Mons.Antonio Riboldi"Il giorno della verità"

Omelia del 13 novembre 2016
XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
Il giorno della verità
In questi ultimi tempi assistiamo ad un ripetersi drammatico di catastrofi, che ci fanno chiedere se
non stia giungendo ‘la fine del mondo’. Sappiamo tutti che il nostro pianeta è in continuo movimento e trasformazione e ormai è un dato di fatto, scientificamente dimostrato, che l’uomo sta facendo di tutto per squilibrare ulteriormente l’ordine insito nella natura: danni ecologici, per i veleni che le opere dell’uomo emettono nell’atmosfera, nelle acque e sulla terra; arsenali che, in tante nazioni, custodiscono bombe dai potenziali altamente distruttivi. Una ‘fine del mondo’, quasi programmata, insensatamente… Ma ci sono tante altre manifestazioni da ‘fine del mondo’: frane, alluvioni, incendi, terremoti… anche questi molte volte causati, più che dalla natura, dall’incuria dell’uomo. Si fatica a pensare che forse il futuro può dipendere anche dalla nostra capacità di ‘abbandonare’, o forse gestire meglio, i traguardi che si sono raggiunti nella scienza e nella tecnica.

Per molti è inconcepibile immaginare o progettare un futuro con una vita più semplice e sobria, quasi fosse un ‘tornare indietro’: sarebbe come un dover confessare che, quello che si credeva progresso, era di fatto un camminare fuori strada!

Eppure è come quando si sta aggredendo una montagna… dovrebbe essere saggezza sapersi porre un limite, prima che …. ci frani addosso tutto!

Credo valga la pena di fermarci tutti un momento per capire se la strada che questa nostra umanità sta percorrendo o sta progettando è davvero, da un lato, ‘a misura d’uomo’ e, soprattutto, se porta davvero alla salvezza. Perché si possa definire davvero una strada giusta, un progetto sano e salutare dovrebbe far progredire l’intera umanità, senza alcuna esclusione, senza divisioni, ma in pienezza di giustizia e nel rispetto verso il creato e soprattutto verso l’uomo.

Deve essere un progetto che aiuti l’uomo ad essere più uomo e, per noi cristiani, più vicino e ‘simile’ al Maestro Gesù. Un progetto che promuova il rispetto e la salvaguardia del creato, senza dimenticare che tutto su questa terra è fragile: ha il fine di ospitarci per un attimo, ma non è la ‘nostra vera Casa’, che verrà solo dopo la morte. Giustamente la Chiesa, chiudendo l’anno liturgico, ci richiama alla nostra provvisorietà ‘qui’ e alla provvisorietà della terra, che ci è pur stata affidata perché ‘la custodissimo’, ma sempre resta ‘straniera’ e noi solo suoi ‘ospiti’.

Ecco dunque che la Parola di Dio ci addita la vera mèta, quell’ultimo giorno, che sarà la fine di questo mondo. Racconta S. Luca: “In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, Gesù disse: ‘Verranno giorni in cui di tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra, che non venga distrutta’. Gli domandarono: ‘Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?’. Rispose: ‘Guardate di non farvi ingannare. Molti verranno nel Mio Nome e dicendo: -Sono io- e – Il tempo è prossimo – non seguiteli. Quando sentirete di guerre e rivoluzioni non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine.’ E poi disse: ‘Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno fatti terrificanti e segni grandi nel cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi nelle sinagoghe e nelle prigioni, e trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del Mio Nome. Questo vi darà occasione di rendere testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”. (Lc. 21, 5-19)

Sono parole dure, ma perché vogliono svegliare le nostre anime dal sonno, che a volte assopisce il cuore e non permette di camminare con fedeltà nella nostra fede.

Ed è giusto che queste parole ‘dure’ ci vengano dette da Gesù, alla fine di un percorso, nell’anno liturgico, in cui dobbiamo riflettere su quanto cammino abbiamo compiuto verso il Cielo e quanto invece ci siamo lasciati prendere dalla pigrizia, dalla superficialità, o altro…

Così come dovremmo vigilare su chi ci inganna con falsi discorsi: ‘Guardate di non lasciarvi ingannare’. Sappiano come troppi ormai, nella nostra ‘moderna’ società, tentano di allontanarci da Dio, offrendoci ‘veleni’… molto peggiori degli agenti inquinanti!

Di Paradiso ce n’è uno solo, quello di Dio; quelli degli uomini sono momenti effimeri, che hanno solo il potere di diventare droga per la dannazione.

Dobbiamo essere capaci, alla luce della Parola di Dio, nella fiducia della fede, nella potenza della carità, guidati dallo Spirito, di entrare nella ‘Storia di Dio’, che non conosce ‘catastrofi’, ma sa solo progettare la civiltà dell’amore…. E, se necessario, con la forza, dono della Grazia, saper tornare indietro sui nostri passi, su quanto abbiamo fatto o progettato, credendolo progresso-modernità, ed era invece un ‘essere fuori strada’: benessere, forse, ma non salvezza!

Rivediamo anzitutto i nostri rapporti con Dio nella preghiera, nei sacramenti e nelle scelte quotidiane… il nostro cammino con i fratelli, a cominciare dai più vicini… Difficile esame, ma necessario, per entrare davvero nella Storia che Dio ha progettato per noi; pronti anche a cambiare il nostro attuale orientamento – conversione – se scoprissimo di essere ‘fuori strada’.

Ricordo, anni fa, in un convegno incontrai una ragazza con tanto amore alla vita, non disposta ad accettare con rassegnazione lo ‘sfacelo’ generale: voleva trovare la via della verità e della speranza. Vendette la sua macchina, diede il ricavato ai poveri e si comprò una bicicletta. Incontrandomi disse: ‘Padre, che gioia provo! E’ come avere le ali! Questo è proiettarsi al domani, non come prima in cui avevo sempre la sensazione di avere i piedi incatenati’.

È proprio così che si va incontro alla vita, guardando al domani con la serenità di chi ha i piedi per terra, ma liberi, e il volto al Cielo.

Antonio Riboldi - Vescovo

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