p. José María CASTILLO, "VENNE A CAFARNAO PERCHE’ SI COMPISSE CIO’ CHE ERA STATO DETTO PER MEZZO DEL PROFETA ISAIA"

III TEMPO ORDINARIO – 22 gennaio 2017 - Commento al Vangelo
VENNE A CAFARNAO PERCHE’ SI COMPISSE CIO’ CHE ERA STATO DETTO PER MEZZO DEL PROFETA ISAIA
di p. José María CASTILLO
Mt 4,12-23
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad
abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
Molti attuali lettori dei vangeli non danno particolare importanza al fatto che Gesù abbia deciso di andare in Galilea e di restare lì quasi fino a poco prima della sua passione e della sua morte. È vero che il vangelo di Giovanni parla di varie visite di Gesù a Gerusalemme. Ma questo si deve alla particolare teologia del IV vangelo. Quello che è più sicuro storicamente è che Gesù abbia esercitato quasi tutto il suo ministero apostolico in Galilea.
La Galilea era una regione così povera, così abbandonata e così mal vista al tempo di Gesù e parecchio dopo, che chiamare qualcuno “galileo” era un insulto. Spregiativamente i seguaci di Gesù, prima di chiamarli “cristiani”, li chiamavano “galilei” (At 2,7). E molto più tardi, nel sec. IV, l’imperatore Giuliano, per offendere i cristiani, parlava della “follia dei galilei” (Epist. 83 ad Artabio). Inoltre, i galilei non osservavano gli obblighi relativi al Tempio (M. Naderim 2,4). Ecco perché si consideravano i galilei impuri, ignoranti e con loro non si dovevano mantenere relazioni (TB Pesahim 49b). È diventata perfino famosa l’esclamazione di Yojanán ben Zakkai: “Galilea, Galilea, tu odi la Torah!” (TJ Sabbat 15d) (M. Pérez Fernandez). Ed a tutto questo si devono aggiungere le frequenti rivolte politiche che avvenivano in Galilea, cosa che rendeva più sospette le loro popolazioni. Si sa che Pilato comandò di assassinare un gruppo di galilei che offrivano sacrifici religiosi (Lc 13,1).
Ebbene, Gesù vide che con questa gente doveva vivere e tra di loro presentare il suo Vangelo. In quel paese di “pagani”, di “oscurità e di ombra di morte” (Is 8,23; 9,1), proprio lì Gesù scelse di vivere e di convivere. Perché? Ancora una volta troviamo il criterio fondamentale di Gesù: la salvezza viene dal basso, così come la storia si fa a partire dalle vittime. L’aspetto più importante qui sta nel comprendere che i protagonisti della storia non sono i potenti e gli importanti, quelli che appaiono nei libri come gli uomini determinanti dell’ordine di questo mondo. No. Coloro che fanno la storia sono gli schiavi, i lavoratori, i salariati (e mal pagati), quelli i cui nomi non figurano da nessuna parte. Il lavoro, la rettitudine, il disinteresse, la forza che muove la vita e crea progresso, tali cose determinanti vengono sempre dai “nessuno”. Qui tocchiamo il cuore del Vangelo di Gesù.
Fonte:http://www.ildialogo.org/