fr. Massimo Rossi, NATALE DEL SIGNORE 25 dicembre 2016


NATALE DEL SIGNORE  25 dicembre 2016
Is 52,7-10;  Sal 97/98;  Eb 1,1-6; Gv 1,1-18
O Dio che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai redenti, fa’
che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio, che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana.
“Prorompete in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo…”
“Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio…”
“Dio, nessuno lo ha mai visto:  il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.”
Buon Natale a tutti!
Augurando “Buon Natale” che cosa vogliamo augurare?  pace?  felicità?  fortuna?  amore?.....
Esiste una festa religiosa del Natale, ed esiste, purtroppo, anche una festa pagana del Natale.
Ma non voglio cadere nella trappola del moralismo a buon mercato, e lanciare le solite invettive contro il consumismo che a Natale raggiunge il livello di guardia …o addirittura lo supera.
Ecco, basta questa ultima espressione a rendere bene l’idea del pericolo che si corre quando un fenomeno come il Natale supera il livello di guardia e ci sfugge di tra le mani.
Anche quest’anno, come ogni anno, ci tocca riflettere sul prologo del Vangelo di Giovanni: “En arché…”, “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio…”.
Cinque secoli prima di Giovanni, i filosofi greci avevano cercato di stabilire quale fosse l’arché, il principio del mondo, dal quale tutto ha avuto origine, e per il quale (tutto) sussiste:  tra questi pensatori, i più noti appartengono alla scuola di Mileto:  Talete, per il quale il principio corrisponde all’acqua, o, meglio, ad un elemento fluido;  Anassimandro, che per primo identifica l’arché in un principio astratto – l’apeiron, l’indefinito, illimitato –;  Anassimene, che riconosce il principio nell’aria;  Eraclito, invece, è convinto che l’arché sia il fuoco e il movimento.
L’evangelista Giovanni, per tradizione ritenuto il più giovane degli apostoli, diventato poi il più vecchio del gruppo, tanto da meritare il soprannome di Immortale (rabbi Jeshuia ha-Nosri), anche lui si muove all’interno di questo complesso e affascinante dibattito filosofico.
C’è tuttavia una differenza sostanziale tra il teologo cristiano del primo secolo e i filosofi antichi: per costoro, l’arché costituisce una deduzione di tipo razionale, fondata sull’osservazione della realtà;  per Giovanni l’arché, il principio che precede, che crea e che mantiene in vita tutto ciò che esiste, è una certezza indubitabile, motivata e convalidata dalla fede nella Verità rivelata dalle SS.Scritture, e comprovata dall’esperienza diretta dell’incontro con Gesù Cristo, il Figlio unigenito che è nel seno del Padre..
Mi rendo conto che questo discorso, fatto proprio a Natale, può suonare particolarmente ostico, e magari anche poco interessante per i più…  Ragion per cui smetto.
Chi ha scritto una tesi di laurea, sa che la tesi deve aprirsi con l’introduzione e chiudersi con le conclusioni…  precisazione lapalissiana, potreste obbiettare, e avreste ragione.   Ma, gli universitari lo sanno, l’introduzione è la parte più difficile di tutta la tesi;  abitualmente si scrive per ultima…  perché deve contenere in poche righe il contenuto dell’intero lavoro; le conclusioni, idem.  Giovanni concentra nel prologo tutto il contenuto del suo Vangelo, anzi, di tutta la Bibbia, dalla Genesi, all’Apocalisse – che poi l’ha scritta lui anche questa –.
Confrontando la pagina del Vangelo con la profezia di Isaia, anche questa, pagina straconosciuta, di respiro universale, la quale annuncia la salvezza per tutto il genere umano, riconosciamo la differenza sostanziale che intercorre appunto tra una profezia e la realizzazione della stessa:  non si tratta solo della coniugazione dei verbi al futuro, o al presente…  sarebbe banale.
Anche se il linguaggio è sublimato e fortemente spirituale, il Prologo di Giovanni attesta la concretezza di un’esperienza vissuta.
L’attesa è finita;  il tempo finalmente è arrivato!  In verità, l’apostolo teologo dichiara che ciò che lui ha conosciuto e che proclama nel suo libro, non è una novità degli ultimi tempi…
Ciò che profuma di novità è il passaggio dal logos, dalla parola dei primordi, che era già allora più che una semplice parola pronunciata, era parola creante, parola che dà vita e mantiene in vita,…                   la novità, dicevo, consiste nel passaggio dalla parola uscita dalla bocca di Dio, alla parola incarnata nell’uomo Gesù.   Da una presenza implicita, non così evidente, sulla quale si poteva e si può discutere – non solo i filosofi presocratici lo facevano, lo fanno anche gli scienziati del XXI secolo –, siamo passati ad una presenza esplicita;  dal dato puramente teologico, al fatto storico.
Obbiezione:  se si trattasse di un vero fatto storico, nessuno avrebbe nulla da ridire e il Vangelo sarebbe da tutti riconosciuto come testo-cardine, principio ispiratore di ogni scelta umana…
E invece non è così!
Beh, forse è meglio che non sia così…  e mi spiego:  la nostra non è una religione del Libro, come l’Islam e l’Ebraismo.  La centralità che per i nostri fratelli Musulmani ed Ebrei è rappresentata dal testo ispirato, per noi cristiani è rappresentata da Gesù di Nazareth, il Santo di Dio, il Cristo della fede.  Noi non ci misuriamo con un testo, ma con una persona, che ci parla, sì, attraverso il Vangelo, ma non solo: (Cristo) si manifesta realmente ed efficacemente nei sacramenti, dei quali l’Eucaristia costituisce il più importante e dalla quale tutti gli altri scaturiscono.
Ma la presenza di Cristo si offre a noi anche nell’incontro con il prossimo.
Tutto ciò che avremo fatto, o non avremo fatto al prossimo, lo avremo fatto, o non lo avremo fatto a Cristo! (cfr.  Mt 25).
Ci vuole una gran fede per credere che in quel piccolo pezzo di pane e in quel sorso di vino si rivela la persona di Cristo, la pienezza della Sua divinità!
Ci vuole forse ancor più fede per riconoscere la presenza di Cristo ed accoglierlo come vero Dio nella persona del prossimo; che sia il nostro compagno, la nostra compagna, nostro figlio, un confratello, un collega di lavoro, un parrocchiano,… oppure uno straniero sconosciuto, un carcerato, un malato…
Questo è il significato del Natale:  va celebrato, e poi va vissuto!
L’augurio che mi sento di fare a ciascuno di voi, ma anche a me, è di poter fare l’esperienza dell’incontro con il Dio di Gesù Cristo, diventando anche noi, per coloro che incontreremo, l’occasione per fare la stessa esperienza.
E sarà veramente Natale!
Per tutti!

Fonte:http://www.paroledicarne.it/

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