbia, «il Dio di un tale»non significa tanto il Dio adorato da lui, quanto il Dio dal quale egli è protetto; in tal senso, il Signore era «scudo»dei patriarchi, come dice la Bibbia e come gli ebrei lo invocavano ogni giorno nella preghiera.
Se Abramo e gli altri patriarchi fossero morti per sempre, il Signore sarebbe venuto meno alla promessa di essere loro protettore e l’appellativo «Dio di Abramo» risulterebbe ingannevole e derisorio, perché la morte senza speranza costituirebbe una sconfitta per Dio e una delusione per l’uomo. Un uomo morto, ridotto secondo la condizione semitica a un’ombra nell’oltretomba, non più cosciente e quindi non più vivente e integro, è sottratto alla protezione divina.
Le parole citate in Lc 20,37b sono quelle con cui Dio si fa conoscere da Mosè (Es 3,6 e 15). Dato il contesto di sterilità ripetuta e successiva del caso presentato dai sadducei, si può senz’altro ricordare che per i tre patriarchi si è posto lo stesso problema di sterilità:
a. Sara, moglie di Abramo, è sterile (Gen 17,17),
b. allo stesso modo Rebecca moglie di Isacco (Gen 25,21)
c. e Rachele moglie di Giacobbe (Gen 29,31);
È per l’intervento di Dio che esse danno ai loro mariti una discendenza (Gen 18,9s; 25,21; 30,22). Il popolo eletto, la casa di Giacobbe non porta il nome di Abramo, ma quella del figlio del figlio, Giacobbe-Israele. Il triplice nome di Dio che si rivela a Mosè è quello di una triplice generazione, è il nome di una vita ricevuta e trasmessa contro la sterilità e la morte, è il nome di quelli che hanno ricevuto la vita da Dio di generazione in generazione.
Luca è il solo a concludere la risposta di Gesù con la frase «perché tutti vivono per lui»:si tratta di un’esplicitazione del pensiero di Cristo. Chi vive per sé, muore nell’egoismo. Chi vive per il Signore, partecipa già ora alla vita che ha vinto la morte. Gesù non volle dire di più circa questo mistero. Noi cristiani sappiamo che tutto questo dev’essere interpretato ora attraverso la Pasqua di Gesù. Per noi esiste la resurrezione, perché crediamo che Cristo è risuscitato. Siamo il suo corpo in questo mondo e dobbiamo partecipare della sua sorte. Il v. 40 chiude l’interrogazione affermando che nessuno osò più interrogare Gesù su qualsiasi questione.

Antifona alla Comunione Sal 22,1-2
Il Signore è mio pastore, non manco di nulla;
in pascoli di erbe fresche mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.

Accanto alla preghiera II colletta concludo con l’antifona alla comunione (Sal 22 – SFI) che è l’inizio del canto gioioso di un orante che attraverso una formula di alleanza (“Tu sei il mio Pastore – io sono il tuo gregge”), che percorre tutta la narrazione biblica, afferma la sua solida fiducia in Dio (come fa anche il salmo responsoriale) che è potente e che non farà mancare nulla al “Suo” gregge che nutre con la Parola e con il Convito. Per l’applicazione di oggi il Signore è il Pastore che dona la Vita eterna alla Sposa bella preparata per lo Sposo.

II Colletta
O Dio, Padre della vita
e autore della risurrezione,
davanti a te anche i morti vivono;
fa' che la parola del tuo Figlio
seminata nei nostri cuori,
germogli e fruttifichi in ogni opera buona,
perché in vita e in morte
siamo confermati nella speranza della gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Abbazia Santa Maria di Pulsano
Fonte:http://www.abbaziadipulsano.org/