MONASTERO MARANGO"Un bambino. Un segno che bisogna saper leggere"


Natale del Signore
Letture: Is 9,1-6; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14
Un bambino. Un segno che bisogna saper leggere
1)Mi trovo in difficoltà a fare gli auguri di Natale. Me ne arrivano a centinaia in questi giorni: per
posta, su facebook, su WhatsApp. Alcuni sono originali; il più delle volte sono un copia-incolla di frasi ad effetto, prese dalla bibbia o da qualche autore importante. Accompagnano i testi delle belle foto, con angeli, artistiche Madonne, paesaggi ricoperti di candida neve. Talvolta c’è anche la musica, da quella tradizionale alla più moderna e raffinata. Sui social ti porti a casa anche qualche insistente pubblicità dei propagandisti della politica o dei venditori di sogni a buon mercato. Sono auguri comunque sempre graditi, che dicono di una relazione, di un legame di amicizia, di un qualche interesse per quello che sei e che fai. Dico grazie a tutti.

Io però non so trovare la citazione più appropriata, le parole più poetiche, l’immagine più convincente, per dire quello che ho nel cuore.
Io in questo momento, in questi giorni, in tutto questo tempo, porto nel cuore, come una profonda ferita, le immagini di Aleppo, città martire, divenuta simbolo universale dell’odio e della violenza che ci sta massacrando tutti. Porto in me i volti disperati di uomini e donne in fuga.Penso a Berlino, a Gaza, al Sudan, alla Nigeria, alla Libia. Mi giro da ogni parte e vedo solo sangue e dolore. Vedo gli occhi dei bambini che mi guardano terrorizzati, senza più lacrime. Tengo tra le mani i resti di un grande rosario di pietre scolpite, che avevo visto appeso alla parete dello studio di abuna Jean, a Qaraqosh, nel mio primo viaggio in Iraq. E’ stato fatto a pezzi dalla violenza di quelli di Daesh, assieme a tutto ciò che hanno trovato e che rappresentava una memoria cristiana. Me l’hanno portato due amici che sono andati là, pochi giorni orsono, accompagnati da Wisam, un monaco iracheno nostro amico, per vedere quello che era rimasto di quella città della piana di Ninive, liberata da poco. Ho tra le mani anche una statuina della Vergine, senza più volto, perché bruciato dalla violenza dell’odio. E croci spezzate, frantumi di memoria. Pietre a cui è stata rapita l’anima. Scorrono davanti ai miei occhi le foto orribili delle case devastate, delle chiese profanate e incendiate, dei palazzi svuotati, le sagome di una città nella quale regna il silenzio dei cimiteri. Piango e mi domando come questo può ancora accadere. Piango e mi chiedo se ancora potrà rinascere la vita, se un popolo potrà tornare ad abitare la sua terra. Oggi centinaia di migliaia di profughi sopravvivono nei campi, che si ingrossano sempre più, in una emergenza umanitaria che non finisce mai. Piango in silenzio, preparandomi al Natale.

Ricordo a memoria le parole che hanno accompagnato il mio Avvento, e che sono state per me come un balsamo di speranza, un olio per le ferite:
Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete!».
Il Signore vi darà un segno.
La vergine concepirà e darà alla luce un figlio. Gli sarà dato il nome di Emmanuele.

Leggo anche, con un po’ di anticipo, le parole che udremo nella notte di Natale:
Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo.
Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce.
Hai spezzato il giogo che l’opprimeva, il bastone del suo aguzzino. Ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati.
Un bambino per noi è nato.
La pace non avrà fine.

Mi asciugo gli occhi con il dorso della mano.
Due opposte visioni mi prendono l’anima: l’oscurità, nella quale è precipitato il mondo, la violenza che dilaga ovunque, anche nei nostri rapporti più quotidiani, con nessuna resistenza da parte dei molti che vogliono difendersi solo dalle loro paure, e non hanno voce per difendere il fratello. Vedo la morte che canta il suo lugubre lamento e diffonde il suo odore dappertutto.

E vedo anche un bambino, un tenero germoglio, che è nato tra noi.

Verrebbe spontaneo affermare che questo bambino viene come vittima, che entra nel mondo per subire la stessa sorte di milioni di innocenti, violentati e uccisi dai dominatori di questo mondo. Anche questo è accaduto. La Chiesa ha letto nella culla di questo bambino la prefigurazione della tomba e nelle fasce che lo hanno avvolto appena nato il lenzuolo e le bende con le quali è stato deposto nel sepolcro.
Questo bambino sperimenterà fin dalla nascita la violenza assurda di Erode.
Ma il mondo non sa della sua vittoria sulla morte.
Questa vittoria dovrebbe essere il nostro canto di Natale: viene in mezzo a noi colui che vince la potenza della morte!

Mi domando però come questo bambino inerme, questo crocifisso tra due malfattori, faccia ancora paura, fino a distruggerne le immagini, spezzare le croci, sfregiare con odio il suo volto santo.
E non pensiamo solo a chi usa violenza.
Con le nostre canzoncine piene di buoni sentimenti, i riti celebrati a natale nei supermercatisempreaperti, le nostre feste d’inverno e l’invasione di luci finte, abbiamo ugualmente ucciso il bambino. In modo indolore. Facendo finta di fare festa.

Prenderò il bambino, lo avvolgerò in fasce con amore, lo porrò con delicatezza nel suo presepio.
Le pietre del rosario profanato di Qaraqosh, la Vergine bruciata , senza più volto; e ancora: ciò che resta del viso di Maria, preso a bersaglio da uomini senza i tratti di una residua umanità, le piccole croci spezzate dalla violenza cieca, questo sarà il mio presepio, la culla sopra la quale adagerò il mio Signore.
Un bambino.
Un segno che bisogna saper leggere.
La vittoria sulla notte più oscura.
Adoro in silenzio.
Vieni, ancora!


Giorgio Scatto

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