Paolo Curtaz, "Sopravvivere al Natale"

Commento al Vangelo di domenica 27 novembre 2016 - Paolo Curtaz
Sopravvivere al Natale
Riecco l’avvento, amici. 
Salutiamo Luca e il suo Cristo pieno di ogni tenerezza, e ci mettiamo alla scuola di Matteo, Levi il
pubblicano, per introdurci al suo articolato volto di Cristo, nuovo Mosè. La lettura del suo Vangelo durante quest’anno ci permetterà, spero!, di meglio conoscere la sensibilità dei nostri fratelli ebrei, popolo da cui Matteo proviene, comunità cui indirizza il suo Vangelo.

Avvento, caspita!
Implacabile come il tempo che scorre, l’inizio dell’Avvento segna il conto alla rovescia verso il Natale. Meglio: verso la tragedia del Natale.
Ora sapete che dovete mettervi alla ricerca dei regali, organizzare la cena di Natale e il successivo Veglione, tirar fuori l’abete ecologico, mentre i bravi commercianti hanno già cominciato a esporre tutto l’armamentario babbonatalizio caso mai qualcuno, che so, proveniente da Plutone, si dimenticasse che a Natale bisogna farsi i regali, alla faccia dello stipendio che non basta ad arrivare alla fine del mese perché, si sa, l’economia gira con me.
L’Avvento ci introduce ad un clima serio, ma decisamente meno austero della Quaresima. A prevalere sembra il colore rosa, piuttosto che il penitenziale viola.
Da ridere: l’Avvento è nato liturgicamente per prepararsi al Natale, per convertire il cuore alla buona notizia di un Dio che viene a compromettersi. Oggi è diventato l’unico strumento per sopravvivere all’altronatale.

L’altronatale
Così è. Non voglio fare moralismi, né assumere la parte di un moderno Torquemada.
Ma qualche sassolino dalle scarpe fatemelo togliere.
Non capisco perché una festa splendida, la festa che celebra la notizia dell’inaudito di Dio che irrompe nel mondo, del volto di Dio inatteso che mi sorride nella struggente fragilità di un neonato, della buona notizia che Dio non è come la proiezione del nostro inconscio l’aveva immaginato, severo e burbero, ma pieno di ogni tenerezza, sia stata travolta dalla melassa del buonismo natalizio.
E’ dramma, il Natale, la storia di un Dio presente e di un uomo assente. Non c’è di che vantarsi, non c’è di che essere buoni. Come vedremo e celebreremo, questo Dio che viene non è accolto. Di cosa dobbiamo essere felici? Natale è un pugno nello stomaco, una provocazione, un evento che obbliga a schierarsi. Natale è l’arrendevolezza di Dio che mi obbliga a conversione.
Quindi: viva i regali, viva la festa. Ma che sia autentico ciò che facciamo, che ci sia il festeggiato, Dio, alle nostre ipercaloriche cene, che i bimbi capiscano che è il suo compleanno, e a noi fanno i regali.
In questi anni ho visto con sgomento che il Natale, per i poveri veri, per chi ha subito un abbandono, una trauma, un lutto, è diventato una festa odiosa e insostenibile. Non c’è santo: di fronte alle immagini stereotipate della famiglia felice intorno all’albero e armonia e canti di angeli che ci propinano i media, chi, invece, vive affettività fragili e solitudini, viene travolto da un insostenibile dolore.
E questo mi fa impazzire di rabbia.
Il Dio dei poveri, il Dio che viene per i pastori, emarginati del tempo, il Dio che non nasce nel Tempio di Gerusalemme, ma nella grotta di Betlemme, viene sostituto dal dio piccino del nostro ipocrita buonismo.
Se i nonni soli, se le persone abbandonate, se i feriti dalla vita non hanno un sussulto di speranza nella notte di Natale, significa che il nostro annuncio è ambiguo, travolto e sostituito da un inutile messaggio di generica pace.
Esagero? Voglia Dio che sia così.
Ma so io, nei giorni che precedono le feste, quante telefonate e silenzi assordanti ricevo, dei tanti, troppi, che non vedono l’ora che passi il Natale, il peggior momento dell’anno.

Non ci serve l’Avvento?
Tanto basta, amici: non vi sembra che ci sia necessario un tempo per sopravvivere all’altronatale, un tempo per rileggere la Parola e far diventare il Natale una consolazione e non una condanna emotiva allo sconforto?
Ecco: l’Avvento è il tentativo di darsi una scrollata, di darsi una mossa, di evitare di essere assonnati, intontiti, assopiti. Qualcuno dirà: `Ehi, don, vagheggi, io non ho neppure il tempo di dormire dal tanto lavoro!` Appunto. Come ai tempi di Noè, dice il Signore oggi: tutti trafficavano, senza sapere il perché. Il rischio è davvero di passare la vita lasciandoci colare addosso i mesi e gli anni, senza essere davvero protagonisti della nostra storia, senza porci neppure il problema se esista altro rispetto a ciò che vivo. E la fede è proprio questo scuoterci, questo diventare protagonisti, questo andare al di là dell’apparenza. Dio è il grande assente del nostro tempo proprio perché l’uomo non riesce ad essere veramente uomo. Ecco allora l’attesa, l’attesa per eccellenza, l’attesa di Dio. Avvento è il coraggio di fermarsi e aspettare Dio, come mai ce lo immaginiamo, Avvento è il coraggio crudo della messa in discussione delle nostre fragili certezze. Avvento è un tempo per scoprire il Tempo grande, il trucco dietro, la Gerusalemme, là in fondo, in cima al monte dei nostri desideri reconditi.
Allora occorre svegliarsi, scuotersi, agire. Indossare le armi della luce. Gesú ci dice che il giorno del Signore arriva all’improvviso, che prende di sorpresa, che Dio chiede consapevolezza, accoglienza, verità di se stessi. Possiamo vivere la nostra vita con attesa, lavorare, divertirci, orientati all’oltre, all’altrove, al vero. Oppure no.
La stessa cosa viene vissuta in modo opposto: uno è preso, l’altro lasciato. Uno è consapevole e incontra Dio, l’altro non si pone neppure il problema della vita (e della fede).

Attese
Tra quattro settimane celebreremo il Natale. No, non giochiamo a far finta che poi Gesù nasce, Gesù è già nato, morto e risorto, vive accanto a me.
Il problema è, semmai, se io sono nato.

Fonte:http://www.tiraccontolaparola.it/




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