Abbazia Santa Maria di Pulsano, Lectio DOMENICA «DELLA SAMARITANA»

DOMENICA «DELLA SAMARITANA»
III di Quaresima A
Giovanni 4,5-42 (leggi 4,1-42); Esodo 17,3-7 (leggi 17,1-7); Salmo 94; Romani 5,1-2.5-8
La Chiesa è consapevole che per fare di un uomo un cristiano autentico non basta istruirlo
intellettualmente, ma occorre « iniziarlo » al mistero di Cristo. Si tratta cioè di portarlo ad incontrare in modo libero e responsabile la persona di Gesù e la sua storia, perché abbia inizio un rapporto vitale interpersonale mediante l'esercizio della fede e della conversione.
Non dobbiamo quindi credere che il battesimo e gli altri sacramenti agiscano in modo magico e ci assicurino la salvezza indipendentemente dalla nostra risposta libera. Ogni sacramento è l'incontro di Cristo con un uomo che si responsabilizza della salvezza che gli viene offerta.
La quaresima è il tempo in cui tutto lo sforzo della chiesa attraverso la sua liturgia è teso all'iniziazione cristiana e alla maturazione della fede dei membri del popolo di Dio.
Una volta inseriti nel mistero di Cristo mediante il battesimo della fede, la nostra «iniziazione» deve essere continuamente approfondita e vissuta attraverso una vita conseguente. Dobbiamo però constatare che la nostra fedeltà tante volte è venuta meno. Dio misericordioso, allora, fonte di ogni bontà, ha proposto come rimedio al peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna (I colletta ).
Questi tre elementi caratterizzano l'ascesi del tempo quaresimale e vanno visti in mutua relazione tra loro: il vero digiuno richiesto da Dio non è tanto quello del corpo che si astiene dal cibo, ma quello dello spirito che si astiene dal peccato e ci apre al dialogo con Dio e all'impegno di carità verso i fratelli. L'ascetica cristiana, infatti, consiste nell’allargare lo spazio al dono della carità di Dio infusa in noi coi sacramenti dell'iniziazione cristiana. I figli di Dio respirano sempre più l'amore del Padre nella misura in cui rendono operante quest'amore nella preghiera e nel servizio ai fratelli.
Non dobbiamo mai dimenticare che la conoscenza di Gesù è dono di fede, ma è percepita soltanto da uomini che si impegnano concretamente in cerca di aiuto per l'uomo.
Gesù nel suo mistero divino è al di là di questa concretezza d'impegno di vita quotidiana, ma è anche dentro a questi compiti. La fede lo incontra sempre più là dove rendiamo operante, mediante l'esercizio della carità fraterna, questa stessa fede.
Mentre rendiamo grazie al Padre per i doni battesimali, segni della sua misericordia, eleviamo anche la nostra supplica perché Gesù voglia aumentarci il dono della fede e accendere in noi la fiamma dell'amore di Dio. La nostra vita, allora, sarà segno della realtà nascosta nel sacramento.

Antifona d’Ingresso Sal 24,15-16
I miei occhi sono sempre rivolti al Signore,
perché libera dal laccio i miei piedi.
Volgiti a me e abbi misericordia, Signore,
perché sono povero e solo.

Ancora l’Orante esprime la sua fede e riafferma la sua fiducia (Sal 24,15-16 SI). Egli tiene gli occhi nella perenne contemplazione del suo Signore (v. 15a; 120,1; 122,1-2; 140,8), in questo reso idoneo dal Signore stesso, che libera sempre il suo fedele dai trabocchetti nemici (v. 15b; 30,5; 123,7), e lo pone in saldo riparo. Da questo riparo il fedele adesso può innalzare l’epiclesi duplice al Signore, per essere da Lui guardato con amore, con cura, con attenzione (v. 16a; 68,17; 85,16; 118,132), e per ottenere la sua misericordia, il comportamento divino dell’alleanza (v. 16a). Infatti l’alleato minore adesso prega e confessa la sua vera condizione. Egli si trova isolato, abbandonato da tutti, è un vero povero di Dio, ossia uno che per elezione ormai può attendersi tutto solo dal suo Signore (v. 16b).

Canto all’Evangelo Cf Gv 4,42.15
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Signore, tu sei veramente il salvatore del mondo;
dammi dell’acqua viva, perché non abbia più sete.
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

Il testo, preso dalla pericope evangelica di oggi, va riletto nel suo contesto naturale. Esso dà l’accentuazione: il Signore si manifesta come il Salvatore del mondo (v. 42c), come l’unico che possa donare l’Acqua della Vita, che estingue la sete della morte (v. 15a), colmando così tutte le attese degli uomini.
La liturgia della Parole per tre Domeniche seguendo il filo dell’evangelo di Giovanni, con tre pericopi lunghe e dense, relative ai massimi temi della salvezza: l’Acqua della Vita, la Luce, la Resurrezione, ci aiuta a prendere coscienza della realtà secondo cui siamo stati creati e poi battezzati, quella di figli di Dio, di cristiani. La linea «cristologica» delle Domeniche I e II diventa adesso la linea «sacramentale» nelle Dom. III, IV e V.
Questo accade non solo per i catecumeni (coloro che si preparano a ricevere il battesimo) ma anche per i fedeli, i «mystai», gli «illuminati», ogni Domenica quando celebriamo la Divina Liturgia ma anche ogni volta che la sua Parola risuona nella nostra vita e si incarna nella nostra esistenza. Il santo Battesimo non ci abilita alla "vita divina", quasi "ci desse un numero per poi correre ad una maratona" dove solo pochi saliranno sul podio; con il Battesimo noi «ottenuta la remissione dei peccati, liberati dal potere delle tenebre siamo trasferiti allo stato di figli adottivi; rinascendo dall’acqua e dallo Spirito Santo diventiamo nuova creatura: per questo veniamo chiamati e siamo realmente figli di Dio» (cf Col 1,13; Rm 8,15; Gal 4,5; 1 Gv 3,1; nn. 1-2 dell’Introduzione generale al Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti [RICA]).
Partecipi della Santità di Dio siamo Santi e per la potenza dello Spirito Santo «capaci di portare al mondo la testimonianza dello stesso Spirito fino alla piena maturità del corpo di Cristo» (cf  n. 2 dell’Intr. generale del RICA).
Il cammino cristiano a cui siamo chiamati dopo il Battesimo non è di "perfezione" quasi dovessimo percorrere un cammino di "purificazione" ulteriore prima di conseguire il premio finale che è il Regno di Dio. Noi non dobbiamo diventare più niente ma "essere quello che siamo"! (espressione comune nei Padri cf «Riconosci cristiano la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna» Disc. 1 per il Natale, 1-3).
E lo siamo "per grazia" non per i nostri meriti. Il Regno di Dio è già in mezzo a noi, «uniti con Cristo nella sua morte, nella sua sepoltura e risurrezione, noi siamo costituiti popolo santo di Dio» (cf n. 1 dell’Intr. generale del RICA).
Questa sottolineatura fa parte di quella catechesi mistagogica che sempre, con insistenza e ostinati rimandi, ci fa approfondire l’Evento della Morte-Resurrezione-Ascensione-Pentecoste del Signore perché diventi esistenza vissuta e non un continuo "prepararsi a...".
Finalmente una fede adulta e saggia!
Anche l’evangelista Giovanni è fine autore drammatico, il c. 4 contiene uno dei brani giovannei più ispirati, anche dal punto di vista letterario; in esso l’arte drammatica raggiunge uno dei suoi vertici.
È da molti considerata una pagina poetica di alto livello: «tutta una poesia vi canta: la poesia delle fonti, dei pozzi, delle acque fresche, cara all’oriente e agli scritti biblici». Un’esame della composizione di questa pericope, che è ben strutturata, si rivelerebbe oltremodo interessante, per l’alto livello letterario.
Pur accennando solamente ai principali elementi letterari, potremo tuttavia trarre grandi vantaggi per la successiva comprensione del senso e del valore del testo. I principali elementi letterari contenuti in questo complesso narrativo sono: le inclusioni, i parallelismi e le parole tematiche.
a) le inclusioni: le più importanti inclusioni, che spesso si rivelano tematiche, le scorgiamo tra il passo iniziale del dialogo con la samaritana (v. 10) e la professione di fede dei samaritani alla fine del brano (v. 42).
Si confrontino infatti le due frasi:
Se tu sapessi... CHI È che ti dice (parla)...! (v. 10)
Noi sappiamo che QUESTI È veramente il SALVATORE del mondo (v. 42).
Alla samaritana incredula Gesù prospetta il mistero meraviglioso della sua persona e alla fine della scena drammatica i samaritani scoprono la vera identità di Gesù: egli è il Salvatore dell’umanità.
Questa inclusione indica il tema fondamentale di tutta la narrazione drammatica di Gv 4,7-42, essa infatti vuole svelarci il mistero della persona di Gesù, che nella prima sezione ci è presentato come il rivelatore (vv. l0ss) e nel brano finale appare come il Salvatore del mondo, ossia di tutti gli uomini e non solo dei giudei (vv. 39ss).
Altre inclusioni sono tra i vv. 7 e 15 (indica che il tema centrale del dialogo è l’acqua viva donata da Gesù), 10 e 26 (tema centrale: il mistero di Gesù, chiarito nel v. 26), 29 e 42 (notare la corrispondenza tra l’intuizione della samaritana e la professione di fede dei concittadini di questa donna).
b) i parallelismi: nel brano esistono vari parallelismi tra passi lontani; i vv. 5 e 12 ci mostrano un parallelismo sinonimico (Giacobbe aveva dato - nostro padre Giacobbe ci diede), come anche i vv. 25 e 29 (il Messia, chiamato il Cristo - sia egli forse il Cristo?); altro parallelismo sinonimico lo troviamo nella contrapposizione tra i giudei e i samaritani (vv. 9 e 20ss); vedi anche il parallelismo leggermente antitetico tra i vv. 22 e 42, dove la salvezza nel primo passo è posta in rapporto con i giudei e nel secondo Gesù è proclamato Salvatore di tutta l’umanità
la salvezza viene dai giudei (v. 22)
questi è veramente il Salvatore del mondo (v. 42).
c) le parole tematiche:
il verbo dare ricorre ben sette volte e s’incontra solo nei vv. 5-15;
il sostantivo dono ricorre solo nel v. 10;
il vocabolo bere ricorre sei volte nei vv. 7-16;
il sostantivo acqua si incontra per ben otto volte nei vv. 7-15;
avere sete, tre volte solo nei vv. 13-15.
Questa constatazione indica quale è l’argomento principale di Gv 4,7-15: è il dono dell’acqua che bisogna bere per dissetarsi.
In Gv 4,35-38 le parole tematiche sono costituite dai termini mietitura - mietere, che ricorrono sei volte in questi versetti e poi non si incontrano mai più nel quarto evangelo. Il verbo adorare nei primi otto capitoli dell’evangelo di Giovanni s’incontra solo in 4,20-24 e per ben nove volte.
In base agli elementi letterari or ora brevemente accennati, tra i quali appaiono di grande importanza le inclusioni tematiche, oltre le parole tematiche dei singoli brani, possiamo suddividere sommariamente la pericope della samaritana in quattro brani:
I - vv. 1-6, una breve introduzione sulla partenza di Gesù dalla Giudea e
sul suo viaggio in Samaria;
II - vv. 7-26, riportano il dialogo tra il Messia rivelatore e la samaritana,
certamente di carattere unitario (vedi inclusione tematica vv. 10 e 26) si divide però in tre sezioni, nelle quali Gesù si rivela come datore dell’acqua viva (vv. 7-15), come profeta (vv. 16-19) e come Messia escatologico (vv. 20-26);
III - vv. 27-38, il dialogo di Gesù con i discepoli sul suo cibo e sulla
messe abbondante, brano legato al precedente ma soprattutto intermezzo utile a preparare il seguente sulla fede dei samaritani. Anche questa pericope, come quella che riporta il dialogo con la samaritana, possiamo considerarla composta di tre brani: l’introduzione (vv. 27-30), il dialogo sul cibo di Gesù (vv. 31-34), il monologo sulla messe abbondante (vv. 35-38).
IV - vv. 39-42 la descrizione della fede dei samaritani in Gesù, Salvatore
del mondo .
Per avere un’idea complessiva sul tipo di struttura della pericope possiamo dire che pur essendo il brano di carattere unitario tuttavia è composto con grande varietà.
Gli schemi di struttura sono diversi: abbiamo quello lineare, quello chiastico o concentrico, ma prevale soprattutto il tipo di struttura a ondate o a spirale.
Come nel prologo, nel dialogo con Nicodemo e in altre pericopi del quarto evangelo, così in diversi brani di Gv 4,1-42 l’evangelista costruisce ad ondate, riprendendo, sviluppando e chiarendo precedenti affermazioni misteriose o enigmatiche.
La pericope del dialogo con la samaritana è completamente originale, gli evangeli sinottici infatti non riportano un racconto drammatico analogo. Solo nel brano della messe abbondante (4,35-38) troviamo qualche lontano parallelo in Mt 9,37 e Lc 10,2.
Si osservino questi tre testi in sinossi:
Mt 9,37:
La messe è molta (A),
ma gli operai sono pochi (B).
Pregate dunque il padrone della messe (x),
perché mandi operai (B’)
per la sua messe" (A’).
Lc 10,2:
La messe è molta (A),
ma gli operai sono pochi (B).
Pregate dunque il padrone della messe (x),
perché mandi operai (B’)
per la sua messe" (A’).
Gv 4,35: "Sollevate i vostri occhi e contemplate i campi, che sono biondi per la mietitura".
È interessante osservare che il passo lucano citato apre il discorso della missione dei 72 discepoli, mentre quello di Matteo precede immediatamente la missione dei dodici (Mt 10,1ss).
Si noti soprattutto la corrispondenza perfetta tra il testo lucano e quello di Matteo, rilevando la loro struttura chiastica con al centro la frase "pregate dunque il padrone della messe" (AB XB’ A’).
Queste constatazioni sono un chiaro indice che ci troviamo dinanzi ad un logion autentico di Gesù, tramandato dalla tradizione primitiva e che probabilmente riporta le stesse parole pronunciate dal maestro.
Gv 4,35 contiene un testo che si ispira alle parole riportate dai sinottici, quindi tramanda un materiale tradizionale concernente la missione dei discepoli di Gesù.
I lettura:  Esodo 17,3-7
Con il libro dell'Esodo, passiamo dalla storia delle famiglie patriarcali, a quella del popolo d'Israele. Non viene ripresa la storia nel punto in cui termina la Genesi, ma si rifa ad un periodo più recente e ad uno stato di cose diverso. A parte questo, il teatro iniziale degli avvenimenti, è sempre l'Egitto. Qui gli ebrei sono sottoposti a duri lavori, qui nasce Mosè e vi rimane fino alla fuga nel Madian. Viene poi messa particolarmente in risalto l'opera di Mose, che fa uscire il popolo ebraico dalla schiavitù d'Egitto, e lo incammina verso la terra promessa.
Il lungo viaggio nel deserto, fa da immediato contesto al brano in questione. Una delle maggiori difficoltà presentate da un viaggio nel deserto per un popolo così numeroso, che conduce con sé greggi e bestiame, è sicuramente la mancanza d'acqua. È comprensibile perciò che nei giorni in cui la fame e la sete si facevano sentire in modo più acuto, gli israeliti abbiano rimpianto l'Egitto e mormorato contro Mosè (v. 3). Dio aveva manifestato in tanti modi la sua particolare benevolenza verso questo popolo; ora vuole aiutarlo a vivere di fede, di assoluto abbandono a lui. Ciò richiede da parte del popolo una capacità di superare le proprie sicurezze umane, per mettersi in cammino ed acquistare un atteggiamento di completa fiducia in Dio «che è colui che è sempre presente» (Es. 3,14).
Come una madre si china premurosa sul figlio (Os. 11, 4) Dio acconsente a soddisfare le richieste del popolo. Egli è presente sulla roccia (v. 6) quasi ad aiutare il popolo a trasferire la impressionante saldezza del massiccio del Sinai, all'idea di Dio come solido fondamento e valido appoggio nel faticoso cammino verso la terra promessa (Is. 28,16; Sal 18,3; 31,4; 61,4). Dio è roccia per la sua fedeltà (Sal 92,16; Dt. 32, 4) e chi ha fede in lui, non potrà vacillare (Is 28,16). La roccia è simbolo anche di sterilità, segno di aridità: non vi spunta nulla, nella roccia non vi è vita. Ma da quella morte Dio fa sgorgare un'acqua abbondante che dà la vita (v. 6; Num. 20,10). È proprio da quella roccia compatta, che gli ebrei potranno trarre acqua sufficiente per i loro bisogni e per il bestiame, come dal Cristo, ormai schiacciato sulla croce, coccio arido, sgorgherà l'acqua che salva, lo Spirito santo (Gv 4,14; 7,37; 19,34; 1 Cor 10,4).
Per questa somiglianza, Paolo può dire che la roccia accompagnava il popolo ebraico nel deserto, cioè che essi attendevano il Cristo, colui che avrebbe dato l'acqua che zampilla per la vita eterna (Gv 17, 2).
Le tappe dell'esodo sono elencate nell'importante cap. 33 di Numeri, ai vv. 1-49. Esse sono 33, a lungo ammirate e commentate dai Padri (come Origene), in quanto fasi di avvicinamento simbolico alla patria. Qui in Es 17,1 si parla solo del tragitto d'Israele da Sin (16,1) fino a Rafidim, dove in pieno deserto manca l'acqua. Al v. 2 avviene la lite (meribah) del popolo contro Mosè (Num 20,4), con la richiesta imperiosa: «Dacci l'acqua affinché beviamo!» Mosè si difende: questo è tentare (massah) il Signore (Dt 16,16; Sal 77,18.41; 94,8-9; Is 7,12; Mt 4,7, e la Domenica I di Quaresima; 1 Cor 10,9; Ebr 3,8-9). Stanno qui i termini importanti per la teologia biblica, rib, lite, da cui Meribah, e nasah, da cui Massah, tentazione; infine, lùn, mormorare. Questi sono i tre peccati tentazione contro il Signore, che alla fine prostrano nella morte tra quanti erano usciti dall'Egitto l'intera generazione sopra i 40 anni.
E proprio dalla mormorazione comincia la pericope di oggi (con i vv. 1-2, per non smozzicare il significato dei vv. 1-7). Gli Ebrei sono assetati d'acqua e disperati; poco prima erano anche affamati di cibo, e avevano già mormorato contro Mosè e Aronne, ma in fondo contro il Signore, che essi sanno che ha inviato i due al suo popolo (v. 3; vedi 16,1-2). Il contenuto della mormorazione è meschino e ingeneroso, «era meglio restare in Egitto», dove abbonda il pane ma con molta schiavitù; è la psicologia degli schiavi (16,3). Il Signore, paziente e longanime, aveva inviato le quaglie e la manna, a sazietà (16,4-36). Adesso si tratta dell'elemento primario della vita organica, l'acqua; nel deserto la sete entro due o tre giorni può cominciare a essere anche mortale. Gli Ebrei mormorano di nuovo contro Mose (17,3), accusandolo addirittura che la sua iniziativa di liberazione dall'Egitto è stata di fatto un massacro intenzionale perpetrato contro il popolo. Ricorre la mormorazione, dell'episodio di Marah, l'"amarezza" delle acque imbevibili, poi dolcificate (15,24), e ricorre la mormorazione per la fame (16,2).
Il contraccolpo grava su Mosè, che perde la pazienza anche verso il Signore, e gli grida la sua incertezza nell’agire, anzi il suo terrore di essere lapidato (v. 4). Il pericolo si ripeterà (Num 14,16, per gli esploratori e il timore di entrare nella terra).
Il Signore, sempre paziente, non ribatte, ma dispone che Mosè con alcuni Anziani, capi responsabili, preceda il popolo, tenendo in mano il bastone famoso, quello con cui aveva percosso il Nilo, e questo si era mutato in sangue (7,20), con cui aveva percosso il Mar Rosso e questo si era aperto (15, 16.21). Lo reggerà ancora come segno innalzato per la vittoria contro gli Amaleciti (17,8-15). I Padri in queste vittorie videro il simbolo della santa Croce. Così ancora una volta il bastone si leverà come "segno" del Signore, essendo «il bastone del Signore» (17,9), irresistibile nella sua potenza (v. 5). Il Signore adesso promette di stare presente davanti a Mose, sulla rupe del Horeb, da cui assicura scaturirà acqua per il popolo (v. 6a). Miracolo grande, essendo il Horeb un monte in pieno deserto, arido e desolato. Mosè e gli Anziani eseguono le istruzioni (v. 6b). L'episodio non resterà isolato (Num 20,8-11; Dt 8,15). Resterà emblematico nella storia del popolo (Sal 104,41; 113,8). Sarà oggetto di anamnesi storica (Esd 9,15), di insegnamento sapienziale (Sap 11,4) e di proclamazione profetica (Is 43,20; 48,21). Nel N. T. Paolo lo ricorderà ai suoi fedeli come il massimo prodigio dell'esodo antico: la Rupe percossa era Cristo stesso che seguiva il suo popolo, e l'Acqua che Egli donava era lo Spirito Santo (1 Cor 10,1-4).
Mose allora lì per lì pone il nome a quel luogo: Massah e Meribah, con la spiegazione: i figli d'Israele li fecero lite (rib, con Mose), e tentarono il Signore (nasah, tentare) con le parole sconsiderate e blasfeme: «Ma sta il Signore tra noi, o no?» (v. 7). È l'eterna tentazione di chi doveva sapere che il Signore sta sempre presente, è sempre provvidente. È l'eterna questione del «silenzio di Dio oggi», insopportabile per gli increduli, ma tanto più per i credenti, e fonte di rigetto. Tentazione e questione che si ripercuotono ingenerosamente contro quello che restano fedeli al Signore, che si sentono dire con scherno: «Ma il Dio tuo, dove sta?» (Sal 41,11). A cui non si risponde con facilità (Sir 5,5), se addirittura il suo stesso popolo non afferma con sdegno: «Mi abbandonò il Signore!» (Is 49,14), o con malizia: «Il Signore non ci vede, ha abbandonato la terra nostra» (Ez 8,12). E l'empio completa la serie: «Dio non esiste!» (Sal 13,1; cfr 9,4; 52,2; 72,11).
Ma il Signore con totale Bontà dona sempre l'Acqua della Vita.
Il Salmo responsoriale: 94,1-2.6-7.8-9, EP
Il Versetto responsorio: «Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore» (v. 8), invita a non far risuonare la Voce di rampogna del Signore. Mai, tantomeno «qui oggi».
Il Salmista esordisce con una serie di imperativi innici, che formano il classico invitatorio della liturgia laudativa. Come profeta e sapiente, egli anzitutto invita il popolo a radunarsi dal suo stato di dispersione, al fine d'inneggiare al Signore (v. 1a), con giubilo (65,2), a cantare all'unica Rupe incrollabile della salvezza (v. 1b; 88,27; 61,3.8). L'invito insiste affinché ci si raduni presto per effondere gli inni di lode (v. 2a; 99,2), nella gioia, per acclamare solennemente il Signore (v. 2b). I vv. 3-5 ne danno la motivazione sublime: il Signore, Dio grande, Re grande, è Sovrano e Creatore universale ed incomparabile.
Il v. 6 reitera l'invito a venire per prostrarsi e adorare il Signore Creatore (v. 6; 99,3; 138,14; 149,2; Dt 32,6). Qui si inserisce l'esplicitazione dell'alleanza, già prima presente, con la duplice formula:
I) Egli è il Dio nostro (v. 7a; 47,13; 99,3; Es 3,14!),
II) noi popolo del pascolo suo (v. 7b; 73,1; 22,1), il gregge della Mano sua (v. 7c).
È così rievocata l'esperienza dell'esodo, concepito come una lunga transumanza, in cui il Signore si fece Pastore del popolo suo, che condusse di persona verso il pascolo, la terra (Sal 79,1; 78,13).
Il profeta e sapiente tuttavia esorta a non cadere nel pericolo grave di ascoltare ancora oggi, dopo tanta esperienza negativa (Is 55,6; Sir 5,8; Ebr 3,7-11.15), la Voce terribile del Signore (Num 14,22), che rinfaccia al popolo il suo peccato d'apostasia, il cuore indurito (Es 7,13; 1 Sam 6,6; 2 Cron 36,13; Pr 28,14), come a Meribah e Massah, allora, nel deserto (Es 17,7; Num 20,13; Dt 6,16). Episodio lontano, ma che si ripresenta di continuo (v. 8). Lì i padri esercitarono la "tentazione" contro il Signore (Sal 77,18 e 14), Lo «misero alla prova» nella sua pazienza e longanimità, pur avendo assistito a tutta l'operazione immane dell'esodo dall'Egitto (v. 9), come torna più volte (Num 14,22; Sai 76,12).
Insegnamento profetico valido sia per i battezzati, sia per i catecumeni.

Esaminiamo il brano

vv. 5-6a - La descrizione topografica è esatta, anche se si discute sulla ubicazione e sul nome della cittadina Sichar. Gesù dunque attraversa la Samaria e non schiva il contatto degli eretici samaritani, tanto disprezzati dai giudei.
Quando si voleva insultare pesantemente un ebreo lo si chiamava "samaritano" e lo stesso Gesù fu apostrofato così da alcuni giudei ostili durante una discussione (cf 8,48).
Gesù, pur consapevole di ciò, nel presentare il suo comandamento dell’amore verso il prossimo, non esitò ad indicare nella persona di un samaritano il modello da imitare (cfr. Lc 10,29-37).
v. 6b - È l’unico passo del N.T. nel quale si parla della stanchezza di Gesù; in altri brani evangelici si parla dell’affaticamento degli uomini (cf Mt 11,28; Lc 5,5). Nelle lettere di Paolo il verbo affaticare ("kopiàn") è riferito al servizio apostolico (cf Rm 16,6.12; 1 Cor 4,12; 15,10; Gal 4,11; ecc.).
Gesù, affaticato presso il pozzo di Giacobbe, è il prototipo e l’esemplare dei missionari evangelici.
"Era circa l’ora sesta": Giovanni in determinate circostanze si preoccupa di precisare l’ora degli eventi; quando i due discepoli del Battista seguirono Gesù, era circa l’ora decima (Gv 1,39); la febbre ha lasciato il figlio del funzionario regio all’ora settima (Gv 4,52); Pilato proclama Gesù re dei giudei verso l’ora sesta (Gv 19,14).
Questa precisazione cronologica indica probabilmente che l’evangelista fu testimone degli eventi; potrebbe avere però anche un significato simbolico.
Data l’identità di espressione e la singolarità delle due locuzioni di Gv 4,6 e 19,14, non è improbabile che Giovanni veda una corrispondenza tra questi due passi.
Quel Gesù affaticato tra breve sarà proclamato Salvatore del mondo; la scena sembra preparare quella del processo di Gesù dove è proclamato re dei giudei.
v. 7 - La scena descritta è tipicamente biblica. Nelle storie dei patriarchi più di una volta è narrato l’incontro di un uomo, stanco, incaricato di una missione straordinaria, con una donna eletta, presso una fonte.
Si pensi all’incontro tra Rebecca e il capo dei servi di Abramo (cf Gen 24,1 lss), a quello tra Giacobbe e Rachele (Gen 29,lss), a quello tra Mose e le figlie di Reuel (= eb. Dio è pastore, detto anche Ietro = eccellenza perché era un capo), una delle quali diventerà la moglie del liberatore di Israele (Es 2,15ss).
Dal pozzo di Giacobbe presso Aran a quello di Mose nel deserto, per arrivare poi alla fonte di Sion ricordata dai profeti (cfr. Ez 47; Zc 14,8), è un medesimo tema che si snoda nel testo sacro e riguarda le diverse istituzioni religiose di Israele, cioè la legge, il tempio e la città di Gerusalemme.
Nell’Evangelo di Giovanni Gesù che siede sul pozzo è colui che prende il posto per sempre dell’antica sorgente.
Egli sostituisce la legge e il tempio e offre «acqua viva» che sgorgherà poi dal suo costato aperto (cfr. 19,34).
La scena di Gesù con la samaritana rievoca più da vicino quella descritta in Es 2,15ss.
«Dammi da bere» in gr. l’imperativo aoristo positivo ordina di dare inizio a un’azione nuova. La richiesta di Gesù è davvero insolita per gli usi vigenti al suo tempo. La donna infatti era disprezzata e considerata di rango inferiore. Un rabbi non poteva abbassarsi a tanto, rivolgendo la parola a una donna in pubblico. Questa donna per di più era una samaritana, i giudei perciò la disprezzavano doppiamente. Non era costume dei giudei di attaccar discorso con una donna, e soprattutto se nessun altro era presente e la donna era per di più samaritana.
Un detto rabbinico suona così: "Non si deve star solo con una donna in un alloggio, neppure con la propria sorella e con la propria figlia, a causa dei pensieri degli uomini. Non si deve chiacchierare con una donna sulla strada, nemmeno con la propria moglie e men che meno con una donna altrui, a causa dei pettegolezzi degli uomini ". " Ogni volta che qualcuno si intrattiene a lungo con una donna, va incontro a sventura, diserta la parola della Thorà e alla fine eredita la Geenna ". Anche Dio secondo la concezione giudaica, non ha parlato con donne, ma solo con uomini... Dal momento che Dio ha assunto questo atteggiamento verso la donna, essa non ha nemmeno bisogno di conoscere la Thorà.
Rabbi Eleazaro dice: "Sarebbe meglio che la legge andasse in fiamme piuttosto che essere data in mano alle donne " Un rabbi che tiene alla sua posizione, non parla al pozzo con una donna straniera.
v. 9- Per le ragioni su esposte è comprensibile la meraviglia della samaritana.
Quell’uomo seduto presso il pozzo, solo (vedi v. 8), è qualcosa di diverso dai maestri d’Israele: egli è colui che non rispetta le barriere erette dagli uomini e consacrate dal costume e dall’uso, che creano differenze a aprono abissi invalicabili, ma vede tutti, uomini e donne che siano, creature di Dio, a cui bisogna far giungere la salvezza.
v. 10 - Il tono del discorso sale a un livello insospettato per la donna, Gesù pronuncia delle parole misteriose; sono parole di rivelazione che, come nel colloquio con Nicodemo (Gv 3,3), accennano al tema che in seguito sarà sviluppato. Gesù non parla della semplice acqua, ma dell’acqua viva e insinua il mistero della sua persona.
La struttura di questo passo ci aiuta a comprendere il significato dell’acqua viva; il versetto sembra costruito secondo il seguente schema concentrico:
a SE TU CONOSCESSI IL DONO DI DIO
b e chi è che ti dice
c dammi da bere!
b’ tu lo avresti pregato
a’ e TI AVREBBE DATO L’ACQUA VIVA!
il passo è formato da un chiasmo di 5 membri, al centro del quale si trova la locuzione "dammi da bere!"
Le frasi b e b’ sono poste in antitesi, mentre a e a’ sono in parallelo.
Ricapitolando il dono di Dio consiste nel dono dell’acqua viva fatto da Gesù; esso si identifica con la rivelazione del mistero di Gesù.
La frase "Chi è che ti dice" molto probabilmente spiega il significato della locuzione precedente, il dono di Dio, perché retta dal medesimo verbo conoscere; possiamo quindi tradurre: "Se tu conoscessi il dono di Dio ossia chi è che ti dice". Il dono dell’acqua viva è quindi una realtà presente (notare i verbi al presente). Nell’immediato contesto del colloquio al pozzo, l’acqua di cui parla Gesù è la progressiva rivelazione del proprio mistero.
vv. 11-12 - La replica della samaritana alle sublimi e misteriose espressioni di Gesù è un chiaro esempio dell’ambiguità di linguaggio, tipica di Giovanni. Si pensi un istante alle parole di Gesù sulla distruzione del tempio, frainteso dai giudei (Gv 2,19ss); si ricordi il dialogo con Nicodemo sulla nuova nascita (Gv 3,3). Nel linguaggio popolare l’acqua viva è l’acqua fresca e limpida estratta dalla sorgente; così è anche nel linguaggio biblico (cfr. Gen 26,19; Lv 14,5).
La donna si attiene a questa idea.
«Sei tu più grande del nostro padre Giacobbe?»: Anche i giudei rivolgono a Gesù la stessa domanda (cf Gv 8,53), essi infatti si consideravano discendenza di Abramo (cf 8,33). I samaritani invece si richiamavano a Giacobbe.
Nell’A.T. si narra che Giacobbe scavò dei pozzi (cf Gen 26,18s. 32s), però non si parla del dono del pozzo ai suoi figli.
vv. 13-14 - La risposta di Gesù sulla sua grandezza e sulla sua acqua misteriosa è ben strutturata in un continuo crescendo. Mentre al v. 10 era un dono presente ora è presentato come un dono futuro.
Molti esegeti identificano questo dono futuro con lo Spirito Santo, facendo appello al passo di Gv 7,37ss.
Altri ritengono giustamente essere invece la rivelazione di Gesù, fatta penetrare nel cuore dallo Spirito Santo (in Gv 7,37ss evidenziano il fatto che Giovanni parla "a proposito dello Spirito Santo" e non identifica invece le due realtà).
v. 15 - La samaritana non è salita al livello di Gesù, per acqua intende ancora una realtà corporea e materiale, anche se può essere meravigliosa o magica, perché le risparmierebbe la fatica di andare ogni giorno al pozzo (proviamo oggi a non usare i rubinetti!).
«dammi» l’imperativo aoristo positivo ordina di dare inizio a un’azione nuova.
vv. 16-19 -  Gesù constatando l’inutilità della sua precedente esposizione cambia registro e scende su un argomento che può far presa sulla sua interlocutrice, quello della sua vita privata.
«Và... ritorna»: sono due imperativi aoristi positivi.
Il comando è insolito e non intende riferirsi a nulla che riguarda il pozzo o l’acqua da attingere; gli uomini infatti non andavano ordinariamente ad attingere acqua. La donna capisce che il motivo è un altro e quindi non può esimersi dal manifestare la realtà della sua condizione.
Dei 5 mariti avuti dalla donna si sono date delle interpretazioni allegoriche: essi indicherebbero le 5 divinità adorate dal popolo samaritano, rappresentato dalla donna. Tale spiegazione simbolica è fondata su alcuni testi biblici oltre che giudaici (cf 2 Re 17, 21ss).
Più fondata l’interpretazione che considera il tutto come il tentativo fatto da Gesù di presentarsi come un personaggio dotato di grandi poteri e conoscitore dei segreti delle persone.
Una precisazione rabbinica suonava così: "Se era sposata ad un primo ed è morto, a un secondo ed è morto, non dovrà sposarsi ad un terzo ".
Rabbi Simeon ben Gamaliel aumentava di uno questo limite: "Potrà sposarsi ad un terzo, ma non a un quarto".
Il quinto matrimonio, anche se formalmente legittimo, era agli occhi degli ebrei un peccato, il sesto della samaritana costituiva un vero e proprio adulterio. Gesù quindi vuole solo dimostrare alla donna di conoscerla bene, anche se la incontra per la prima volta; egli non è un giudeo qualunque.
«Signore tu sei un profeta»: questa proclamazione costituisce il vertice ed è la chiave d’interpretazione di questa parte del dialogo.
vv. 20-26 - La samaritana, constatando che Gesù è un profeta, per stornare il discorso dalla sua vita privata, poco onorata, propone un quesito molto discusso tra giudei e samaritani, sul luogo di culto.
Il Pentateuco samaritano applicava al Monte Garizim le prescrizioni di Dt 27,4-8, riferite al monte Ebal.
I samaritani avevano costruito un tempio a Jahvé sul Garizim dopo la restaurazione di Esdra; anche dopo che questi fu distrutto (da Giovanni Ircano nel 128 a.C.), continuarono a prestare il culto su questo monte. Tale scisma aumentava la controversia fra i due popoli.
«Credimi donna»: la donna finora rimasta scettica sulla grandezza del personaggio che le parla, è invitata ad emettere un autentico atto di fede come accade in analoghi imperativi di Gv 12,36; 14,1. 11, dove Gesù invita a credere sia i giudei che i suoi discepoli (sono tutti degli imp. presenti positivi).
L’imperativo presente positivo infatti ordina di continuare un’azione già iniziata: come hai creduto alla mia qualità di profeta, così continua a credere in quest’altra mia affermazione.
«In Spirito e Verità»: nell’era messianica (viene l’ora ed è adesso) la vera preghiera è possibile solo nella comunione con il Cristo-Verità. Tale luogo di culto è unico.
Per il quarto evangelista la parola "verità" sta ad indicare la rivelazione messianica, rivelazione che si identifica con il messaggio e la persona di Cristo.
vv. 27-38 - I discepoli, ritornando da mercato, si meravigliano che Gesù parli con una donna, tuttavia non osano intervenire, data la stima ed il rispetto che nutrono per Gesù.
«lasciò la brocca»: si è conclusa la rivelazione; la donna ha ormai compreso l’identità di Gesù: è il Messia.
È a questo punto che abbandonata ai piedi del Maestro la sua anfora, simbolo dell’antica legge (cf 2,6-8) e legame tradizionale con il pozzo, la donna, tornando in città suscita, con le sue parole, la curiosità dei suoi concittadini, i quali uscirono e andarono verso Gesù.
«Rabbi, mangia»: l’imp. aoristo positivo ordina di dare inizio a un’azione nuova. È il tentativo più immediato per dissipare l’atmosfera di tensione. Il discorso con i discepoli si svolge, secondo l’ormai noto uso giovanneo, a livelli di comprensione diversi.
La mietitura nella Bibbia ha un duplice significato: il taglio del grano può designare il giudizio di Dio; altrove il raccolto simboleggia la gioia della salvezza. Quest’ultimo è il nostro caso: Gesù evoca la gioia del mietitore, la sua ricompensa, il grano che ammassa per le la vita eterna (v. 36).
La mietitura e la raccolta, ossia la conquista al vangelo di nuove popolazioni, è motivo di gioia anche per chi ha seminato (v. 38).
Mose, i patriarchi e i profeti, ed in particolare Gesù, si rallegrano per la conversione di numerosi popoli (cfr Gv 8,56ss).
Gesù non identifica il seminatore con il mietitore. Poiché in Gv 4,40-42 Gesù è presentato come il mietitore spirituale, perché converte i samaritani, alcuni sostengono che i seminatori siano altre persone, ossia il Battista e gli scrittori veterotestamentari. Altri sostengono che il seminatore sia Gesù, la cui parola alla samaritana sta producendo frutto; quindi l’immagine del mietitore si riferirebbe ai discepoli.
«levate i vostri occhi»: l’imperativo aoristo positivo ordina di dare inizio un’azione nuova. La frase "alzare gli occhi" nel linguaggio biblico indica considerare, osservare con attenzione, porre mente a qualche cosa di diverso dal solito.
vv. 39-42 - questo brano costituisce l’epilogo e il vertice di tutta la pericope sul soggiorno di Gesù in Samaria: esso descrive la fede dei samaritani in Gesù.
«lo pregarono di rimanere...»: Il rimanere ha una grande importanza nel 4° Evangelo; si pensi per un istante all’apologo della vite e dei tralci (Gv 15,4ss). Come i due discepoli del Battista sperimentarono che Gesù è il messia dopo un breve soggiorno presso di lui (cfr Gv l,38s.41), così i samaritani, vivendo due giorni con Gesù, dovettero confessare che egli è il salvatore del mondo.
Molte persone, oltre ai samaritani, ascoltando le parole di Gesù, giunsero alla fede (Gv 7,40). I fedeli e i catecumeni di oggi «non vedono», ma sono beati poiché ascoltano ed hanno fede (Gv 20,29 episodio di S. Tommaso). Credono non per le parole di quanti annunciano l’Evangelo, ma all’Evangelo stesso.

Antifona alla Comunione Gv 4,13-14
«Chi beve dell'acqua che io gli darò».
dice il Signore, «avrà in sé una sorgente
che zampilla fino alla vita eterna».
L’antifona alla comunione (Gv 4,13b.l4b) ci ricorda che si attua nella Mensa di «oggi qui» la promessa del Signore alla Samaritana. Poiché i divini Misteri della Parola e della Mensa sono questa inesauribile Fonte dell'Acqua della Vita, lo Spirito Santo che innalza alla Vita eterna. Ascoltando la Parola, comunicando ai Misteri, i battezzati sono adoratori del Padre «nello Spirito Santo e nella Verità Cristo», chiamati dal Padre stesso a dargli il culto vero, di lode, d'azione di grazie e di supplica. Ma sanno che tutto questo viene in concreto solo dalla volontà di ricevere questa divina Comunione dalla Chiesa, di stare in comunione con la Chiesa, di partecipare come Chiesa all'annuncio dell'Evangelo e alla mietitura della messe nuova, biancovestita, i candidati al battesimo, i fratelli catecumeni.
Ci pare che questi siano i temi che la liturgia della chiesa propone oggi alla nostra riflessione; perciò l'argomento di fondo che spiega la scelta e la connessione delle letture odierne, può essere così enunciato: all’uomo, che sente impellente, nel profondo, il bisogno di una sicurezza che garantisca da qualunque infortunio, Dio chiede la capacità di superare le proprie sicurezze umane, di mettersi in cammino, e di acquistare un atteggiamento di completa fiducia in lui.
«Contra spem, in spem credidit» sono le parole di Paolo, che definiscono l'abbandono di Abramo alla voce di Dio. Sono le parole che definiscono la vita religiosa d'ogni credente, perché la fede è un abbandonarsi a Dio, un lasciarsi andar nel vuoto, per essere accolti da lui: vivere giorno per giorno, senza avere altra speranza che Dio.
Gesù vuole aiutare l'uomo a vivere di fede.
«Quando Gesù chiese al giovane ricco una povertà volontaria, questi comprese che non c'era via di mezzo... Quando Pietro fu chiamato a uscire sul mare mosso, dovette alzarsi e osare il primo passo. Una sola cosa veniva loro chiesta: di fidarsi della Parola; di ritenere questa Parola una base più solida di ogni sicurezza di questo mondo. Le forze che cercavano di frapporsi, fra la Parola di Dio e l'obbedienza, non erano, allora, meno potenti di oggi. Vi si opponeva il buon senso, la coscienza, il senso di responsabilità, la pietà. Ma la chiamata di Gesù annientava tutto, e si faceva obbedire. Era la parola stessa di Dio. Si chiedeva semplice obbedienza» (BONHÒFFER, Sequela).

II Colletta
O Dio, sorgente della vita,
tu offri all’umanità riarsa dalla sete
l’acqua viva della grazia
che scaturisce dalla roccia,
Cristo salvatore;
concedi al tuo popolo il dono dello Spirito,
perché sappia professare con forza la sua fede,
e annunzi con gioia le meraviglie del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...

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