CIPRIANI SETTIMIO SDB"Perché siate figli del Padre vostro celeste, "

19 febbraio 2017 | 7a Domenica - Tempo Ordinario A | Lectio Divina
"Perché siate figli del Padre vostro celeste, 
che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni"
Continuano in questa Domenica le contrapposizioni fra l'antica "legge" e la "giustizia" superiore che
Gesù è venuto ad annunciare e a testimoniare agli uomini. Sono le ultime, e tutte e due incentrate sulla legge dell'amore, che deve essere vissuta in una maniera radicale, senza frontiere di patrie o di persone, senza angustia di cuore o di sentimenti, ad imitazione dell'amore di Dio, "che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (Mt 5,45).
Come si vede, siamo nel cuore del Nuovo Testamento, davanti alla sua "novità" più luminosa ed esaltante. Ma siamo anche davanti alla pagina più "difficile" del Vangelo, che solo nella misura in cui lo accettiamo come "grazia" può diventare praticabile per ciascuno di noi. Proprio per questo nella Colletta chiediamo l'aiuto del Padre, per fare ciò che alle sole nostre forze sarebbe impossibile: "Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo attuare nelle parole e nelle opere ciò che è conforme alla tua volontà".

"Amerai il tuo prossimo come te stesso"

Il precetto dell'amore, pur essendo una novità evangelica per quanto riguarda la sua intensità e la sua ampiezza, è tuttavia anticipato nell'Antico Testamento. Il brano del Levitico, propostoci oggi dalla Liturgia, ne è una esemplificazione concreta: del resto, proprio ad esso farà riferimento Gesù nella seconda delle due antitesi che esamineremo tra poco (Mt 5,43).
Esso fa parte di un capitolo che raccoglie, senza ordine apparente, prescrizioni circa la vita quotidiana, unificate solo dal continuo riferimento a Jahvè e alla sua santità. Pur nel rimando ai dieci comandamenti (Lv 19,3.4.11.12, ecc.), vi predomina un grande afflato di carità, che preannuncia lo spirito del Nuovo Testamento. Si arriva ad attenzioni e delicatezze come la seguente: "Non disprezzerai il sordo, non metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Io sono il Signore" (v. 14).
"Il Signore parlò a Mosè dicendo: Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: "Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo. Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore"" (Lv 19,1-2.17-18).

Dio come modello di "amore" e di "santità"

Non a caso la Liturgia ha fatto precedere il brano relativo all'amore del prossimo (vv. 17-18) dall'ammonimento più generale: "Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo" (v. 2).
Quasi certamente la frase conclusiva del Vangelo odierno è un riadattamento, in chiave di santità interiore e non meramente ritualistica, del precetto del Levitico: "Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5,48). Il "confronto" è da farsi addirittura con il Padre che sta nei cieli: questo apre indubbiamente la prospettiva di una "santità" che non avrà mai termine e che tende continuamente a superarsi. Il ritualismo e il legalismo, che pur erano presenti nel Levitico, vengono così riassorbiti in una tensione verso una meta, che sta sempre al di là di tutti gli sforzi che potranno fare gli uomini per adeguarsi a Dio.
Qui perciò la "santità" non può non essere interiore e morale, tendente cioè a trasformare l'uomo dal di dentro.
Del resto, il richiamo a un amore autentico, che superi il "rancore" vendicativo ed esiga la franchezza del "rimprovero" fraterno (Lv 19,17-18), si comprende solo sulla base di una santità interiore. Così come l'invito ancor più esigente: "Amerai il tuo prossimo come te stesso" (v. 18). Anche se qui il "prossimo" è prima di tutto il fratello di fede e di razza, cioè l'Ebreo, rimane sempre vero che siamo davanti a una formulazione di altissima spiritualità, che Cristo farà propria, sia pure dilatandola all'infinito (cf Mt 22,37-40).
Sullo sfondo rimane sempre Dio come "modello" non solo di santità, ma anche di amore: che cosa è l'alleanza che Dio ha fatto con Israele, se non un patto di amore?
A questa esemplarità di amore e di perdono ci rimanda il bellissimo canto responsoriale, che riporta alcuni versetti del Salmo 103:

"Benedici il Signore, anima mia...
Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue malattie...
Buono e pietoso è il Signore,
lento all'ira e grande nell'amore...
Come dista l'oriente dall'occidente.
così allontana da noi le nostre colpe.
Come un padre ha pietà dei suoi figli,
così il Signore ha pietà di quanti lo temono" (Sal 103,1.3.8.12-13).

Proprio perché il Signore è capace di amare e di perdonare tutti i suoi "figli", questi devono essere capaci di amarsi tra loro.

"Avete inteso che fu detto: "Occhio per occhio...""

Questo concetto è sviluppato in maniera anche più efficace e articolata dal brano di Vangelo odierno, che contiene le due ultime antitesi fra vecchia e nuova "giustizia" (Mt 5,38-42).
È l'abolizione della così detta "legge del taglione"1 che, a uno stadio primitivo di sviluppo della società, prescriveva di rimanere nell'ambito del "giusto" per quanto riguardava il risarcimento dei danni o delle offese: non andare oltre il danno effettivamente arrecato. Se il riferimento immediato è al danno corporale (occhio, dente, ecc.), è solo per enunziare un principio generale, valido per tutti i casi analoghi.
Paradossalmente Gesù capovolge questa prassi di "rigida" giustizia e introduce la legge della non violenza ("Io vi dico di non opporvi al malvagio": v. 39). Addirittura va oltre: disarmare il prepotente e il violento, concedendogli più di quanto pretenda ("Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; a chi vuol toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello..."). Qui siamo tentati di dire che è davvero troppo! Eppure è l'unico modo per stroncare la violenza, dimostrando che essa non ha alcun senso proprio perché cediamo di buon animo alle pretese del violento: se noi siamo distaccati persino dalla nostra vita fisica, che cosa può farsene l'assassino che viene a depredarcela? La legge del taglione, che pur è di rigorosa giustizia, è già una legge di morte per il cristiano!

Superare la "giustizia" con l'amore

"L'insegnamento che proibisce di ricambiare il male non è rivolto ai giudici, per suggerire loro un nuovo modo di applicare la legge, bensì all'offeso, per insegnargli quale condotta adottare in quanto discepolo di Cristo. L'atteggiamento cristiano può dimostrare così a coloro che vogliono vedere come gli stessi procedimenti legali siano inadeguati a regolare le relazioni umane. Non si dovrebbe ricavare dalla lettura della pericope una divisione fra l'etica individuale e quella collettiva, quasi che Gesù fosse interessato solo alla prima e non alla seconda. La contrapposizione è piuttosto... fra l'etica "costituita" e quella del Regno. La legge del taglione, in senso lato, può offrire una base legale necessaria in una società organizzata, ma non rappresenta un sistema né adeguato, né definitivo. Da questo dovrebbe apparire chiaro che Gesù poteva proporre qualcosa di superiore, senza abrogare assolutamente ciò che la legge prescriveva".2
Non si tratta di abolire i tribunali per fare giustizia, ma di testimoniare davanti a tutti la forza più grande dell'amore. Quando tutti ci ameremo di più, allora anche i tribunali della "giustizia" umana potrebbero non avere più senso!

"Avete inteso che fu detto: "Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico""

La legge dell'amore è richiamata, in forma anche più rigorosa, nell'ultima contrapposizione fra "antica" e "nuova" giustizia (vv. 43-48).
Mentre la prima parte del comandamento ("Amerai il tuo prossimo") si trova effettivamente nella Bibbia, come si è sopra ricordato (cf Lv 19,18), la seconda ("odierai il tuo nemico") non vi si trova. Perciò si può dire che abbiamo qui una "forzatura" del testo, per far emergere la novità cristiana del precetto dell'amore. Però tale forzatura, in realtà, si praticava nella prassi interpretativa giudaica, che non era certo aperta e tollerante verso gli avversari, sia religiosi che politici. Già ai tempi del Nuovo Testamento, una comunità che si sforzava di vivere intensamente il messaggio biblico, qual era la comunità di Qumran, esortava i propri membri ad "amare tutti i figli della luce, e a odiare tutti i figli delle tenebre, ciascuno secondo la sua colpa al cospetto della vendetta di Dio".3
I "nemici" qui sono da intendere in senso generale, da coloro che non hanno rapporti cordiali con noi fino a quelli che ci fanno del male, o addirittura ci "perseguitano" a motivo della nostra fede (v. 44).
Verso tutti costoro il discepolo di Cristo deve avere un rapporto di benevolenza e di comprensione, perfino di "preghiera" e di perdono. Visti davanti a Dio nella "preghiera", quelli che noi chiamiamo "nemici" ci appariranno diversi: gente che ha più bisogno di essere aiutata a ritrovare se stessa che non di essere punita per il proprio peccato. Chi "odia", più che fare male agli altri, fa male a se stesso, e perciò Gesù ci comanda di amarli: amandoli, li raddolciremo e toglieremo dal loro cuore le spine che l'odio vi aveva confitto.

"Amate i vostri nemici... e sarete figli dell'Altissimo"
Per far capire a tutti noi che non ci domanda una cosa impossibile, Gesù porta l'esempio stesso del Padre celeste, che ama tutti alla stessa maniera, facendo "sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni" e "piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (v. 45). È così che saremo veri "imitatori" di Dio, come si conviene ai "figli".
Proprio al concetto di filiazione richiama Luca nel passo parallelo: "Amate invece i vostri nemici, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi" (Lc 6,35). Amare come sa amare Dio ci rende suoi "figli", perché ci fa somiglianti a lui.
È nell'amore verso i "nemici" che si manifesta il massimo dell'amore. Così come si manifesta lo "specifico" dell'agire cristiano: "Infatti, se amate quelli che vi amano, quale merito ne avrete? Non fanno così anche i pubblicani?" (v. 46). In tante cose il cristiano non si differenzia dagli altri, perché ci sono princìpi di morale comune, iscritti nel cuore di tutti: ma nell'amore ai "nemici" egli porta la sua connotazione originale, per la quale si differenzierà da tutti. Per legge di morale naturale è impossibile amare i "nemici"!

"Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio"

La seconda lettura, che continua a sviluppare il tema della "sapienza" di Dio rivelatasi paradossalmente nella "follia" della Croce, può facilmente raccordarsi al discorso sull'amore.
Perché tutte quelle lotte e contrapposizioni nella comunità di Corinto? Perché c'era chi andava dietro a Paolo, chi a Cefa, chi ad Apollo? Perché quei cristiani non si amavano, si consideravano gli uni avversari degli altri.
E così la Chiesa, che è "tempio di Dio", andava in frantumi. "Non sapete voi che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi" (1 Cor 3,16-17).
Qui il concetto di "tempio", prima che esprimere la sacralità, esprime l'idea di coesione architettonica, per cui i vari elementi che lo compongono combaciano fra di loro e realizzano un meraviglioso disegno di bellezza. La comunità di Corinto però minacciava di andare in rovina per la "stolta" presunzione di alcuni di appoggiarsi più sugli uomini, siano anche Paolo o Cefa, che su Cristo: "Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente di questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente: perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio" (vv. 18-19). Non è appoggiandosi agli uomini che si mantiene in piedi il tempio di Dio!
Tutto invece si può salvare, se ci si riconcilia nell'amore e ci si rapporta a Cristo. Allora ciò che ci contrapponeva ai fratelli apparirà più un "dono" che arricchisce tutti che non un motivo di sopraffazione degli altri. "Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio" (vv. 21-23).
Lo strano è che molti cristiani vedono oggi "nemici", o avversari, anche dentro la Chiesa, fra gli altri cristiani! E non sono capaci di amare questi "nemici", che il più delle volte sono anche più fedeli a Cristo e al Vangelo, magari in forme nuove e originali.
Il problema è di riscoprire l'amore come dimensione essenziale della "convivenza" all'interno stesso della Chiesa. È così che tante tensioni e difficoltà, che mai mancheranno, saranno superate, come è avvenuto nella comunità di Corinto al tempo di Paolo: "Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio" (v. 23).

Da: CIPRIANI Settimio
Fonte:  www.donbosco-torino.it