p. José María CASTILLO"SEI TU COLUI CHE DEVE VENIRE O DOBBIAMO ASPETTARE UN ALTRO?"

III DOMENICA AVVENTO – 11 dicembre 2016 - Commento al Vangelo
SEI TU COLUI CHE DEVE VENIRE O DOBBIAMO ASPETTARE UN ALTRO?
di p. José María CASTILLO
Mt 11,2-11
[In quel tempo,] Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo
dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
1. Se Giovanni Battista ha inviato due dei suoi discepoli a chiedere a Gesù se fosse “colui che doveva venire”, certamente questo vuole dire che persino Giovanni è rimasto sconcertato quando si è reso conto di quello che faceva Gesù. Quello che sconcertava Giovanni non era quello che Gesù diceva, ma quello che faceva, ossia le sue “opere”, non le sue “parole”. Le “opere” si “vedono”; le “parole” si “ascoltano”. E tuttavia il Vangelo ci dice che a richiamare l’attenzione della gente è quello che ognuno fa, non quello che ognuno dice.
Negli ambienti ecclesiastici si parla molto, si predica molto; ed in quello che si dice e si predica si dicono cose sublimi. Ma allo stesso tempo capita frequentemente che si fanno cose vergognose ed è meglio nasconderle. Parlare è facile. Caratteristica di Gesù è vivere in 1modo tale che quello che facciamo porti la gente a pensare, obblighi a farsi domande, ci faccia riflettere tutti sul nostro modo di vivere.
2. Perché c’è stato lo sconcerto di Giovanni? Perché attendeva un Messia giustiziere, minaccioso, castigatore, per tutti i peccatori, i disorientati, i miscredenti, etc. Questo ha detto Giovanni alla gente nei suoi sermoni vicino al fiume Giordano. Ma emerge il fatto che Gesù, invece di fare questo, si è dedicato a curare ammalati, ad accogliere pubblicani e peccatori, a mangiare con i poveri, ad alleviare pene e sofferenze...Giovanni non si aspettava un Messia così. Giovanni aveva posta la sua speranza in un Messia che lottava contro il peccato. Ma Gesù ha lottato contro la sofferenza. Così Gesù ha modificato la religione. Ha dato un altro orientamento al piano di Dio. Ed ha annunciato una Signoria di Dio basata sull’umano più che sul religioso. Questo non entrava in testa a Giovanni. E soprattutto, cosa faceva perché le sue opere fossero la prova del fatto che lui era la soluzione e la salvezza? L’argomento fondamentale dato da Gesù, la prova da lui portata non è di carattere sacro, né spirituale, né soprannaturale, né religioso. È qualcosa di umano, molto umano: alleviare pene, dare vita, felicità e buone notizie. Non ci entra in testa che la soluzione non sta nei discorsi, negli argomenti, nelle teorie e nei dogmi. Solo la vita è degna di fede, come solo l’amore merita di essere creduto. Un’opera così semplice come una buona accoglienza in alcuni momenti, un sorriso che accoglie, un silenzio opportuno, uno sguardo di tenerezza, una conversazione di ascolto e senza fretta, il riconoscere che uno si è sbagliato....queste “opere” sono salvezza e speranza. 3. L’aspetto più scioccante in questo vangelo è che Gesù termina dicendo agli inviati di Giovanni: “Beato è colui che non si scandalizza di me”. Ma come è possibile che “rendere felici coloro che soffrono” sia una cosa che “scandalizza”? Perché ci sono teologi e catechisti che continuano a dire che la sofferenza è un dono divino. Così come ci sono confessori che insegnano che la malattia ed il dolore ci avvicinano a Dio. Coloro che la pensano così, sono persuasi che la missione dei “rappresentanti di Dio” non è “dare felicità e vita”, ma “esigere pazienza e speranza nell’altra vita”. Per questo c’è gente che si scandalizza quando sente dire che Dio è presente nella gioia di vivere, nella felicità dell’affetto umano, nel piacere di sentirsi bene. Gesù ci avverte che bisogna stare in guardia di fronte agli “scandali” di questi insopportabili “bigotti”.

Fonte:http://www.ildialogo.org/

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