DON Tonino Lasconi," Identikit di Gesù, identikit dei suoi discepoli"

IV Domenica del tempo Ordinario - Anno A - 2017
Questa IV domenica ci ripropone il brano delle Beatitudini. Allontaniamo la sensazione del "questa la
so", perché la Parola proclamata non è la lettura di un libro per imparare qualcosa in più, ma il Signore che ci parla, e il Signore non ripete mai le stesse cose.

Questa volta accogliamo il conosciutissimo testo non come il Decalogo della Nuova Alleanza, cioè come una legge con la quale confrontarci, ma come una sintesi della vita dell'uomo Gesù, quasi un suo identikit, offerto ai discepoli affinché essi possano "comportarsi come lui si è comportato" (1 Gv 2,6).

Certamente Gesù è stato povero in spirito. Non perché fosse povero socialmente. Non era ricco, ma come artigiano non era in fondo alla scala della società del tempo. Il suo gruppo aveva una cassa comune (Gv 12,6), affidata - mistero! - a Giuda, per le spese e per le elemosine (Gv 13,29), e il supporto di donne facoltose che "li servivano con i loro beni" (Lc 8,2-3). Non aveva "una pietra dove posare il capo" (Lc 9,58), perché aveva scelto di vivere percorrendo "tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità" (Mt 9,35). Essere poveri in spirito significa condividere il dono della vita con gli altri, fino a darla completamente. Non è una condizione sociale, ma una scelta che deve fare sia chi ha tanti soldi, sia chi è povero in canna.

Gesù è stato mite. Lo dichiara egli stesso: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore" (Mt 11,29), ma non debole e remissivo di fronte a chi si approfittava dei deboli: "Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito! " (Lc 11,46). La sua mitezza non gli impedito di fare una frusta di cordicelle per rovesciare i tavoli dei mercanti del tempio (Gv 2,15).

Gesù è stato nel pianto? Chi più di lui? Non si è mai rifugiato nel lamento e non è fuggito davanti alle lacrime, nemmeno davanti alla morte di croce. Gesù è stato puro di cuore, perché la sua vita, senza tentennamenti e furbizie "non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì» (2Cor 1-19).

Gesù ha avuto fame e sete di giustizia, cioè della volontà del Padre che non vuole che alcuni suoi figli sfruttino gli altri. Per questa "giustizia" Gesù è nato, per essa è vissuto, per essa è stato perseguitato, per essa è stato crocifisso.

Gesù è stato un operatore di pace, ma della "sua" pace (Gv 14,27), che non è pensare ai fatti propri, stando buoni e zitti di fronte a chi commette ingiustizia per non rischiare guai, ma è combattere per la giustizia con la nonviolenza, intransigenti con il peccato e misericordiosi con il peccatore.

Con un identikit di Gesù così come deve essere quello dei suoi discepoli? Essi devono essere generosi, leali, impegnati a creare giustizia e a costruire pace, senza paura, senza durezza, senza violenza, ma con decisione, senza lasciarsi fermare dalla difficoltà, dalle opposizioni e persino dalle persecuzioni.


Siamo così noi che ci consideriamo cristiani?

Dobbiamo fare molto di più. C'è troppa differenza tra la grandezza della vita di Gesù e la nostra. Prendiamone atto, non solo per fare "mea culpa", ma per rafforzare la nostra capacità di seguirlo, consapevoli che più si cerca di vivere come lui, più aumentano i contrasti. Chi non vorrebbe, infatti, essere generoso, leale, giusto, coraggioso, mite e misericordioso, operatori di pace? Il problema è che per vivere così è necessario rinunciare a essere "sapienti, potenti, nobili" per il mondo, ed entrare nel "popolo umile e povero" che cerca il Signore, consapevole che "quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio".

Questo capovolgimento di mentalità è duro, ma possiamo farlo, perché Gesù non ci chiede soltanto di imitarlo, ma ci consente di vivere in lui per grazia.

Fonte:http://www.paoline.it/

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