JUAN J. BARTOLOME sdb, #LectioDivina"Io ti dico oggi sarai con me in paradiso"

20 novembre 2016 | 34a Domenica: Cristo Re - T. Ordinario - Anno C | Lectio Divina
Lectio Divina su: LC 23,35-43
Con la celebrazione della maestà di Cristo, la chiesa termina l'anno liturgico. Durante questo periodo,
domenica dopo domenica, abbiamo ricordato quanto Dio fece per noi e quanto costò a suo figlio portarlo a termine: l'amore smisurato di Dio e il sacrificio volontario di Gesù sono stati, perciò, i motivi centrali del nostro pellegrinaggio liturgico. La solennità di Cristo Re è come una specie di sintesi di tutto il vissuto e celebrato durante l'anno che termina. Cristo Gesù è nostro re perché Dio lo ha fatto signore della nostra vita e del nostro mondo. Gli ha dato tale potere non per farci servi suoi, ma per salvarci dalla morte. Per non perderci, Dio ci ha affidati all'attenzione di chi desidera aver cura di noi; l'amore che Dio ha per noi lo ha portato a metterci sotto la sovranità di colui il quale ha dato la sua vita per noi: suo figlio Gesù Cristo, nostro Signore. Chi può avere cura di noi se non colui che ha dato la sua vita per noi?
In quel tempo, 35le autorità deridevano Gesù, dicendo: "Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, l'Unto."
36 Anche i soldati lo deridevano, offrendogli aceto 37e dicendo: "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso".
38 In cima alla croce vi era un cartello in greco, latino ed ebraico con scritto: "Questi è il re dei Giudei". 39 Uno dei malfattori appesi alla croce insultava Gesù, dicendo: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi ".
40 Ma l'altro lo rimproverava: 'Non hai timore di Dio, essendo nella stessa condanna? 41Per noi è giusto, perché riceviamo il pagamento di quello che abbiamo fatto, ma, invece lui, non ha fatto niente".
42 E diceva: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno".
43 Gesù gli rispose - "Io ti dico oggi sarai con me in paradiso".
1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
E' antichissima tradizione di fede cristiana che, con la sua risurrezione, Dio ha stabilito Gesù di Nazareth Cristo e Signore. Col passare del tempo i cristiani giunsero a capire che la morte in croce fu, in realtà, la cerimonia della sua intronizzazione a re. Ora Luca fa di questa convinzione una cronaca.
La scena è breve ed è magistralmente redatta. Luca ha dato spazio e parola a quelli che furono presenti alla morte di Gesù: le autorità, che lo avevano condannato (Lc 23,35) i soldati, che lo stavano giustiziando (Lc 23,36); i ladroni, che morivano accanto a lui (Lc 23,39-40). I tre gruppi credono a Gesù solo con la sua auto salvezza; lo accetteranno come messia solo se si salverà e se li salverà (Lc 23,35.36,39). Le autorità mettono in dubbio che si può salvare, anche se non possono negare che egli ha salvato gli altri. I soldati gli chiedono che si liberi dalla morte, e dimostri così il suo potere. Uno dei ladroni lo incita a far si che mostri la sua potenza salvandosi e salvando lui. Solo l'altro, confessando la sua colpa, chiede che lo ricordi quando sarà nel suo regno. Egli sarà l'unico che guadagnerà la salvezza e il regno (Lc 23,43).
Significativamente Gesù, di cui tutti parlano mentre lui muore, interviene solamente alla fine per assicurare la salvezza a chi non dubiterà della sua dignità messianica. Il 'buon ladrone' non fece che confessare la sua colpa, riconoscere l'innocenza di Gesù e chiedere di essere ricordato nel suo regno. Coloro che chiedevano una prova -sempre la liberazione dalla croce- per accettarlo come messia d'Israele, non otterranno nessuna risposta. Chi non aveva nessun dubbio sulla sua innocenza e neppure sopra la sua realtà divina, chiedeva a Gesù unicamente di essere ricordato: ottenne perciò di poterlo accompagnare nel suo regno. (Lc 23,43).
La scena si chiude affermando la reale volontà di Gesù di salvare coloro che glielo chiedono. Ma per poterlo chiedere, occorre prima confessare la propria indegnità e accettare il modo di come Gesù si manifesta messia di Dio, ossia: morendo in croce. Gesù non è messia perché sfugge alla morte, ma perché muore per salvare l'umanità dalla morte.
2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!
Nel calvario la maestà di Gesù non può essere male interpretata, al massimo, e come ricorda il vangelo di oggi, può non essere capita: deridendolo, mentre pende dalla croce, è proclamato, non senza ironia, re e messia. Regnare da una croce è una forma insolita di regnare, poco credibile. Entrare nel proprio regno accompagnato da un giustiziato non sembra un modo né troppo nobile né logico di esordire come un re. Tra tutti coloro che presenziarono alla crocefissione, condivise il regno solamente colui che aveva compartito la sua sofferenza e la sua morte; il compagno di passione di Gesù lo accompagnò nel suo regno. Chi supera lo scandalo e condivide la sua sorte, anche se fosse un giustiziato, lo accompagnerà nel suo imminente trionfo. Chi lo accompagna in questo passaggio, il più meritevole, trionferà con lui. E' l'impegno, è la promessa che il crocifisso ha fatto dalla croce e ha realizzato con il suo primo accompagnatore.
E' stato tutto un dettaglio -degno solamente di un Dio- l'aver posto il destino della nostra vita, la sua fortuna o la sua disgrazia, nelle mani di chi diede la sua vita per salvare la nostra. Se desidero conoscere la verità per sempre, l'amore che Dio ha per me, devo conoscere maggiormente la regalità di Gesù sopra la mia morte. Dio ci ha liberati da tutti i signori e da tutte le schiavitù, perché desideriamo essere sudditi di un solo signore, Cristo crocifisso.
Perciò, se il servizio a Cristo ci procura l'amore di Dio, dobbiamo fare del tutto per realizzare questo servizio. Il racconto evangelico viene in nostro aiuto; Gesù è il re perché morì crocifisso; non è re al modo di come lo sono oggi o lo sono stati in passato tanti; per eredità familiare o per elezione del popolo; se lo guadagnò con fermezza compromettendo la sua vita; la sua sovranità dipese dal suo sacrificio personale; la sua sovranità la esercita servendo i suoi servi, senza servirsi di loro. Cristo tornerà a regnare nel luogo dove vive un suo servo, con tanto potere capace di mettersi a servizio degli altri. Cristo non cesserà di regnare tra di noi fintanto che esisteranno cristiani capaci di mettere a disposizione la loro vita per far si che gli altri non perdono la loro.
E, notate bene, non è l'aver fatto meglio degli altri, perché Cristo inizi a regnare con uno. È solamente necessario, questo sì, mantenersi vicino alla croce di Cristo, essergli compagni, se non di vita, compagni nella croce. Lo ha ricordato il vangelo: fu un malfattore il primo cittadino del regno; le autorità, i soldati che si burlavano di lui, i curiosi che guardavano lo spettacolo, gli amici, i discepoli che lo avevano abbandonato, tutti persero la loro opportunità; non si credevano tanto cattivi per meritarsi un simile castigo. In cambio: un uomo che riconosceva la sua colpa, un condannato che -casualmente- divideva la sua sorte con lui, seppe approfittarne e guadagnare un posto nel suo regno.
Inoltre, per accompagnare Cristo nel suo paradiso, non basta essergli compagni di passione; bisogna riconoscere il proprio peccato e bisogna pregarlo di non dimenticarsi di noi quando tornerà col suo regno. Gesù che muore con noi, non è come noi, meritevoli della nostra pena. Dividere tutto con Gesù, incluso la sua morte infame, è la condizione per dividere il suo regno. Nessuno può illudersi di entrare nel suo regno se non ha fatto il proprio percorso: dichiararsi suddito di Cristo re, impone il servizio della croce: il fatto che la croce sia il suo trono, obbliga chi lo accetta come re, ad accettarlo crocifisso e accettare le proprie croci; potremo conoscere in pienezza, la sovranità di Cristo solamente se riconosciamo il modo di come egli la ottenne. Non è la croce, ma Cristo crocifisso la meta della vita del cristiano; e, pur indegna che sia stata la vita, entrano nella sua gloria solamente i suoi compagni di passione.
Chi oggi si rallegra di avere un simile re, che arrivò ad esserlo perché morì per lui, dovrebbe essere più cauto e verificare se veramente lo sta servendo come egli merita. Desiderare di averlo come Signore e continuare a mantenere il successo, il potere, il denaro, il piacere, come ragione della vita e, a volte, causare la morte di altri, non è possibile. A quale regno vogliamo appartenere, al regno degli infami o al regno del crocifisso? Se, compagni del crocifisso, passeremo la nostra vita al servizio degli altri, giorno per giorno, senza grandi gesti, ma con perseveranza, avremo più vita, più futuro, più speranza, e opereremo in una società di cristiani disposti a dare la vita prima che toglierla. Il nostro mondo abbonda di cattive persone; mancano buoni cristiani, sudditi di un re crocifisso.
Non lo dimentichiamo: per avvicinare il regno di Cristo agli uomini di oggi, Dio non spera solamente nella nostra bontà, gli basterebbe che noi compartissimo con Cristo la croce che abbiamo meritato. Cristo continua il suo agire avendo bisogno di compagni di passione; cristiani che, nonostante i tanti difetti che possano avere, non arrivano a rinnegare il loro Signore crocifisso. Dobbiamo essere disposti a compartire con lui le nostre pene e le nostre solitudini, comunicargli le nostre disgrazie, per non perderlo per sempre. Perché, se Cristo regna dalla croce, tutti quelli che soffrono possono contare su di lui, come compagno di pena, e gli verrà assicurato un posto accanto a lui quando 'sarà' nel suo regno.
La promessa che Cristo promise al ladrone nel giorno della sua morte, non l'ha ritirata; anche lei entrò nel suo regno e la rinnova mentre regna. Non volle far trionfare con il miracolo della salvezza chi moriva e neppure assicurare una salvezza momentanea; di fatto, non si salvò né lui e neppure chi gli era accanto. Ma il compagno di passione di Gesù non venne dimenticato.
Il compagno di Gesù crocifisso può stare sicuro che, anche se gli altri lo condanneranno o lo abbandoneranno, Dio lo libererà dal suo dolore e dalla sua morte. Un re così merita il nostro servizio: venga a noi il tuo regno, Signore!
Juan J. BARTOLOME sdb
 Fonte:  www.donbosco-torino.it