fr. Massimo Rossi, Commento IV DOMENICA di QUARESIMA

IV  DOMENICA di QUARESIMA – 26 marzo 2017
1Sam 16.1b.4.6-7.10-13;  Sal 22/23;  Ef 5,8-14;  Gv 9,1-41
O Dio, Padre della luce, tu vedi le profondità del nostro cuore: non permettere che ci domini il potere
delle tenebre, ma apri i nostri occhi con la grazia del tuo Spirito, perché vediamo colui che hai mandato a illuminare il mondo, e crediamo in lui solo, Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore.
“Non conta quel che vede l’uomo: l’uomo vede l’apparenza, il Signore vede il cuore.”
“Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente.”
“Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché (quest’uomo) sia nato cieco?”

Tre questioni piuttosto delicate si agitano dietro le letture di questa IV domenica di quaresima:
-         il silenzio dei cristiani di fronte al male
-         il discernimento della verità al di là delle apparenze
-         la relazione tra peccato e sofferenza fisica
Come già domenica scorsa, anche oggi dobbiamo riflettere sulla rilevanza politica e sociale della fede cristiana: in particolare, il cristiano è uno che non sta zitto di fronte al male sociale:  alludo alla cosiddetta questione morale.
Ma denunciare il male non basta;  è necessario adoperarsi a favore del bene!
Come? Ci sono tanti modi per fare il bene, a seconda delle possibilità di ciascuno.  Chiunque può compiere gesti di bontà, dimenticando un po’ se stesso, i suoi interessi e le sue necessità immediate, spostando lo sguardo oltre la porta di casa, per accorgersi che non solo c’è qualcuno che sta peggio, ma che si può fare qualcosa per lui…  Le vecchie opere di misericordia corporale e spirituale che il catechismo ha ricavato dal capitolo 25 di Matteo, costituiscono l’orizzonte, la realizzazione pratica dell’imperativo della fede.  Lo abbiamo capito, senza l’impegno della carità, la fede perde il suo contatto con la realtà, con la vita concreta, e si riduce a una mera teoria, un concetto astratto, un’inutile retorica di accademia …
Negli anni ’70 i Vescovi italiani avevano avviato la buona tradizione di dare un titolo alla quaresima, di lanciare uno slogan, ogni anno diverso; ne ricordo uno in particolare: “Evangelizzazione e promozione umana”; durante le cinque settimane del tempo forte, le Diocesi e le parrocchie organizzavano momenti di riflessione e iniziative benefiche.
Oggi la Quaresima di fraternità rimane ancora un tempo prezioso per fare appello alla sensibilità dei fedeli, anche senza lo slogan da scrivere alla porta della chiesa o dietro l’altare….
Ma la beneficenza, non basta! è necessario un impegno sociale e politico sistematico, da mantenere non solo in quaresima, o a Natale.
I nostri genitori, coloro che sono vissuti negli anni della guerra, ricorderanno il coraggio, l’eroismo di taluni sacerdoti – don Sturzo, don Milani, don Mazzolari,… – di religiose, padri e madri di famiglia, giovani universitari – ne cito uno per tutti: beato Piergiorgio Frassati –, i quali spesero la loro esistenza nell’impegno sociale e politico, dando vita a quella che il Concilio avrebbe definitivamente consacrato come dottrina sociale della Chiesa.
Conosciamo i rischi che l’azione politica può presentare, assumendo la fisionomia di un partito…  ci siamo passati e ne siamo usciti, non proprio illesi…
Resta il dovere morale non negoziabile di rendere ragione della speranza che è in noi: basta riflettere un attimo sulle risonanze sociali e politiche assunte dall’insegnamento e dall’opera di Gesù; domenica prossima leggeremo il racconto della Passione di Matteo: non ci vuole grande spirito di intuizione, per capire che il figlio del falegname di Nazareth sconvolse l’opinione pubblica, e costrinse i partiti al potere, le autorità religiose, e i rappresentanti dell’Impero a prendere posizione, scegliendo infine il solito, vecchio rimedio dell’eliminazione violenta, per tutelare l’ordine pubblico e riprendere il controllo della situazione.
Le persecuzioni contro i cristiani che infuriarono per tre secoli in tutto il Bacino Mediterraneo, vennero scatenate e condotte per motivi più politici che religiosi;  o meglio, per le conseguenze politiche di talune conversioni cosiddette eccellenti:  mi riferisco a personalità di spicco come famosi patrizi di Roma e alti ufficiali dell’esercito: la loro adesione radicale alla fede cominciò ad insinuare i valori cristiani negli ingranaggi della amministrazione pubblica e nelle strategie (militari) di conquista, i due cardini dell’Impero, mandandolo fatalmente in crisi.
Il tempo a disposizione è quasi terminato, e restano ancora da affrontare i due temi del discernimento della verità sull’apparenza;  e del rapporto tra peccato e male fisico: il Vangelo di oggi dà una risposta forte e chiara sull’ultima questione, tagliando il legame causa/effetto che l’antica sapienza stabiliva tra l’infedeltà dell’uomo e la malattia: tornano in mente quelle espressioni falsamente consolatorie e, al contrario, offensive, del tipo:  “accettiamo umilmente la volontà di Dio!”, quasi Dio volesse la malattia…
Non è così che facciamo coraggio a chi sta male! L’ho già detto in altre occasioni e lo ripeto ancora:  smettiamola di invocare la volontà di Dio di fronte alla sofferenza, qualunque essa sia!
Da affermazioni come questa, alla definizione del male come castigo del Cielo, il passo è breve.
Piuttosto preghiamo insieme; offriamo tempo ed energie per restare accanto a chi soffre.
La sofferenza è sempre ingiusta, non si merita mai, né mai si augura!
Credere di meritare il castigo divino, o addirittura augurarlo, sarà forse umano, ma certamente non è cristiano!  di conseguenza chi pensasse che il male sia una giusta punizione ha un problema di fede, commette peccato contro Dio, contro sé stesso e contro il prossimo!
Il famoso teologo tedesco H.U. von Balthasar allude a questa visione del Dio giustiziere, riflettendo sulla tentazione di Gesù nell’orto degli ulivi, allorché il Signore sudò sangue, al pensiero che l’amore infinito del Padre si fosse improvvisamente mutato in ira furente, contro tutti coloro che avrebbero steso la mano contro il Figlio suo.  Anche su questa tentazione, la peggiore che il Messia avesse mai vissuto, anche su questa il Signore vinse, recitando verosimilmente il Padre Nostro…
Il valore delle parole e delle scelte di Gesù possono apparire parole e scelte di un perdente…
Ma l’apparenza spesso inganna.  E ciò che appare non è sempre come appare…
La vicenda di Davide scelto da Dio come re di Israele è emblematica:  il suo carisma era talmente poco appariscente, che suo padre Jesse si era persino dimenticato che Davide fosse suo figlio…  Serva di lezione a tutti i genitori, affinché imparino a discernere il buono che c’è nei figli, e rendano grazie a Dio per averlo nascosto in loro.

Fonte:http://www.paroledicarne.it/

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