don Paolo Ricciardi, Commento Quarta Domenica di Quaresima - A

26 Marzo 2017
Quarta Domenica di Quaresima - A
(commento di don Paolo Ricciardi)
L’ultima domenica di marzo è caratterizzata, da tanti anni, dal fatto che si dorme un’ora in meno… Il
passaggio all’ora “legale” ci toglie sessanta minuti per restituirceli di nuovo nell’ultima domenica di ottobre. Ci si illude ancora in un risparmio energico concedendo al sole di tramontare un’ora più tardi, anche se tanta gente continua a lavorare, a divertirsi e quindi a sprecare energia anche di notte.
C’è quindi un passaggio dal “sole” alla “legge”, dal “solare” al “legale”.
Forse non è un caso che in questa domenica ascoltiamo proprio il lungo racconto del vangelo del cieco nato, dove luce, buio, legge, peccato, si alternano intorno a un povero uomo che da sempre aveva solo sperimentato le tenebre, il dramma di non vedere.
Immaginiamolo ogni mattina, quando si ritrovava presto a camminare, a tentoni, verso il tempio. Ogni giornata era ormai la stessa, da chissà quanti anni. Per lui il mondo era come lo toccava. Non poteva avere parametri normali. Conosceva una cosa, una persona, un ambiente per la forma che veniva a contatto con le sue mani. Riconosceva gli odori, i profumi, i suoni, i rumori. Ma tutto era nel buio. Nell’oscurità delle tenebre. Il giorno e la notte non potevano essere distinti.
Ma oggi Gesù passando lo vede... All’inizio di un racconto in cui il verbo “vedere” è ricorrente, è bello sapere che il primo a vedere è proprio Gesù. È lui che vede il cieco, lo guarda, lo osserva. Questa volta non è il malato a chiedere di essere guarito. L’iniziativa è tutta di Dio.
In questa domenica “di mezza Quaresima”, domenica della gioia, è Gesù che mi vede.
Provo oggi io a identificarmi nel cieco, sperimentando tante volte il buio del peccato, dello scoraggiamento, del giudizio. “Sei nato tutto nei peccati!” “Non fai che cose sbagliate”. Oggi provo anch’io a sentire la voce di Qualcuno che dice qualcosa di diverso: “è così perché si manifestino in lui le opere di Dio”. Le mani che spalmano fango sugli occhi, nonostante il fastidio umano, sono mani diverse. Oggi, dopo aver incontrato domenica scorsa Gesù al pozzo di Sichar, devo di nuovo fidarmi di lui che mi ri-crea, devo andarmi a lavare in quell’acqua che mi disseta. E… finalmente, vedrò!
Vedrò perché sono visto, con amore, da Colui che non guarda l’apparenza ma che vede il cuore.

Anche i farisei ogni mattina escono per recarsi a pregare, senza difficoltà, senza andare a tentoni. Oggi trovano quel cieco guarito e, privi di umanità – oggi diremmo primi di “solarità”, ma schiavi dell’ora “legale” – si “arrabbiano”. I farisei non riescono a sopportare l’agire di Gesù.
Provo ad identificarmi anche in questi farisei e mi ci ritrovo, purtroppo, in tante occasioni…: credente di nome, ma incapace di farmi smuovere dalla misericordia e dalla gioia che viene dal vangelo. Preferisco, come dice Papa Francesco, essere cristiano “da salotto” o vivere una “quaresima senza Pasqua!”
Da che parte voglio stare oggi? Dalla parte di chi desidera vedere e viene salvato o dalla parte di chi crede già di vedere ma invece è cieco, come i farisei?
I farisei sanno la teologia e la morale e dimenticano la vita; sono i puri che non perdono mai la testa, perché non si commuovono mai. È facile essere credenti senza bontà; è facile anche essere teologi e preti senza bontà: Funzionari delle regole ed analfabeti del cuore; difensori della sana dottrina e indifferenti al dolore. I farisei guardano alla teologia e non vedono l’uomo e il suo miracolo. Ma c’è più vita nel grido di un uomo ferito che in tutti i libri.

Gesù comunque mi viene incontro, anche se sono fariseo, per liberarmi da ogni tenebra e rendermi luce in Lui. Mi incontra per chiedermi di nuovo:
“Tu credi nel Figlio dell’uomo?”. “E chi è, Signore, perché io possa credere in lui?”. “Sono io, che ti parlo”... Non io che tu vedi, ma io che ti parlo. Come il cieco guarito, abituato alle voci e ai rumori, riconosce la Voce, così voglio mettermi in ascolto della Parola e comprendere finalmente lo stesso invito all’ascolto rivolto dal Padre al Tabor: per aprire gli occhi alla Luce bisogna prima aprire le orecchie alla Parola.
Oggi voglio dire di nuovo: “Sì, io credo, Signore!”
E basterebbe poco per lasciare poi che la Luce invada, inondi, sommerga e vivifichi tutto il mio vivere rendendomi capace di verità e di amore. Basterebbe che riconoscessi di essere cieco, povero e peccatore, bisognoso di una salvezza che non posso darmi da solo. E che accettassi il miracolo di qualcuno che mi apre gli occhi perché possa vedere lui e, in lui, tutte le cose.
E vedrò oltre le apparenze, vedrò l’essenziale invisibile agli occhi, seminando occhi nuovi sulla terra. E allora sarà domenica di Gioia!
Il Signore che guarì il cieco nato possa oggi, secondo l’auspicio di san Paolo, “svegliare chi dorme e farci risorgere da morte. Cristo ci illuminerà” (cfr. Ef  5,14).

Fonte:www.omelie.org,

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