don Luciano Cantini " Il Cristo di Dio"

 Il Cristo di Dio
don Luciano Cantini  
XXXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) - Cristo Re (20/11/2016)
Vangelo: Lc 23,35-43 
Una scritta
L'immagine che Luca ci trasmette è di totale ambiguità.

La prima sensazione è quella della vittoria della religione ufficiale rappresentata dal sinedrio, quei capi che Gesù aveva criticato adesso lo deridono; la giustizia è dominata dal potere militare che mette in atto l'esecuzione, mentre il popolo assiste inerme allo spettacolo dell'accanimento su colui che ha perduto e soccombe.
Dall'alto, però, domina una scritta «Costui è il re dei Giudei» che offre un'immagine che contrasta la precedente: quella della intronizzazione di un re. Certo è che se noi cerchiamo nell'immagine descritta i parametri della regalità con tutti gli stereotipi a cui siamo abituati andiamo fuori strada ma il racconto di Luca è l'apoteosi di una vita che da sempre ha affermato: è necessario perdere la propria vita per salvarla (Lc 17,33), bisogna rinunciare a sé stessi e prendere propria croce (Lc 9,23); non si può che benedire coloro che maledicono e pregate per coloro che ci fanno del male (Lc 6,28); I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve (Lc 22,25-26).
Il popolo sta a vedere, non partecipa, non entra nella dinamica dell'evento neanche si allontana; è una presenza silente, quasi contemplativa, certamente non in sintonia con chi esercita il potere (capi e soldati) che deridono Gesù.
Salva te stesso
La derisione dei capi tocca il più naturale degli istinti, quello della sopravvivenza. La regalità del Cristo, invece ha il senso dell'esatto opposto. Nel deserto, quando subì le tentazioni, il suo progetto appare già distintamente chiaro: avrebbe potuto usare il potere per sfamarsi e dominare su tutti i regni della terra (Lc 4,3) godendo dei privilegi di essere il figlio di Dio. Il diavolo però non molla e si allontanò da lui fino al momento fissato (Lc 4,13).
Adesso la tentazione si fa più forte e l'imperativo molto più pregnante: l'uomo che rincorre i suoi progetti e i suoi istinti chiede a Gesù la prova del suo essere il messia nel "salvare se stesso". Ma il progetto di Gesù è altro, non si lascia provocare dall'inganno dell'egoismo (essere per se stessi), la sua regalità sta proprio nel farsi dono totalmente agli altri.
È una prospettiva alta, ma chi si dice cristiano non può avere una considerazione di se stesso diversa. Nel nostro mondo il termine di paragone è diventato il proprio benessere a scapito di chi ha meno potere, meno capacità o ha avuto la sfortuna di nascere dall'altra parte del mondo. La regalità di Cristo mi impegna a confrontarmi col benessere dell'altro per "rinunciare" a salvare sé stessi e accorgersi di chi attorno a noi ha bisogno di salvezza.
L'altro invece
I capi del popolo davanti a quell'uomo che si presentava come salvatore fanno le loro considerazioni "politiche"; chi non è capace di affermare se stesso è destinato a soccombere alla sua stessa storia, è esperienza quotidiana nei palazzi dei poteri sempre più autoreferenziali e lontani dalla folla. Anche i soldati si uniformano ai capi, sta nella naturalità della dipendenza, però sono capaci di un po' di misericordia: gli si accostavano per porgergli dell'aceto. Anche noi siamo attratti dal Crocefisso (cfr Gv 12,32), scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1,23), ma siamo anche disgustati dalla croce quando ci tocca o rassegnati quando ci coinvolge, e ancora distante da noi il desiderio di raccoglierla dalla vita e caricarcela sulle spalle (cfr Lc 9,23).
L'unico che sembra aver intuito il senso della signoria di Gesù è un malfattore che ha conosciuto il male e ne subisce le conseguenze ma si rende conto che l'uomo crocifisso accanto a lui è un re fragile, che non ha fatto nulla di male; la sua potenza sta proprio nella impotenza, non ha soldati al suo seguito, non emana decreti, non pretende, è confuso coi malfattori e appeso con loro alla croce, si è fatto debole per stare accanto ai deboli, con gli umili condivide l'umiltà e la mitezza con i miti, non condanna nessuno neppure i suoi carnefici. Quell'uomo ha capito quanto amore c'è in chi gli sta accanto e si affida a lui... soltanto ad un ricordo: ricordati di me. Gesù rivela la pienezza della misericordia: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso», promette comunione con lui per sempre.
Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio (Eb 12,2).

Fonte:http://www.qumran2.net/