MONASTERO DI RUVIANO,“Dove” volgiamo lo sguardo

SECONDA DOMENICA D’AVVENTO 
Is 11, 1-10; Sal 71; Rm 15, 4-9; Mt 3, 1-12
Il cammino di questo Avvento incrocia questa domenica parole durissime e compromettenti, parole
da non relegare all’indirizzo storico cui il Battista le ha gridate: i Farisei ed i Sadducei. Se questa Parola risuona per noi oggi è perché deve chiedere alle nostre vite, al principio di questo Avvento, una revisione coraggiosa di ciò che siamo e di ciò che facciamo! Progenie di vipere!...Non crediate di poter dire: Abbiamo Abramo per padre!...Brucerà la pula con un fuoco inestinguibile!

Cogliamo queste parole del Precursore come un grido che vuole svegliare i nostri sopori, le nostre vie placidamente "religiose", che vuole sventare il nostro tentativo, sempre rinnovato, di auto rassicurarci per poter far convivere riti, elemosine e parole cristiane con bieca e colpevole mediocrità incapace di volgere lo sguardo in alto.

Il problema è proprio questo: dove volgiamo lo sguardo? Il “dove” verso cui volgiamo lo sguardo è indicativo di cosa attrae veramente il nostro profondo. “Cosa” o “chi” attira il nostro sguardo, verso “cosa” o “chi” slanciamo il nostro desiderio? Dicevamo domenica scorsa che è necessario dare una giusta direzione alla nostra “barca”, non basta remare … è necessario sapere verso dove si rema … cosa, dunque, attrae le nostre attenzioni, i nostri sguardi, le nostre fatiche? Per cosa ci affanniamo? C’è un “Chi” verso cui sappiamo di doverci dirigere con tutte le nostre energie?

Le osservanze sono facili e sono la vera tentazione della “religione”; Farisei e Sadducei sono categorie a rischio perché hanno fatto gli uni, i Farisei, un idolo della Torah con le sue prescrizioni e gli altri, i Sadducei, hanno fatto del Tempio e del culto un idolo che rassicura. Entrambi si trincerano dietro la certezza di essere figli di Abramo. Il rischio invece è essere progenie di vipere, cioè figli di serpente (in greco Matteo scrive “ghennèmata”, cioè “figli”, “progenie”) e di un serpente che ha in sé un veleno insidioso e portatore di morte.

E’ allora quanto mai necessario chiedersi “dove” volgiamo lo sguardo. E’ questo il vero problema.

Il Battista, che oggi e la prossima domenica ci è di guida in questo Avvento, invita proprio a dirigere lo sguardo verso l’essenziale: il Signore.

E’ necessario cambiare mente (“metanoèite” - “convertitevi” - in greco, alla lettera, significa proprio cambiare mente) cioè non pensare più a se stessi e a ciò che rassicura perché assolve facilmente le nostre mediocrità ed immobilità; cambiare mente non è mutare i nostri pensieri con pensieri migliori, è invece mutare i nostri pensieri, i nostri progetti, con i pensieri e i progetti di Dio, è cambiare i nostri poveri “sogni” con i “sogni” di Dio! Perché questo avvenga lo sguardo va puntato su di Lui.

E Giovanni il Battista ci aiuta; lui, infatti, è tutto un "indice" che indirizza al Signore; non a caso gran parte dell’iconografia cristiana ha ben compreso tutto questo e rappresenta sempre il Battista con un indice puntato; non è un indice accusatore ma è un indice che indirizza verso una direzione, che mostra Qualcuno: il Signore! Il Battista è voce non è parola; la voce è il luogo, lo spazio, la via della parola; Giovanni vuole essere solo questo: lui è la via preparata al Signore.

L’attenzione, nell’oracolo del Libro di Isaia che Matteo cita, non va posta sulla via ma sul Signore che deve percorrere quella via per giungere a noi! L’opera del Battista, l’opera dell’uomo dell’Avvento che vogliamo e dobbiamo essere, è proprio questa: preparare la via a Lui, al suo venire.
La voce che è Giovanni risuona nel deserto e questo, per la Scrittura, è realtà polivalente: l’uomo è nel deserto, nella solitudine; è così: a volte noi abitiamo dei popolosi deserti, dei deserti chiassosi ed insensati ed oggi la voce del Battista, la voce dell’Avvento vuole raggiungerci proprio lì, in questi deserti nei quali tante volte viviamo. Allora la prima operazione importante da compiere è riconoscere questi deserti perché se ci si ferma in essi si muore … è importante, invece, popolarli di un’attesa viva che punta lo sguardo sul Veniente che ci visita proprio nei nostri deserti di cui Lui non si spaventa … Gesù, infatti, dopo essere apparso, all’inizio dell’Evangelo, in una fila di peccatori al Giordano immediatamente andrà nel deserto, lì dove abitano ed allignano le nostre tentazioni, , le nostre "fami", le nostre perversioni che ci spingono verso il potere e l’avere … il Veniente ci visita proprio lì, nei nostri deserti malati e lì ci dice le parole che disse al centurione: Io verrò e lo curerò (cfr Mt 8, 7). Il Signore viene e cura il mio deserto.

Il deserto è però anche luogo di un esodo salutare da compiere … bisogna uscire da sé, dalle proprie sicurezze “religiose”, dalle “patrie” che sono le immagini di Dio che ci si è costruiti ed andare verso un luogo in cui non c’è nulla se non quella voce che grida e mostra il Veniente. In questo deserto è possibile volgere le spalle a tutti gli “Egitti” di schiavitù, a tutte le “Gerusalemme” rassicuranti, a tutte le “osservanze” che fanno “sentire buoni” e intanto ci soffocano perché lontanissime dalla vera “obbedienza” a quel Qualcuno che ci libera!

“Qualcuno”! Ecco il punto nodale. La nostra fede è adesione ad un Qualcuno, non ad un complesso di idee, ad un Qualcuno che viene e ci immerge nel fuoco. Come il deserto, anche il fuoco ha qui un valore duplice: distrugge purificando ed è fuoco d’amore vivificante. Si deve essere disposti ad essere toccati da questo fuoco. Non si può rimanere neutrali dinanzi al Signore che viene. Avere lo sguardo fisso su di Lui è condizione necessaria affinché l’oggi sia vissuto in pienezza accogliendo il grido dei profeti nei deserti mondani ed uscendo dalle sicurezze e dalle stolte presunzioni legate ad appartenenze rassicuranti per cui si dice: Siamo figli di Abramo … oppure “E’ Tempio del Signore” (cfr Ger 7,4ss) oppure, come potrebbe capitare a noi, “Siamo battezzati, apparteniamo alla Chiesa!”Matteo pone infatti sulle labbra del Battista un gioco di parole che in greco si perde ma che in ebraico doveva risultare facilmente coglibile: Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre(in ebraico “avanim” significa “pietre” e “banim”significa “figli”); un gioco di parole che mira a sottolineare la vuotezza di certi ragionamenti religiosi che servono solo a fermare il “sogno” di Dio in noi e servono solo a smorzare il nostro desiderio di “oltre”.

L’attenzione al Veniente va vissuta con una grande fedeltà alla storia perché è nella storia che si potrà cogliere il germogliare della sua presenza, anche da tronchi che sembrano inariditi e sterili (così canta la bellissima pagina del Libro di Isaia che costituisce la prima lettura di questa domenica). Sarà proprio quel germoglio inatteso che darà alla storia un sapore nuovo di pace e di armonia. Questa pace e questa armonia, però, come sempre, non sono a basso prezzo: c’è da passare per una parola sferzante e per un soffio purificatore; così accogliere il Veniente è sì aprirsi a quella pace paradossale di Isaia in cui il lupo dimora con l’agnello, la pantera con il capretto, il vitello con il leone, la mucca con l’orsa, ma con la disposizione ferma a lasciarsi scomodare e capovolgere (“metanoèite” si può tradurre alla lettera con “capovolgete il vostro pensare”), a lasciare le comode e rassicuranti certezze che ci autoassolvono per andare in un deserto il cui unica certezza è una voce che porta una Parola inattesa, in un deserto in cui unica certezza è la speranza di una venuta che nell’oggi è poco appariscente ed è silenziosa come lo spuntare di un germoglio, ma che diverrà risposta e compimento di tutta la storia ed anche della nostra piccola storia, compimento anche delle nostre personali vicende sempre assetate di senso.

E’ proprio vero quello che dicevano i Padri per definire i cristiani: Chi sono i cristiani? Coloro cheamano la venuta del Signore!

E’ così perché se non si è amanti della sua venuta non si resta neanche cristiani; se non si ama la sua venuta ci si installa comodi nell’oggi, si smarriscono i “sogni” e si comincia a dar credito a quel buon senso intriso di mediocrità che il mondo ama, persegue ed insegna; e purtroppo abbiamo visto tanti cadere in questa trappola … se non si ama la sua venuta ci si installa nel presente e ci si illude anche di essere cristiani impegnati perché magari si “fanno” delle cose e si praticano dei “riti”.

Chi ama la venuta del Signore è disposto ad avere lo sguardo puntato verso l’ “oltre” senza esonerarsi dal peso della storia ma portando in essa, a qualunque costo, sentimenti reciproci di benevolenza ad immagine di Cristo che, come scrive Paolo nel passo della Lettera ai cristiani di Roma che oggi si legge, non ha disdegnato di farsi nostro servitore per aprirci alla gioia vera.

Si può preparare la strada nei nostri deserti, si deve … poi Lui verrà e ci colmerà di pace e di vera armonia … come non lo immaginiamo neanche ma sarà oltre ogni nostra attesa!

 Fonte:www.monasterodiruviano.it/

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