MONASTERO DI RUVIANO, "CHI E’ DISPOSTO A DIVENTARE TERRA PER IL CIELO?"

OMELIA NATALE DEL SIGNORE 2016
NATALE DEL SIGNORE

Notte: Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14   

Aurora: Is 62, 11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20  

Giorno: Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18 
CHI E’ DISPOSTO A DIVENTARE TERRA PER IL CIELO?
            Cesare Augusto vuole contare i suoi sudditi e, incredibilmente, uno di questi (uno dei vinti,
dei conquistati, dei sottomessi) è il Signore ed il sovrano della storia e del cosmo … uno dei tanti è Colui che è “in principio” (cfr Gv 1,1), è Colui che è il “principio ed il fine” di tutto(cfr Ap 1,8); il Natale fa esplodere questo infinito mistero: uno dei miliardi di uomini apparsi nella storia, un frammento di questa nostra stupenda, tragica, bellissima, fragile umanità (si calcola che sulla terra siano vissuti, fino ad oggi, 57 miliardi di uomini; per altri ce ne sono stati 107 miliardi! La scienza non lo sa precisamente … Dio sì, però! Ed ama ognuno!) è stato, ed è,  il Figlio dell’Altissimo (cfr Lc 1, 32), è stato ed è l’Emmanuele, il Dio-con-noi (cfr Mt 1, 23) … perciò è il Dio che salva (cfr Mt 1, 21).

            Cesare Augusto ed i suoi cortigiani credono di muovere il mondo, credono di avere potere illimitato perché possono far andare i “piccoli”, i “poveri”, i “sudditi” dove loro desiderano e dove meglio li possano contare per misurare la loro sovranità; in realtà, ci dice l’Evangelo del Natale, che è Dio che inizia a “muovere” la storia attraverso un suo ingresso paradossate in questa storia: in un Bambino marginalissimo, in un luogo marginalissimo della terra, attraverso una nascita non da sangue e carne.  Anche quei movimenti orditi dai grandi della terra (come il censimento di cui ci dice Luca!) si rivelano essere “al servizio” del progetto di Dio, di quella signoria del Messia che doveva nascere a Betlemme (cfr Mt 2,5 e Mi 5,1).

            Il mistero del Natale, che ancora una volta viene a scomodarci (speriamo!) in questo anno che volge al suo termine, ci chiede la capacità di una lettura “in grande” della storia, una lettura in cui cogliere la presenza ed il progetto di Dio che riesce a passare per le vie anche impervie e, a volte, persino perverse del nostro umano. Il Natale vuole rivelarci che la nostra vita, le nostre storie, sono, per grazia, abitate da Dio; non siamo dunque esseri sperduti in un universo immenso e ostile, foglie che volano al vento del caso; no, la storia, in Gesù, è abitata da un Dio che ha scelto la nostra umanità solo per amore: Pace in terra agli uomini amati dal Signore, sentono i pastori dal coro celeste.

            Il Bambino che nasce a Betlemme è davvero la pace ma una pace totalmente altra da quella che Augusto aveva imposto al mondo con la guerra e con la sua tirannia; una pace anche sovversiva rispetto alla pace biblica, allo shalom che Israele ha sempre sognato e che si augura in ogni incontro quotidiano in cui “shalom” è il saluto reciproco che ci si dà.

            La pace che viene in terra con il Figlio di Maria è una pace, diciamocelo, tragica, drammatica, perché è la pace che Lui porterà paradossalmente come una spada perché impone una scelta, impone una presa di posizione, impone che si scelga dove dimorare e dove non dimorare; la pace di questo Cristo Signore, che nasce nella città di Davide, è una pace che brucia come fuoco e annega come acqua ciò che contraddice le vie della giustizia, le vie di Dio (cfr Lc 12, 49-50). Il Cristo che nasce, Gesù di Nazareth, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo, è pace e riconciliazione ma per la via che Lui stesso percorrerà nella sua vicenda, una via percorsa senza sconti e con ostinatezza: la via del dono totale di sé fino al sangue, la via della determinazione a stare sempre dalla parte delle vittime, la via della lotta perché l’uomo sia uomo, la via della consegna nelle mani di un Dio che è Padre e questo “nella fede e non nella visione” (cfr 2Cor 5,7), la via della fraternità che si spende per la fraternità. La provocazione del Natale è di una pace né irenica, né buonista … il Figlio di Dio nella nostra carne porta una pace che è segno di contraddizione, che ci grida degli aut-aut forti e netti.

            Celebrare il Natale significa allora permettere al mistero dell’Incarnazione di accedere così alla nostra vita, alla nostra storia, ai nostri tessuti relazionali; celebra il Natale chi ha il coraggio di consegnare la propria carne, la propria umanità a Cristo ed al suo Evangelo, per consegnare se stessi al “sogno” dell’Evangelo perché Dio trovi ancora carne in cui piantare la sua tenda e con cui parlare, amare, agire nella storia, perché Dio trovi ancora uomini disposti ad appartenere, nella storia, a ciò che supera la storia dando ad essa senso, orientamento e meta.

            Celebrare il Natale non è ricordare un fatto storico, per quanto importante, ma è permettere al mistero di Dio, del Dio che Gesù è venuto a narrare, di invadere ancora la storia; celebrare il Natale è dare luogo e spazio a Dio; il Natale può celebrarlo in verità chi è disposto a divenire terra per il cielo! E questo fuori da ogni “poesia” perché essere terra per il cielo significa aprire il nostro concreto all’inconcepibile di Dio, a ciò che mai avremmo pensato di poter essere, fare o pensare!

            Il Bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia di Betlemme è l’oltre di Dio, è l’inimmaginabile divenuto carne … al di là di ogni umana prospettiva.

            Gesù di Nazareth non sarà forse l’ “impossibile degli uomini” che diviene possibilità? Gesù di Nazareth non sarà forse quell’uomo che il “sogno” di Dio aveva plasmato e che prima mai aveva calcato la nostra terra?

            Un uomo come Gesù chi ce lo poteva dare se non Dio solo facendosi carne?

            Se crediamo a questo “incredibile” e lottiamo per questo “incredibile” saremo gli uomini nuovi che il mondo, consapevolmente o inconsapevolmente, attende.

                                                         

                                                           p. Fabrizio Cristarella Orestano

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