don Daniele Salera commento Terza Domenica di Quaresima – A

9 Marzo 2017
Terza Domenica di Quaresima – A
(commento di don Daniele Salera)
1. Un brano come quello dell’odierno Vangelo si può definire inesauribile. Si può affrontarlo da
qualunque versetto. Ci racconta un incontro che meravigliò anche gli apostoli che, dopo la sorpresa di vederlo parlare da solo con una donna, non si trattennero dal chiedergli: “Che cerchi? Perché parli con lei?”. Ma il Signore era come assorto in un’altra prospettiva che loro non potevano capire. Lo sperimentarono subito quando, colpiti dal suo stato d’animo, lo invitarono a mangiare qualcosa: «Rabbi, mangia». La risposta li confuse ancora di più: “Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”. Allora si dissero fra loro: “Che qualcuno non gli abbia portato già da mangiare?”.
2. Gesù, che vede il loro smarrimento, continua nella sua azione pedagogica: “Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e portare a compimento la sua opera”. Difficilmente poterono capire che la sua opera era quella di dissetare, senza fine, anime come quelle della povera samaritana. A questa opera chiamava anche loro, che pure non  avrebbero potuto vantare alcun merito, perché solo il Cristo è “l’acqua zampillante per la vita eterna”. Lo ricorda ai suoi, ancora più esterrefatti: “Altro è il seminatore e altro è il mietitore. Io vi ho mandato a mietere ciò che non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel frutto del loro lavoro”.
3. Gli apostoli non hanno quasi il tempo di approfondire le espressioni del Maestro, avranno poi modo di farlo, perché in quel frangente sono già sovrastati dal fruttificare delle parole rivolte alla samaritana. Molti di quella città accorrono per incontrarlo e lo pregano di restare con loro. Credono in lui e, lo sottolineano, per la sua parola, non per quello che aveva detto la donna che pure, forse inconsapevolmente, era stata il tramite per portarli a Lui. Chi poteva credere a una donna così! Aveva avuto vari mariti, ora viveva con uno che non era suo marito e, poi, era una samaritana… quale giudeo avrebbe parlato con una samaritana? Eppure il Signore si serve di lei per richiamare i samaritani.
4. La donna, ci racconta l’evangelista, andò subito ad annunciare di aver incontrato il Messia. Era sicuramente in pace con se stessa. Come rigenerata. È quanto ci ricorda san Paolo nell’odierna lettura: “noi siamo in pace con Dio grazie al Signore nostro, Gesù Cristo”, perché è da Lui che viene la speranza di partecipare alla gloria di Dio e questa è “una speranza che non delude” e che penetra nei nostri cuori per dare un senso alla nostra vita, come avvenne per quella donna al pozzo.
5. Paolo ci spiega il mistero di quel cibo. Il mistero di chi dà la vita, non per gli amici e già “a mala pena uno affronterebbe la morte per un giusto” o per un amico, ma la dà per chi lo ignora o lo offende. È così che Dio mostra di amarci: “è morto per noi quando si era ancora peccatori”. Ci ridona la vita sapendo che saremmo, comunque, incapaci di riacquistarla da noi: Ecco l’acqua eternamente zampillante che sorprese la samaritana e i suoi concittadini.



Il cammino quaresimale ci invita a riflettere sulla grazia e l’impegno del battesimo e al contempo intraprendere la via penitenziale per combattere il male di cui siamo diventati complici. I vangeli dell’anno A, sono stati scelti proprio per aiutarci a riscoprire il tratto della somiglianza perduta con il Dio Uno e Trino e che il battesimo ci offre come promessa. A partire da questa terza domenica il ricordo del battesimo prende corpo e sostanza nelle liturgie domenicali ed accompagna così non solo il cammino dei catecumeni ma anche il nostro; il dialogo fra Gesù e la samaritana infatti è occasione per puntualizzare alcuni aspetti relativi alla nascita dell’uomo nuovo e alla nostra identità di figli, entriamoci seguendo strade diverse:
1. L’uomo nuovo nasce da una conversione sul piano della fede. I cinque mariti della samaritana rappresentano i cinque popoli insediati forzatamente in Samaria dal re di Assiria di cui si parla in 2 Re 17,24-41 e la cui fede era frutto di un sincretismo fra il Dio d’Israele e il culto di altri dèi. Ora il cammino di purificazione che Gesù propone alla samaritana riguarda anche la fede e il culto. Quello della samaritana è un culto che non tocca la vita e non caratterizza l’esistenza, ella non conosce il vero Dio, il Dio che sfama la sete di senso dell’uomo; tale conversione passa attraverso un processo di purificazione delle false immagini di Dio e di unificazione della relazione: non servire più dèi diversi ma un solo Dio che entra nella storia ed è reale (tanto reale che ora è accanto alla donna). Spesso questo processo di purificazione e unificazione delle immagini di Dio passa attraverso quelle immagini che di Lui ci siamo fatti fin dall’infanzia, magari anche grazie a incontri o relazioni che a Dio si riferivano ma certo non al Dio di Gesù Cristo (Dio fatto carne). Nella nostra epoca tale rischio è ancora più forte poiché se in passato le false immagini di Dio venivano comunque “arginate” da una vita di fede maggiormente strutturata e definita anche culturalmente, l’attuale società “liquida” e indifferenziata non permetterebbe tale processo di contenimento ma anzi favorirebbe la dispersione, il relativo  e dunque il molteplice anche rispetto al concetto di Dio e all’immagine che di Lui ci si può fare. Ciò richiede che la fede sia maggiormente interiorizzata oltre che oggettivata dall’appartenenza ecclesiale. Può accadere che si pensi di risolvere il problema della conversione della nostra idea di Dio a partire dall’adesione a quelle verità della fede che la Chiesa ci offre nel suo Magistero. Non è più così (almeno in modo univoco). Spesso la conversione religiosa richiede anche un processo di liberazione dal falso al vero Io: «Se vuoi conoscere Dio, conosci prima te stesso», sentenziava Evagrio Pontico (†399), padre di una delle più feconde correnti della spiritualità bizantina e diversi secoli dopo di lui Guglielmo di Saint-Thierry (†1148) affermava «conosci te stesso perché sei la mia immagine, e così conoscerai me, di cui sei l’immagine. In te stesso troverai me». Cosa questo significhi e cosa esso comporti le vedremo di seguito.
2. L’uomo nuovo nasce nella relazione con l’Altro. Il pittore Sieger Köder ha rappresentato il nostro Vangelo con efficace semplicità: la samaritana si sporge dal bordo del pozzo da sola, ma lo specchio d’acqua in fondo al medesimo riflette non solo il volto della donna ma anche quello di Cristo (il titolo dell’opera è Insight – discernimento, comprensione). Köder sembra quasi suggerirci che l’itinerario di conversione della donna non è solo dai falsi dèi al vero Dio, ma anche dal falso al vero io. L’uomo di oggi intraprende percorsi di conoscenza di sé spesso accidentati e comunque troppo caratterizzati da una psicologia “fai da te”, la nostra fede - fin dall’epoca patristica - ci invita piuttosto a conoscerci/riconoscerci nel Dio a immagine di cui siamo stati creati. Il credente in Cristo è cioè colui che impara a conoscersi nella relazione con Lui, un po’ come Köder ha voluto rappresentare nel dipinto: la donna si vede sola ma in realtà è con Gesù, e attraverso di Lui si conoscerà veramente, passando da un immagine di sé distorta e frammentata al vedersi vera e libera (tanto vera e libera da non potersi tener dentro una tale scoperta). Noi “emergiamo” grazie alla relazione con la Trinità e questo si realizza a partire dall’emersione del battesimo ma ha bisogno di ogni giorno della vita per realizzarsi. Non possiamo conoscerci o sperare di essere veri se non a partire da questa relazione che si realizza secondo ciò che il Signore attraverso la Chiesa quotidianamente continua a offrirci: anzitutto lo Spirito – e uno dei suoi simboli biblici è proprio quell’acqua di cui la samaritana oggi impara ad aver sete –, chiederlo ci rende sempre più figli a immagine del Figlio; poi la Parola: «essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12), permettendo una conoscenza spirituale (per noi credenti veramente essenziale) e favorendo l’unificazione interiore. Aggiungeremmo la preghiera: nella preghiera i nostri sentimenti e pensieri emergono con maggiore evidenza e non solo come spinte all’azione o condizionamenti della volontà, chi vive la grazia della preghiera continua cresce nella verità di sé. Infine il fratello che la Chiesa madre ci pone accanto, egli è specchio in cui si riflette la nostra immagine e spesso è spettatore di ciò che di noi non possiamo osservare; attraverso la pratica della correzione fraterna egli può offrirci un servizio che lo assimila al Signore che rimprovera ed educa tutti quelli che ama (Ap 3,19).

Fonte:www.omelie.org,

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