CARLA SPRINZELES," Le difficoltà sono numerose nella nostra vita, ma possiamo superarle"


Commento su Matteo 11,2-11
Carla Sprinzeles  
III Domenica di Avvento (Anno A) - Gaudete (11/12/2016)
Vangelo: Mt 11,2-11 
Oggi la liturgia ci invita a gioire e il messaggio sia del brano di Isaia che delle altre letture, è un
messaggio che ispira coraggio, incita a riprendere il cammino.
, se teniamo presente il traguardo cui siamo chiamati, quel "nome scritto nei cieli" come lo chiamava Gesù, l'identità nostra filiale che giorno dopo giorno si costruisce nei rapporti, nelle esperienze.
Il messaggio che Gesù concentra, richiamandosi alla figura di Giovanni, è molto importante, perché indica qual era la ragione dell'efficacia dell'attività di Giovanni - attività di "precursore".
Perché c'era bisogno di un precursore e quindi di una preparazione?
Se si concepisce la venuta di Gesù come la discesa di un essere divino non ci sarebbe bisogno di nessuna preparazione, ma l'incarnazione non è la discesa di un essere divino sulla terra, bensì il fiorire dell'azione di Dio sulla terra, dalla terra, cioè dalla fedeltà degli uomini.
Questa è una legge fondamentale della salvezza, che è quella che chiamiamo la legge dell'incarnazione: l'azione di Dio deve diventare azione di uomini per essere efficace sulla terra.
Occorrono persone fedeli, e perché queste ci siano ci devono essere preparazioni, ci devono essere incontri, fedeltà intrecciate di persone che rendono possibile all'azione di Dio, al suo amore di esprimersi.
Noi dovremmo avvertire la necessità di questa funzione, a questo siamo chiamati come comunità ecclesiale. Occorre coerenza, fedeltà, essenzialità, povertà e distacco.
ISAIA 35, 1-6. 8. 10
Nella pagina che leggiamo di Isaia c'è un quadro pieno di luce e di speranza. "Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa...". Il deserto si trasforma in meraviglioso frutteto, in un giardino di delizie; attraverso esso passeranno i rimpatriati di Sion, gli esuli ritornano in patria.
L'immagine cosmologica suggerisce una profonda trasformazione che avviene nell'animo dei deportati, per cui tristezza, avvilimento, scoraggiamento vengono radicalmente superati non attraverso uno sforzo della volontà, ma attraverso un dono del Signore, che ricrea e fa fiorire ogni cosa. Certamente questo non avviene contro o senza la libertà umana, per cui anche coloro che ritornano devono mettere il loro sforzo, la loro collaborazione, irrobustendo le mani fiacche e rendendo salde le ginocchia vacillanti. E' un ritrovare la forza nel Signore stringendo i legami comunitari, assumendosi la responsabilità per i più deboli, aiutandoli a ritrovare il cammino di fede.
Si comprende così l'esortazione da rivolgere agli smarriti di cuore, esortazione che addita alla fede il venire di Dio, la salvezza divina che sta per visitare il popolo. Il Signore non è un Dio indifferente e lontano, ma è il Dio legato da alleanza con il suo popolo; è un Dio solidale, è un Dio che vuole salvare. Gli occhi dei ciechi che si dischiudono alla luce, le orecchie dei sordi che si aprono all'ascolto, la bocca del muto che innalza grida di gioia, come pure i salti di esultanza di coloro che prima erano zoppi, sono immagini somatiche per indicare un profondo rinnovamento interiore, il superamento di quella mancanza di coraggio, segno di un affievolirsi della fede.
Il testo riprende le tematiche dell'esodo: il Signore cammina in testa al gruppo di coloro che rimpatriano, come era avvenuto dopo l'uscita dall'Egitto. Questa strada è il simbolo di una vita morale diventata praticabile, rispondente al desiderio profondo di un cuore trasformato. E' una via che il popolo può percorrere ora che è stato trasformato dall'esperienza dell'amore divino. L'oracolo annuncia un mondo radicalmente rinnovato, totalmente "altro" rispetto al mondo segnato dal peccato, dal dolore e dalla morte.
MATTEO 11, 2-11
Questa pagina del Vangelo ha due quadri ben distinti.
Il primo quadro è relativo all'interrogativo posto a Gesù dai discepoli di Giovanni in nome suo: " Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?" Il secondo quadro ci riferisce l'interpretazione che Gesù dà della vita di Giovanni e della sua missione, come colui che prepara la strada.
La vita si offre nella sua novità e spesso non sappiamo coglierla, non sappiamo riconoscere il bene nascosto nell'apparente contraddizione.
Giovanni si era preparato nella penitenza più austera alla venuta del Messia, ma tutto sembrava svolgersi al contrario del previsto: era in carcere per volontà di una donna adultera anziché continuare a preparare il popolo a ricevere degnamente colui che tutti aspettavano.
Gesù di Nazareth, nel quale aveva creduto di riconoscere il Messia, sembrava contraddire le minacce proferita dal Battista nel tentativo di purificare il cuore della gente. Gesù non pronunciava nessun giudizio contro i peccatori, anzi, banchettava con loro ed era amico di chi non osservava la Legge.
Giovanni aveva forse sbagliato tutto? Eppure Gesù stesso lo ammira, lo dichiara più grande di un profeta, anzi il più grande di tutti. Lui stesso, nato da donna, parla di Giovanni come se si ritenesse più piccolo di lui. Sì, tra i figli dell'uomo il Battista incarna un record, una perfezione forse mai raggiunta nella storia, ma il più piccolo in quel Regno del Messia, in cui nessuno giudica l'altro, sarà più grande di lui.
Giovanni fa parte di un'epoca in cui il popolo eletto doveva dimostrarsi degno del suo Dio. Gesù invece introduceva dinamiche ancora inedite di relazione con il Padre: "Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: ai poveri è predicata la buona novella e beato colui che non si scandalizza di me". I poveri, quegli emarginati che erano maledetti perché non conoscevano la legge e tanto meno la potevano osservare, sono messi a contatto con una parola di liberazione e non più di condanna.
"Sono venuto a salvare, non a condannare", ripete il Nazareno. Il più grande nel suo Regno, cioè in quella nuova mentalità che dovrebbe cambiare il rapporto dell'uomo con Dio, con il prossimo e con l'universo, non sarà più il perfetto, l'eroe della penitenza, ma colui che saprà scorgere dietro ogni errore una persona che soffre e che saprà fargli incontrare il Dio della tenerezza, offrendogli un'accoglienza incondizionata. Il più grande sarà colui che saprà cogliere l'offerta del Bene, le risorse della vita in ogni evento e condividere con i fratelli.
"Il vangelo è annunziato ai poveri" - era un tratto caratteristico della scelta fatta da Gesù, per un certo verso sconvolgente, perché se uno doveva immaginare un rinnovamento della società del tempo, avrebbe dovuto rivolgersi ai sommi sacerdoti, a coloro che guidavano il popolo in quella situazione storica. Si rivolgeva ai poveri per liberarli dall'ingiustizia e dall'emarginazione.
Anche a noi è chiesto di far riflettere nelle nostre azioni, l'azione di Dio. Possiamo anche noi dire, almeno qualche volta nella nostra esistenza, non "gli altri ci stimano, c'è il successo, sono sicuro del mio futuro..", no, possiamo dire: "Ho trasmesso la forza di vita che viene da Dio?" possiamo dire: "Andate e riferite ciò che vedete ed ascoltate"? Perché l'avventura di Gesù continua ancora nel tempo, non è finita. Se fosse finita non avrebbe detto: "verrà lo Spirito, vi condurrà alla verità tutta intera."
La gioia può derivare solo, in quella forma piena, da questa fedeltà all'azione di Dio, perché è il Dio che rende giustizia, è il Dio che stabilisce la pace e che dona la gioia agli uomini.
Amici, occorre che incarniamo nella nostra vita l'azione di Gesù per far proseguire la sua missione. E' un impegno che lui stesso porta avanti se glielo consentiamo.
Buona preparazione all'avvento del Regno dalla nuova mentalità non giudicante.

Fonte:http://www.qumran2.net/

Post più popolari