MACHETTA Domenico SDB, Lectio «Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo»

6 gennaio 2017 | Epifania di Gesù - Anno A | Lectio Divina

«Abbiamo visto sorgere la sua stella 
e siamo venuti per adorarlo»
«Oggi in Cristo, luce del mondo, tu hai rivelato ai popoli il mistero della salvezza, e in lui apparso
nella nostra carne mortale ci hai rinnovati con la gloria dell'immortalità divina».
In queste parole del Prefazio mi sembra che si esprima mirabilmente il senso della festa dell'Epifania, tutta luce e splendore: la «manifestazione» di Gesù come Figlio di Dio e Salvatore al cospetto di tutti i popoli e, nello stesso tempo, la «manifestazione» degli effetti prodigiosi della salvezza in quelli che si lasciano da lui «rinnovare», partecipando alla «gloria dell'immortalità divina».
L'Epifania perciò intende celebrare una doppia irradiazione di luce e di splendore: quella che si sprigiona con forza irresistibile da Cristo e quella che si rifrange, per via di partecipazione, sul volto della Chiesa in quanto «corpo» del Signore.

«Nato Gesù a Betlemme, alcuni Magi giunsero da Oriente»
Tutto questo lo ritroviamo espresso e approfondito nella mirabile scena dei Magi, che vengono di lontano per «adorare» il Signore, guidati da una «stella» prodigiosa, e poi ritornano nel loro «paese» diventando essi stessi annunciatori di quella «luce» che li aveva avvolti e compenetrati.
Sono da tutti risapute le difficoltà, soprattutto di carattere storico, che presenta questo racconto. Tutto rimane sospeso nel vago, a incominciare dagli stessi protagonisti, che non riusciamo a sapere con precisione chi fossero. Il termine «mago» (in greco mágos), infatti, può significare diverse cose: i sacerdoti persiani di Zaratustra, gli esperti in arti magiche che facevano ricorso allo studio degli astri, certi propagandisti religiosi di quel tempo, ecc. Anche del loro luogo di provenienza non sappiamo niente più di quello che ci dice il testo: venivano «dall'Oriente» (v. 1), cioè da una delle infinite regioni ad est della Palestina (Mesopotamia, Persia, Arabia, India, ecc.).
Perché Matteo, che è il solo a parlarcene, non ci dice qualcosa di più preciso? Era anche lui a corto di notizie, o ha voluto sfumare i contorni di un ben preciso episodio per farne il «simbolo» di una messaggio religioso molto più ampio del fatto storico in sé e per sé?
Tutte domande legittime, che dobbiamo tenere presenti per non forzare il testo, né riducendolo a un racconto di pura storiografia, né svaporandolo a leggenda edificatoria. L'equilibrio probabilmente sta nel mezzo: un fatto storico, dai contorni un po' evanescenti, che all'Evangelista interessa soprattutto per il suo significato religioso, che si inserisce mirabilmente nella struttura del suo Vangelo.
Sforzandoci dunque di leggere questo brano narrativo secondo l'ottica del primo Evangelista, quali sono gli elementi del messaggio religioso che egli intende trasmetterci?
Prima di tutto, la capacità di «autotestimonianza» di Cristo a se stesso: è lui, infatti, che attira a sé gli uomini, anche più lontani e diversi, con la sola forza della sua «presenza» in mezzo a noi.
Questo mi sembra indicare, comunque si interpreti, quella «stella» prodigiosa che è la vera protagonista di tutto l'episodio: «Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo», dichiarano i Magi al re Erode (v. 2). A Gerusalemme però essa scompare, forse perché non c'era luce nel cuore dei suoi abitanti! Quando poi i Magi riprendono il cammino verso Betlemme, «ecco che la stella, che avevano vista nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia» (vv. 9-10).
Non sono gli uomini a cercare Cristo, ma è lui che va alla ricerca degli uomini per attirarli a sé. E questo perché egli è la «luce» e la luce è sufficiente a «rendere testimonianza a se stessa» (sant'Agostino): basta che il sole la mattina si affacci all'orizzonte perché la terra sia illuminata e gli uomini siano avvolti dal suo splendore. E anche se ci sono le nuvole, che ne contrastano il cammino, il sole vince sempre e disperde le nuvole.
Non aveva già il pagano profeta Balaam preannunciato il Messia sotto l'immagine della luce? «Io lo vedo, ma non ora; io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele» (Nm 24,17). E Cristo stesso non si presenterà ripetutamente come la «luce degli uomini» (Gv 1,5.8.9, ecc.)? «Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12). Il problema è di non chiudere gli occhi alla luce, come invece hanno fatto Erode e gli abitanti di Gerusalemme in quel giorno.

«All'udire queste parole Erode restò turbato...»

E poi c'è un secondo messaggio religioso in questo racconto, che anticipa in un certo senso tutta la tematica del primo Vangelo, il quale è bensì diretto a una comunità giudeo-cristiana, ma per farle capire che Dio ha ormai allargato le prospettive della salvezza. Tanto più che storicamente, quando san Matteo scriveva il suo libro, già si era verificato un fatto sconvolgente, che non poteva non avere conseguenze drammatiche: Israele aveva respinto la salvezza che Dio gli aveva offerto in Cristo, condannandolo alla morte di croce. Il disegno di Dio rimarrà per questo bloccato, o non si aprirà piuttosto la via all'ingresso dei «popoli» pagani alla salvezza? È su questa apertura «universalistica», infatti, che si chiude il primo Vangelo (28,18-20).
L'episodio dei «Magi», che vengono da paesi lontani per adorare «il re dei Giudei che è nato» (v. 2), già anticipa questa situazione di dramma attorno a Cristo: i «lontani» cercano il Messia, lo trovano, lo riconoscono pur sotto i segni di un povero fanciullo, mentre i «vicini», cioè gli Ebrei, rappresentati qui da Gerusalemme che «si turba» insieme al suo dispotico sovrano, lo trascurano, lo osteggiano, addirittura tramano insidie contro di lui.
È sotto il segno della insidia, infatti, che si spiegano l'ipocrito interessamento di Erode circa il tempo in cui era apparsa ai Magi la stella e la preghiera loro rivolta: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo» (v. 8). La successiva «strage degli innocenti» (Mt 2,16-18) ne sarà la dimostrazione palese.
È il nuovo popolo dei credenti che si sostituisce al vecchio Israele, è la Chiesa che sottentra alla Sinagoga, perché davanti a Dio l'unica cosa che conta è la capacità di accettare i suoi progetti senza imporgli i nostri, di riconoscere i molteplici «segni» della sua presenza nella storia: anche la «stella» che guidò i Magi era un «segno», che loro solamente seppero decifrare. Direi che il miracolo più che fuori avvenne «dentro» di loro.
Anche oggi Cristo dà «testimonianza di sé» al mondo: è pronta la Chiesa tutta intera a cogliere i segni di questa testimonianza, a lasciarsi «illuminare» dai riflessi della sua luce? Tutta la forza della Chiesa, infatti, è nella penetrante «lucidità» della sua fede: in tal modo anch'essa potrà diventare la «epifania» del suo Signore, che a sua volta è la «epifania di Dio».

«Alzati, rivestiti di luce»

Su questa linea mi sembra che si muova la commossa ed esaltante pagina, ripresa da Isaia, nella quale il Profeta descrive lo splendore della nuova Gerusalemme, per dare animo ai gruppi di esuli che ritornavano dalla schiavitù babilonese e potevano essere scoraggiati nel vedere la situazione di abbandono e di squallore della Città santa. Gerusalemme, annuncia il Profeta, sarà avvolta nella «luce» e diventerà come un richiamo per tutti i popoli della terra, che vi accorreranno portando i loro doni più preziosi: diventerà così come la capitale spirituale del mondo intero, anche dei popoli pagani.
«Alzati, rivèstiti di luce, perché viene la tua luce, / la gloria del Signore brilla sopra di te. / Poiché, ecco le tenebre ricoprono la terra, / nebbia fitta avvolge le nazioni; / ma su di te risplende il Signore, / la sua gloria appare su di te. / Cammineranno i popoli alla tua luce, / i re allo splendore del tuo sorgere. / Alza gli occhi intorno e guarda: / tutti costoro si sono radunati, vengono a te. / I tuoi figli vengono di lontano, / le tue figlie sono portate in braccio. / A quella vista sarai raggiante, / palpiterà e dilaterà il tuo cuore, / perché le ricchezze del mare si riverseranno su di te, / verranno a te i beni dei popoli. / Uno stuolo di cammelli ti invaderà, / dromedari di Madian e di Efa, / tutti verranno da Saba, portando oro e incenso / e proclamando le glorie del Signore» (Is 60,1-6).
È indubbio che san Matteo si è ispirato a Isaia 60,6 nel descriverci i Magi che offrono i loro doni a Gesù: «Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» (Mt 2,11). Sono cose particolarmente preziose quelle che vengono offerte, e intendono esprimere un riconoscimento di sudditanza e di gratitudine verso il Signore che si è rivelato alle genti.
Anche nel brano di Isaia, protagonista vero di tutta la commossa visione profetica è la «luce», che viene irradiata dalla Città santa: anzi, questa si identifica con la luce stessa. Infatti, la traduzione letterale dell'ebraico, più che «rivèstiti di luce», suona: «sii luce». Però non è una luce propria la sua, ma viene da Dio, come dice chiaramente il testo: «La gloria del Signore brilla sopra di te» (v. 1). Poco dopo il Profeta dirà addirittura: «Ma il Signore sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore» (v. 19). Gerusalemme, dunque, diventa richiamo per tutte le nazioni (v. 3), perché avvolta nella «luce» del suo Signore.

La Chiesa «luce di Cristo»

Mi sembra che qui sia delineata la missione di quella «nuova» Gerusalemme che è la Chiesa, formata dall'adunanza di tutti i popoli e mandata, nello stesso tempo, a tutti i popoli: farsi talmente pervadere dalla «luce» che è Cristo, per diventarne la festosa «trasparenza» e il centro di irradiazione per tutto gli uomini.
Questo però significa aver assimilato Cristo fino a lasciarsi trasformare da lui, fino a incarnare ad ogni momento le esigenze più profonde del suo amore, della sua fraternità, della sua capacità di donarsi e di servire. A questo punto la Chiesa non può non diventare «annunzio» gioioso del Cristo che è in lei: come abbiamo poco sopra ricordato, essa diventa così l'«epifania» del suo Signore proprio come comunità di credenti che si è lasciata invadere dalla «luce».
Il problema della «evangelizzazione» a questo punto sarebbe quasi radicalmente risolto, perché è la vita stessa dei credenti che diventa Vangelo, come ci ricorda Paolo VI. «Ecco: un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d'uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco, essi irradiano, inoltre, in maniera molto semplice e spontanea, la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si vede, e che non si oserebbe immaginare. Allora, con tale testimonianza senza parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere domande irresistibili: Perché sono così? Perché vivono in tal modo? Che cosa o chi li ispira? Perché sono in mezzo a noi? Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della Buona Novella».1
Non si può vedere la «stella» senza racchiuderne scintille di luce nei propri occhi e nel proprio cuore per parteciparle ai fratelli, come certamente fecero i Magi quando «ritornarono al loro paese» (v. 12).

Fonte:http://www.donbosco-torino.it/

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