MONASTERO DI RUVIANO, " La morte …"

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA
Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8, 8-11; Gv 11, 1-45.

            Se l’arsura vuole l’acqua, se la tenebra ha bisogno della luce, la morte richiama il desiderio di
vita. Ed ecco che così l’ultima domenica di Quaresima ci mette dinanzi alla “grande nemica”, quella che, nei giorni della sua Pasqua, Gesù affronterà consegnandosi ad essa per amore del Padre e del mondo!

            Dalla sete del racconto della Samaritana, alla tenebra del racconto della scorsa domenica del cieco nato, oggi si giunge, in questa domenica di Lazzaro, alla radicalizzazione dell’arsura e della tenebra che è la morte. Ai temi dell’acqua e della luce, oggi si aggiunge il grande tema della vita.

            Nel Quarto Evangelo Gesù dice: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (cfr Gv 10,10) ed immediatamente Gesù mostra, con un segno potente, che davvero Lui dona la vita a chi è nella morte. E’ il culmine dei segni ed è il grande preludio al “Libro della gloria” (capitoli 13-21) in cui, nel Quarto Evangelo, Gesù narrerà il Dio che è vita e che opera dando la propria vita e che libera dalla morte assumendo la morte.

            Il “Libro dei segni” (capitoli 2-12) culmina con questo segno di Lazzaro, aprendo la storia della salvezza al segno estremo della “croce gloriosa” in cui l’Innalzato ama fino all’estremo (cfr Gv 13,1) e riceve la risposta dal Padre che lo risuscita dai morti perché l’amore vince la morte.

            La morte …

            Non c’è solo la morte fisica, estremo insulto all’uomo che sente di non essere fatto per la morte ma per la vita; accanto ad essa ci sono altre morti che ne sono “icona” e preannunzio … c’è la morte della speranza che è quella che il Profeta Ezechiele ci ha mostrato nella prima lettura: quella distesa di ossa aride sono un’immagine direi “violenta” di un popolo che,  giunto all’estremo dell’infedeltà all’Alleanza, si è trovato in uno stato di schiavitù umiliante e senza apparenti sbocchi; in una condizione di lontananza e di esilio che pare irreversibile come la morte che stende il suo biancore su ossa inaridite; su quelle ossa Ezechiele è chiamato da Dio a profetare una risurrezione della speranza perché Dio è pronto a ricominciare e a ricondurre gli esiliati alla patria ed al grembo della speranza.

            C’è la morte del cuore, quella di cui dice Paolo nel bellissimo testo della sua Lettera ai cristiani di Roma; è la morte di chi è chiuso – dice Paolo – nelle logiche della carne che sono logiche egoistiche e di autosufficienza; vere tenebre impenetrabili. Eppure lo Spirito di Cristo può dare la vita anche a queste morti, in attesa della resurrezione di tutto l’uomo.

            Il racconto di Lazzaro è molto articolato e culmina in quel grido di Gesù: Lazzaro qui fuori! Un grido che nasce dal suo pianto e dalla sua fiducia nel Padre: Padre, io so che tu mi ascolti sempre!

            Il pianto di Gesù, in questo racconto giovanneo, è segno del suo amore per l’amico ma ancor più è il pianto di Dio dinanzi al morire dell’uomo. E’ il pianto di Colui che è la vita ma che si trova a doversi scontrare con la morte della sua creatura amata; è un pianto che, se da un lato dice la vera umanità del Figlio di Dio che patisce dinanzi alla morte ed alla lacerazione che essa è, dall’altro ci dice che il Dio che Gesù annunzia non è indifferente alla morte, né tantomeno complice perverso di essa; non è il Dio che fa morire ma il Dio che si schiera di continuo, fin dall’ “in-principio” dalla parte della vita.

            Un tratto straordinario che il Quarto Evangelo ci dona è questo pianto di Gesù per l’amico perduto; per due volte, infatti, nel Quarto Evangelo, ci vien detto che Gesù è sconvolto profondamente: qui e poi all’annunzio del tradimento di Giuda (cfr 13,21). Il verbo è lo stesso, il verbo “tarásso” che indica un forte sconvolgimento emotivo; nel nostro racconto si aggiunge che, prima di essere sconvolto tanto da scoppiare a piangere,  Gesù freme di sdegno profondo (il verbo “enbrimáomai”). Dinanzi alla morte di Lazzaro Gesù freme di sdegno perché colui che è la vita non tollera la morte e il suo disfare il creato (“già puzza … è di quattro giorni”, gli dice Marta alla richiesta di togliere la pietra della tomba); dinanzi a Giuda ed al suo indurimento Gesù prova uno sconvolgimento profondo che genera in Lui un dolore sordo e impotente … sì, perché se Lazzaro potrà richiamarlo dall’abisso della morte perché lo vuole vicino a sé (Lazzaro qui fuori!), Giuda, che pure vorrebbe vicino a sé, non può essere richiamato dalla sua libera scelta di precipitarsi in quella notte mortifera (“ed era notte” cfr Gv 13,30). In entrambi i casi, possiamo dire che Gesù piange e per Lazzaro viene detto esplicitamente. Nel Quarto Evangelo Gesù piange per un amico che si perde nella notte che è lontananza da Lui: l’amico Lazzaro che s’è perduto nelle tenebre della morte, l’amico Giuda che si va a gettare in quella notte di non-senso, notte di tradimento e di infedeltà.

            Gesù piange. E quel pianto non è vano. Gesù è disposto a raggiungere gli “amici” perduti e salvarli … e se il grido di comando di Gesù raggiunge Lazzaro e lo ridesta dalla tenebra e dalla putrefazione, nell’ora della croce Gesù raggiungerà tutti i “Giuda” disperati e perduti nelle tenebre della morte per offrir loro la vita che essi stessi, stoltamente, hanno rifiutato. Quel pianto ci accende di questa speranza!

            Il grido “folle” di Gesù che osa richiamare un morto dalla putrefazione è generato e dalle sue lacrime d’amore e, ancor più, come dicevo prima, dalla sua fiducia nel Padre; è la fede di Gesù il grande alveo che rende possibile la risurrezione! Quella di Lazzaro ma anche la sua stessa risurrezione; il Padre risuscita il Figlio obbediente e amante, il Figlio che si consegna perché crede nella sua vicinanza al di là di ogni silenzio e di ogni assenza.

            “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” … Lazzaro, pecora del suo gregge, amico del suo cuore, come aveva detto al capitolo precedente “riconosce la sua voce” (cfr Gv 10,4) e lo segue fuori dalle tenebre della tomba e lui che era legato dalla morte viene sciolto e ridonato alla libertà. In Lazzaro, dicevano i Padri, siamo chiamati a specchiarci perché come lui siamo chiamati amici da Gesù (cfr Gv 15,15), come lui siamo stati richiamati dalle tenebre di morte per stare con Gesù (cfr Ef 5,8), come Lazzaro siamo stati sciolti per la libertà dalle catene della morte che corrompe e toglie speranza.

            La risurrezione di Lazzaro è l’estremo dei segni perché in essa Gesù, fidandosi del Padre, si proclama Signore della vita e risurrezione dei morti e perché in essa ci è data la figura stessa della Risurrezione di Gesù, caparra do ogni risurrezione. Nella tela custodita a Messina e che illustra l’omelia che state leggendo, Caravaggio genialmente ci dice come questa risurrezione di Lazzaro sia annunzio della Risurrezione del Crocefisso; al centro del quadro Caravaggio dipinge, infatti, Lazzaro, appena estratto dalla tomba, nella stessa posizione del Crocefisso: braccia distese e gambe sovrapposte … solo la sua destra si leva in un fremito per quella vita che lo sta inondando; Lazzaro, icona di Cristo, Lazzaro icona di ogni discepolo, Lazzaro annunzio di una speranza che può raggiungere ogni disperazione (non a caso questa è una delle estreme opere di Caravaggio, dipinta in un’ora di tenebra disperata che attanagliava il grande artista!).

            La Pasqua ormai è alle porte e la luce del Terzo Giorno inonderà la terra ed ogni carne ne verrà contagiata. Sono vicini i giorni santissimi in cui ogni speranza rifiorisce perché il nostro Dio ingaggerà la lotta estrema con la morte ma sorbendone tutta l’amarezza (cfr 1Cor 15,54). Non siamo soli a piangere per la morte, Dio lacrima con noi e per noi. Dio freme di sdegno e “non permette che il suo amico veda la fossa” e la corruzione (cfr Sal 16,10).

Fonte:http://www.monasterodiruviano.it/