padre Gian Franco Scarpitta, " Lavorare, accettare, confidare

Lavorare, accettare, confidare
padre Gian Franco Scarpitta  
VIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (26/02/2017)
Vangelo: Mt 6,24-34 
"Perché dovrei trascurare quel che è, a favore di quel che può essere? Può la sabbia di domani fluire
nella clessidra prima di quella di oggi? Forse che il sole sorgerà due volte questa mattina? Posso compiere le azioni di domani mentre mi trovo sulla strada di oggi? Può la morte che arriverà domani proiettare la sua ombra all'indietro e oscurare la gioia di oggi....? Dovrei interessarmi ad avvenimenti a cui potrei non assistere mai? Dovrei tormentarmi per problemi che potrebbero non doversi mai verificare? No, il domani è seppellito insieme a ieri e io non ci penserò più." Queste parole di Og Mandino, famoso scrittore motivazionale di successo, sono fra quelle che più mi ispirano e non di rado mi hanno dato lume. Non si possono anticipare le ansie e i problemi del futuro, così come non si possono riportare indietro offese subite, ingiustizie e altri tormenti che si sono affrontati ieri. Occorre semplicemente vivere il presente, poiché questo è tutto ciò che abbiamo a disposizione. Vivere l'oggi con assidua intraprendenza e inventiva significa costruire il domani un po' alla volta, senza alcuna premura di vivere in anticipo l'imprevisto che il futuro ci riserva. Ciascun giorno ha la sua pena e pertanto è più conveniente occuparci dell'oggi che voler soffrire in anticipo il domani. Nella misura in cui si riesce a vivere il presente, così si sarà capaci di costruire l'avvenire e in tutto questo vi è un solo concetto: fiducia nella Provvidenza.
Con tale riferimento non si legittima in alcun modo la negligenza e la superficialità né la velleità: ogni traguardo va raggiunto non senza fatica e costanza nella lotta e il pane quotidiano va guadagnato con risoluta fermezza nell'eseguire il proprio lavoro; niente va premiato se non il merito. Anche il regno di Dio non comporta che si resti con le mani mano, ma che ci si rimbocchi le maniche con serietà di impegno nel lavoro e nella testimonianza e anche in tal senso Gesù esorta a "cercare innanzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia": occorre che ci adoperiamo nel bene, mangiando ciascuno il proprio pane lavorando in pace evitando la vana agitazione da nullafacenti (2Ts 3, 12). Ciononostante, qualsiasi occupazione non va mai intesa come eccessiva preoccupazione, l'impegno non corrisponde all'assillo, la buona volontà non coincide con l'ansietà e con la paura. Occorre lavorare e impegnarsi, ma con fiducia nelle proprie capacità, senza svilirci né autocommiserarci. L'uomo è assai ridicolo quando si prende troppo sul serio, ma abbastanza irresponsabile se non usa la dovuta serietà. Occorre lavorare e progredire, ma anche abbandonarsi alla protezione di un Dio che, nella fede, abbiamo imparato a concepire come Padre sollecito e premuroso. Abbandonarci alla Provvidenza vuol dire sapere aspettare. Cioè riconoscere che i tempi del Signore non sono i nostri, poiché Dio vive l'Eternità e per lui "mille anni sono come il giorno di ieri che è passato"(Sal 90, 4) e di conseguenza non possiamo pretendere che in ogni preghiera veniamo esauditi secondo i nostri parametri di tempo. Occorre vivere l'attesa, nella certezza che comunque Dio non ci abbandona e che ascolta indubbiamente le nostre richieste, sebbene la sua presenza tardi a manifestarsi. Questa attesa fiduciosa prende il nome di speranza. Essa consiste nella capacità di "lasciar fare a Dio", attendendo con pazienza e risolutezza senza precorrere i tempi o anticipare soluzioni che potrebbero essere perniciose e deleterie. Riguarda l'affidarsi a lui con risolutezza, confidando che, quale Padre misericordioso e fautore di bontà, egli non disattende le nostre attese, perché se perfino gli uccelli del cielo e i fiori nei prati sono costantemente nutriti e assistiti, il Signore non si dimentica certo dei suoi figli che ha creato a sua immagine e somiglianza. Come un genitore non si dimentica dei propri figli, così Dio non si dimentica di noi, anche se all'apparenza i suoi tempi sono prolungati rispetto ai nostri. Così pure abbandonarsi alla Provvidenza vuol dire accettare. Anche nella mia personale esperienza vocazionale e di ministero, ho compreso infatti che tante volte i nostri progetti non sempre coincidano con quelli che il Signore ha impostato su di noi, che le sue vie non sono le nostre vie e i nostri sentieri non sono i suoi sentieri (Is 55, 8 - 9); occorre allora accettare che i suoi progetti su di noi siano più risolutivi e concludenti, più confacenti ai nostri reali bisogni. E di conseguenza approvare che egli ci esaudisca secondo piani che siano propriamente suoi, dal momento che i nostri spesso sono fallaci e illusori. Appunto la mia esperienza personale suggerisce che tante volte la risposta del Signore alle nostre richieste si realizza per altri versi, segue altri itinerari che risultano essere molto più eloquenti e costruttivi. Appunto perché Dio conosce ciascuno di noi fino in fondo avendoci scrutati in profondità meglio di quanto noi stessi possiamo fare, quale Padre premuroso egli sa ciò che conviene meglio al nostro fabbisogno materiale e spirituale. Confidando in una lettera come la religione avesse alleviato le sue sofferenze carcerarie, Silvio Pellico scriveva: "faccia Dio. Bene è il vivere, e bene e il morire: il voler suo sia fatto sempre". La fiducia nella Provvidenza è pertanto anche riconoscenza, nella consapevolezza che egli ci da' il pane tutte le volte che pretendiamo di trarre nutrimento esclusivo dal dolce. L'apertura a Dio comporta conseguentemente gioia nell'accoglienza, nella consapevolezza che ogni cosa ci viene data per dono e che la stessa possibilità di pregare e di raccomandarci è dono gratuito della Provvidenza (Kierkegaard). Se Dio è stato paziente con l'uomo su tutto, l'uomo non può che essere riconoscente a Dio su poco.

Fonte:http://www.qumran2.net