CARLA SPRINZELES,"Non temere di prendere con te Maria, è tua sposa"

Commento su Isaia 7,10-14; Matteo 1,18-24
Carla Sprinzeles
IV Domenica di Avvento (Anno A) (18/12/2016)
Vangelo: Mt 1,18-24
Il tema della liturgia di oggi è l'evento dell'inizio dell'incarnazione, che dura poi tutta la vita di Gesù
fino alla Resurrezione, fino alla Pasqua. E' l'evento che continua ancora oggi nella nostra piccola storia, perché anche in noi il figlio di Dio deve crescere, grazie allo Spirito. Occorre perciò che noi lo accogliamo, altrimenti abbiamo il potere di non fare incarnare in noi il figlio di Dio!
Dio non impone, offre la possibilità, non c'è nulla di predeterminato.
ISAIA 7, 10-14
Nella profezia che leggiamo nella prima lettura, il profeta Isaia, quando scriveva quella pagina, quando parla della giovane che mette al mondo un figlio, noi siamo portati a pensare che si riferisse a Maria, a Gesù, invece si riferiva al figlio del re che doveva nascere e lo considerava come garanzia della promessa di Dio e della sua fedeltà.
Solo gli ebrei leggevano gli eventi come indicazione dei criteri per vivere il presente, per cui i discepoli di Gesù hanno riflettuto sulla missione che Gesù ha compiuto, si sono riferiti agli eventi del passato per avere la chiave per capire ciò che accadeva. Così avviene per noi: non è che Dio ci impone nulla. Anche nelle nostre esperienze, nelle nostre situazioni, nei rapporti che viviamo con gli altri, non è che dobbiamo pensare: "Dio ha voluto questo, l'ha deciso per me e io debbo viverlo accettando quello che accade". Questo è un modo sbagliato di pensare all'azione di Dio, che purtroppo è molto diffuso.
I mussulmani ce l'hanno come criterio assoluto, ma per noi cristiani questo non dovrebbe mai essere pensato, perché l'azione di Dio ci offre molte possibilità, in tutte le situazioni. Quello che per noi è assoluto è questo: noi siamo certi che in qualsiasi situazione ci veniamo a trovare, anche negativa, anche causata dalla violenza degli altri, anche contraria al volere di Dio - come è successo a Gesù per la croce - la forza dell'amore di Dio, la forza creatrice che ci attraversa ci può condurre là dove ci chiama, ad assumere il nome di figli. Perché nessuna creatura è in grado di annullare la forza della vita che in noi si esprime.
La prima lettura ci parla dell'incontro del profeta Isaia con il re Acaz. Il profeta esorta il re a credere nel Signore, perché nella fede e non nelle alleanze militari troverà stabilità e sicurezza. Purtroppo il sovrano non accoglie con fede le parole del profeta, lo dimostra il fatto che non accetta di chiedere un segno. Se solitamente sono gli uomini a chiedere un segno a Dio, qui è Dio a invitare a sollecitare la richiesta di un segno.
Il re pretende di essere il vero credente che non mette alla prova Dio. Ma l'incredulità del re non è ostacolo alla fedeltà di Dio: "Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà un figlio, che chiamerà Emanuele".
Il significato potrebbe essere questo: la città non cadrà nelle mani dei siriani grazie alla protezione del Signore, e il segno che attesterà il compiersi della parola divina sarà proprio il fatto che la sposa del re rimarrà incinta, partorirà e poi alleverà il discendente legittimo, che salirà sul trono di Davide. Così quel bambino mostrerà come Dio sia davvero fedele alla promessa, si sia rivelato come il "Dio con noi". Peraltro va sottolineato che l'oracolo prosegue parlando della dieta del bambino di panna e miele.
Ciò significa che il bambino, la cui presenza è segno della fedeltà di Dio, dovrà affrontare un tempo di dolore e prova: la salvezza arriverà attraversando questo tempo. In definitiva, la promessa dell'Emmanuele indica un paradossale segno: nella normalità della nascita di un erede, il Signore conferma la sua presenza nella vicenda della dinastia di Davide. Questo, nonostante l'incredulità di Acaz! Dio opera malgrado il rifiuto del re e la sua presenza interpella la decisione di fede.
MATTEO 1, 18-24
In preparazione al Natale, siamo sollecitati a costruire reti di comunicazione per far circolare nel nostro ambiente l'azione di Dio, in capacità di perdono, di servizi reciproci. Dio è in mezzo a noi, è là dove è accolto, perché dove non è accolto, non può esserci.
Se il primo messaggio delle letture di oggi è legato al nome "Emmanuele", cioè "Dio con noi", il secondo messaggio è legato al nome di Gesù: "Gli darai nome Gesù", sente dire Giuseppe in sogno. Il sogno è l'ambito dove si esprime l'inconscio, cioè quella forza profonda che indica la trascendenza della nostra condizione.
"Gesù" significa "Dio salva". Salva dai peccati, perché "libererà il popolo dai suoi peccati". Il riferimento immediato è il nostro peccato.
Perché viene nominato il peccato in rapporto alla nascita di Gesù? Perché non nasce un uomo nuovo dove impera l'egoismo, dove c'è la ricerca del proprio interesse, dove c'è la preoccupazione esclusiva dei propri beni, l'azione di Dio non può esprimersi. Celebrare il Natale significa rendersi disponibili a rendere presente Dio nella nostra vita.
Giuseppe e Maria sbocciano come un fiore sorprendente dalla lunga attesa del piccolo resto d'Israele, come se, per farlo spuntare, le generazioni si fossero succedute in un cammino di purificazione sempre più lungo al progetto di Dio. Giuseppe e Maria sembrano essere il riflesso della mitica coppia, quella di Adamo ed Eva, smarrita nella ricerca della propria realizzazione, nella dimenticanza d'ogni riferimento al Creatore. Dopo la loro disobbedienza, entrano nella dialettica del male che rimbalzerà, tra accuse e sensi di colpa, in un intreccio di violenze e di menzogne, lungo la storia dell'umanità. Adamo accusa Eva e subito dopo Eva pretende di "aver acquistato Caino da Dio", negando così la parte dell'uomo in quella nascita.
Giuseppe, invece, non vuole ripudiare Maria pubblicamente e cerca cosa fare per non rovinarla. Adamo aveva scoperto nel sonno la donna che gli avrebbe rivelato la bellezza della relazione. Giuseppe si addormenta, alle prese anche lui con la solitudine, nella ricerca di una soluzione che rispetti Maria. Ed ecco la risposta: "Non temere di prendere con te Maria, è tua sposa".
Accusando, Adamo perde la relazione con Eva, si ritrova solo, nella vergogna, mentre lei lo rinnega. La donna è data all'uomo - e viceversa - come specchio per entrare in relazione con se stesso e come scoperta dell'alterità in una meraviglia che genera l'amore. Ma appena il dialogo si inceppa tra i due si smarriscono in un desiderio vano, nel quale dimenticano la loro identità di figli di Dio, la relazione finisce. Comincia la rivalità e addirittura la denuncia della propria colpa, attribuita all'altro. Non è forse la storia di molte coppie?
Giuseppe invece è un "giusto", non ha peccato, non è sceso a compromessi con il male, perciò non gli viene in mente d'imputare a Maria una colpa. Non capisce quello che succede ma non vuole ergersi a giudice: lascia lo spazio vuoto, vive l'angoscia fino in fondo, senza scaricarla con la denuncia. Così ritrova Maria. Non solo gli viene restituita come donna, ma con lei gli è dato il Figlio, l'atteso del popolo d'Israele, il dono di Dio all'umanità. A lui, perché padre, toccherà persino imporgli un nome, che preannuncerà il suo destino: Gesù, Dio salva.
Ci avviciniamo al Natale, non lasciamoci prendere dalle corse senza senso o da tristezze perché non abbiamo una famiglia come vorremmo, viviamo con apertura le relazioni che abbiamo, qualunque esse siano, introduciamo, come Giuseppe, amore, rispetto e generosità nelle nostre relazioni di parentela, di amicizia o di semplice vicinanza.

Fonte:http://www.qumran2.net/

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