don Giacomo Falco Brini "Felici di Gesù"

Felici di Gesù
don Giacomo Falco Brini  
IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (29/01/2017)
Vangelo: Mt 5,1-12
Molti parlano di felicità. Andate su facebook o altri social. Chi passa almeno una volta al giorno da
quelle parti credo mi stia capendo. Tutti (o quasi) a dare ricette, a indicare poeticamente una via, oppure a citare questo o quell'altro sulla felicità. Magari, dopo nemmeno qualche ora, alcuni fra essi sparando giudizi a destra e a manca solo per qualche contrarietà. Poi ti giri un po' intorno e non è che trovi subito al primo angolo della strada di casa una persona felice. Anche Gesù parlò di felicità. Ma, come sempre, dentro la cornice di un sano realismo. Si può essere felici già su questa terra, certamente. Però ciò che Gesù indica per giungere alla felicità non ha grande "audience", tutt'altro.
Come in tante altre circostanze, mi sarebbe piaciuto vedere le reazioni della folla che quel giorno udì il Signore annunciare la felicità eterna per i poveri, per quelli che sono nel pianto, per i miti, per quelli che hanno fame e sete della giustizia o sono perseguitati per essa, per i misericordiosi, per i puri di cuore, gli operatori di pace, e per tutti i perseguitati e insultati a causa del suo nome. Gli avranno creduto subito? Avranno chiesto spiegazioni? Gli avranno dato del matto? Ci siamo tanto, ma tanto abituati a leggere questo vangelo. Io per primo. Ma se prendiamo seriamente quello che Gesù dice, è davvero sconvolgente: la beatitudine, ovvero la felicità per sempre, è promessa a coloro che in questo mondo normalmente sono sconfitti, scartati, diseredati, quelli che non contano a niente, quelli che non hanno alcuna presa sugli altri, ridicolizzati, deboli, disprezzati, insignificanti. E poi quelli che vengono calunniati, quelli che portano addosso l'obbrobrio di Gesù (Eb 13,13). Tutta una umanità che soffre, poco attraente.
Adesso fermiamoci un attimo. Rileggiamo lentamente il vangelo. Rispondiamo personalmente: ma davvero ci credo che la strada della felicità è indicata nelle beatitudini di Gesù? Quando partii nell'anno 2003 per l'America Latina (Perù) avevo nel cuore ancora la certezza che lì la Chiesa intera vivesse davvero "l'opzione preferenziale per i poveri". Ero un po' più giovane. Poi scoprii che lì almeno tre quarti delle forze della Chiesa tra sacerdoti, comunità di consacrati, associazioni e istituti secolari di vita apostolica, hanno sede e vivono il loro ministero nel centro moderno della città di Lima che forse non arriva nemmeno a un quarto della sua popolazione totale. In periferia, tra le masse anonime di poveri che non vivono come noi, ci va a vivere solo una piccola percentuale delle forze ecclesiali. Fu una delusione. Però alla lunga è diventata una bella provocazione per la mia vita. Voglio seguire Gesù perché altri lo seguono o perché liberamente voglio aderire al suo programma di vita che trovo nel Vangelo? Dove appoggio la mia scelta? Sulla sua Chiesa, fatta di uomini fragili come me, o sulla parola del Signore? Forse che il Signore mi chiede di controllare se gli altri stanno veramente scegliendo Lui con le sue scelte, oppure ogni giorno rivolge a me questa domanda?
Ho riletto anch'io il vangelo. Dalla mia cecità mi pare di intravedere il filo sottile che unisce tutte le beatitudini. Chi ama diventa povero in spirito per rispettare e lasciare sempre spazio al suo prossimo, e per lasciar fare a Dio il suo mestiere. Chi ama diventa irreversibilmente una persona mite, virtù di chi matura nella fede. Chi ama vive costantemente affamato e assetato di giustizia, oppure perseguitato per essa, perché la giustizia umana è quasi sempre ingiusta. Chi ama diventa misericordioso, perché si accorge ogni giorno di ricevere misericordia. Chi ama diventa puro di cuore, perché l'amore nel tempo purifica. Chi ama diventa un operatore di pace, perché l'amore riconcilia con se stessi e con gli altri. Chi ama inevitabilmente sarà insultato, perseguitato e calunniato, semplicemente perché si trova nel cammino non davanti, ma dietro a Gesù.
Chi ama? Una cosa sola è certa. Gesù ci ama veramente. La sua storia è lì, nei vangeli, a ricordarcelo; ed è lì, nel sacramento della Eucarestia, a rendercela presente.
Allora si capisce perché, se uno davvero sta imparando ad amare, prima o poi si rallegrerà e non si lamenterà di quello che gli potrà toccare in sorte come sofferenza (Mt 5,12).
Perché dunque così pochi disposti a entrare in questo cammino e così tanti disposti a vivere di surrogati d'amore? Mi sento incerto a dare una risposta, in fin dei conti siamo tutti un mistero. Però oso darla: perché imparare ad amare fa soffrire. E noi non vogliamo più soffrire. Eppure, se qualcuno vuole venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la propria croce e mi segua...
S. Paolo nella seconda lettura invita a considerare la nostra chiamata (1Cor 1,26) penetrando ulteriormente nel senso profondo delle beatitudini. Ci dice: prima di tutto datevi una occhiata intorno e osservate se tra voi che avete sentito la chiamata di Gesù c'è gente sapiente, potente e di nobili origini. Ce ne sono ben pochi. Ed ecco la rivelazione: in tre versetti, per tre volte, viene ripetuto Dio ha scelto (vv.27-29). Sì, anche Dio fa le sue scelte. Proprio qui, sinteticamente, ritroviamo le beatitudini del vangelo: ciò che è stolto, ciò che è debole, ciò che è ignobile e disprezzato, ciò che è nulla per il mondo, Dio lo ha scelto! Il motivo riassuntivo: perché nessuno possa vantarsi davanti a Dio (1Cor 1,29).
Chi sta imparando ad amare infatti, si ritrova pian piano a scegliere quello che Dio sceglie, cartina di tornasole per verificare se si sta seguendo Lui oppure se stessi, con quel sottilissimo e ben nascosto compiacimento per il bene che si fa. Solo chi sta imparando ad amare comincia ad essere felice. Avendo accettato di essere solo una creatura e di non essere la sorgente dell'amore, è contento di una sola cosa ed è il suo unico vanto: di avere come Dio e sole della propria vita Gesù Cristo Nostro Signore, perché come sta scritto: chi si vanta, si vanti nel Signore (1Cor 1,31).

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