Alessandro Cortesi op, Commento VI domenica tempo ordinario – anno A – 2017


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Il discorso della montagna miniatura ms. 0870 – Paris – Bibl. Mazarine
Sir 15,16-21; Sal 118 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37
Dopo la pagina delle beatitudini e la parola voi siete sale e luce, nel discorso della montagna Gesù
offre un orientamento di fondo che costituisce la chiave di lettura di tutto quel che segue: ‘se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli’.. “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire ma a dare pieno compimento… finché non siano passati il cielo e la terra non passerà un solo iod o un solo trattino della legge”. Gesù non si oppone alla tradizione di Israele, al Dio dell’Antico Testamento. La sua parola indica di andare alla radice di quei comandamenti. Il centro del suo annuncio è il regno dei cieli, il rapporto con Dio buono, che fa sorgere il suo sole su buoni e cattivi, e viene a salvare.

Chiede ai suoi di vivere una ‘giustizia’ sovrabbondante: il termine giustizia indica vivere una fedeltà di relazione al Dio giusto che non viene meno alla sua promessa. E’ indicazione di cambiare la vita in rapporto a Lui. Il giusto è colui che compie la parola di Dio, vive come Dio agisce. Gesù non chiede esecuzione di precetti ma richiama una apertura del cuore nel lasciarsi prendere la vita nel rapporto con Dio.

In polemica con una religiosità ridotta a compimento di norme, ad appartenenza culturale, a privilegio o a pratiche senza un impegno profondo, Gesù non propone nuovi precetti né indica una misura. Chiama piuttosto ad una dismisura, a ‘portare a pienezza’. Non ci sono limiti, quando viene coinvolta la vita. La legge è un mezzo, una via, ma la questione di fondo è la relazione con Do stesso. Sembra un cammino impossibile. Ma l’assenza di obiettivi precisi, tranquillizzanti, apre un nuovo orizzonte: fa vivere l’attitudine di chi è in cammino, consapevole dell’impossibilità di compiere la chiamata e tuttavia attratto da una parola che tocca la vita in radice. Spinge a seguire Gesù stesso.

Gesù sta parlando della sua stessa vita, vissuta in un orientamento profondo e radicale a Dio e all’altro. E’ cammino che propone ai suoi: chiede l’autenticità della coscienza e dell’interiorità. Chiede di mantenersi nell’inquietudine e nella povertà.

‘Ma io vi dico’: risuona in queste parole una pretesa che proviene dall’autorevolezza della vita stessa di Gesù. E’ appello perché la vita di coloro che seguono le beatitudini non sia quella di schiavi sotto la legge ma di persone libere capaci di vivere la libertà come risposta davanti a Dio.

Non è sufficiente ‘non uccidere’ (Es 20,13; Dt 5,17), Gesù va alle radici della violenza nel cuore umano, nei pensieri di disprezzo, nelle parole di esclusione. Apre ad intendere il rapporto di riconciliazione con l’altro più sacro dell’offerta all’altare. L’autentico sacro sta nell’incontro con l’altro. Decisivo per lui è l’amore. L’amore di Dio si esprime nella concretezza e nella relazione con l’altro. Il prossimo, colui, colei a cui ci si scopre vicini perché toccati dalla sua vita prende il posto della legge.

Non basta ‘non commettere adulterio’ (Es 20,14; Dt 5,18): Gesù chiede di vivere relazioni in cui si lotti contro ogni forma di possesso dell’altra persona, contro ogni sfruttamento nelle relazioni.  Gesù pone la sua attenzione non alla legge ma ai volti: la sua parola è apertura di vita e liberazione. Le sue parole si pongono a difesa delle donne, prime vittime della legge del ripudio. Richiama al senso originario della relazione non come proprietà e ricorda il significato profondo dell’incontro. Rinvia all’esperienza di amore, che non è possedere o usare l’altro riducendolo a merce.

Gesù infine chiede una parola trasparente. Non dev’essere necessario chiamare Dio a testimone nel giuramento. Richiede invece che le parole pronunciate davanti all’altro siano cariche di responsabilità in prima persona.

Il cammino per il regno dei cieli non può essere vissuto nella violenza contro gli altri: il male nel cuore umano va riconosciuto e combattuto. Tale orientamento è alternativo ad un modo di intendere i rapporti come possesso e dominio.

Alessandro Cortesi op

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Non ucciderai

Durante la guerra di indipendenza dell’Algeria, protrattasi dal 1954 al 1962, di fronte alla vastità del male, agli orrori della guerra con le sue uccisioni ed alle violazioni di diritti perpetrate nell’uso della tortura, una recluta dell’esercito francese prende una posizione di rifiuto di prestarsi alla logica della violenza e sceglie l’obiezione di coscienza. Jean Pezet, ventenne, compie questa scelta in solitudine, motivato dalla sua lettura del vangelo, del discorso della montagna con il suo imperativo ‘non uccidere’. La compie senza trovare sostegni tra i cappellani con cui si confronta, ma incontrando dubbi e condivisione in altri giovani come lui pur trascinati nello spietato meccanismo della guerra e della sua logica. Per questo viene arrestato, processato e condannato a tre anni di carcere.

“È proprio il fermento del Vangelo che innalza progressivamente la conoscenza del diritto e la comprensione delle cose divine. Se perdi la speranza, se rinunci, il male prende il sopravvento e la nobiltà interiore retrocede, in te e intorno a te. Se resisti, se attingi la fiducia nella preghiera, che è un dialogo con Dio, se credi che il Signore conduce l’umanità al superamento dei suoi crimini e all’accesso alla santità, allora la tua lotta ritorna ad apparirti utile, indispensabile: ritrovi la tua identità di figlio di Dio”.

Su questa esperienza egli scrive un diario che sarà pubblicato solo molti anni dopo, nel 1994, a sue spese. In esso narra le discussioni e le riflessioni interiori che lo condussero a maturare la scelta di nonviolenza nell’obiezione di coscienza. Per molti questa scelta era incomprensibile, altri opposero alle sue inquietudini le ragioni per giustificare la guerra. Tra coloro che lo compresero emerge la presenza del nonno, che aveva toccato con mano l’orrore che sta dentro la parola ‘uccidere’ nel 1914, recava nel suo animo i ricordi lancinanti di quanto aveva fatto e gli scriveva rompendo il silenzio con cui cecava di tener nascosta la sua sofferenza e le ferite della memoria:

“Caro Jean, mi hai detto di esserti stupito di non avermi mai sentito parlare della guerra del ’14-’18. Ho sempre taciuto in effetti. Ogni guerra è odiosa e criminale. (…) Puoi immaginare tutto questo? Io non posso dimenticare ciò che ho fatto… Se soltanto l’oblio potesse riversare sulla mia memoria i suoi buoni frutti. Tuo nonno Louis”.

Nel tempo la guerra cambia i modi di attuazione, le tecniche di svolgimento, le strategie e i mezzi ma non muta il suo nucleo di fondo che consiste nel venir meno della parola per trovare vie di accordo e convivenza, per affrontare i motivi di conflitto mantenendo rispetto per la comune umanità, per cercare vie alternative alla violenza. ‘Non ucciderai’ è l’imperativo che viene dallo sguardo dell’altro che implora ‘non uccidere’. Ancora oggi, nel tempo della ‘guerra a pezzetti’ è una chiamata che proviene dalla sofferenza umana delle vittime, e che la parola del vangelo fa emergere con forza.

Alessandro Cortesi op

** “Tu ne tueras point” (Non uccidere ) è il titolo del film del regista francese Claude Autant-Lara che fu vietato dalla censura in Italia nel 1961 e che Giorgio La Pira fece proiettare a Firenze nonostante i divieti. Un caso che diede spazio alla questione  culturale e politica dell’obiezione di coscienza.

Fonte:https://alessandrocortesi2012.wordpress.com/













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