Mons.Antonio Riboldi, "Lasciamoci guarire dalle nostre cecità"

Omelia del 26 marzo 2017
IV Domenica di Quaresima
Lasciamoci guarire dalle nostre cecità
Dopo il terremoto del 1968 nel Belice, nulla si sapeva allora di noi terremotati, anche perché non vi
erano i tanti mezzi di comunicazione di oggi. Mamma moriva di ansia per questo. Dopo alcuni giorni, potendo, ritenni opportuno fare una scappata da lei. Come mi vide pianse e, per la gioia intensa, non riuscendo ad esprimerla mi dette uno schiaffetto: ‘Non so la ragione – mi disse – ma sono stata talmente in ansia … non sapevo niente …. E desideravo così tanto vederti!’.

Sappiamo tutti come tante volte, lontani o vicini, si vorrebbe ‘vedere’ chi davvero ci ama …

Così come l’occhio può esprimere indifferenza a tutto: vede per vedere, ma senza guardare, comunicare sentimenti, emozioni, diventando lo specchio di un’anima arida o vuota o superficiale o, peggio ancora,

gli occhi, a volte, sanno anche esprimere tanto disprezzo e odio, che assomigliano ad una fucilata e fanno tanto male. Quanto male si può provocare con una sola occhiata!

Ho avuto modo di stare a colloquio con S. Giovanni Paolo II, per un’ora, e non dimenticherò mai i suoi occhi sereni, attenti, eppur discreti, come volessero entrare nelle pieghe della mia vita, con la vigilanza e delicatezza della carità. Così come ricordo gli occhi carichi di odio e rabbia di un camorrista: sembravano mitraglie puntate. Davvero l’occhio è ‘il linguaggio del cuore’, che può trasmettere serenità e gioia, ma anche male e cattiveria!

Nel meraviglioso brano di questa domenica,del Vangelo di Giovanni, sul ‘cieco dalla nascita’, ben si evidenziano questi modi di guardare i fratelli. ‘Gesù, passando, vide un uomo cieco dalla nascita ….. Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: ‘Va’ a lavarti nella piscina di Siloe (che significa ‘Inviato’). Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.’

Abbiamo bisogno della luce in cui fissare il nostro sguardo: come fu per il cieco nato.

Dovrebbe essere spontanea la gioia di tutti di fronte alla guarigione di un fratello ed invece: ‘I farisei gli chiesero come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: ‘Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e vedo’. Alcuni dei farisei dicevano: ‘Questo uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato’. Altri dicevano: ‘Come può un peccatore compiere tali prodigi?’.

Gesù guarisce, ma al cieco nato non è neppure consentito di gioire per la vista riacquistata, infatti s’imbatte subito nella cecità dei farisei, che si professano credenti, osservanti, ma non riescono a vedere la presenza di Dio ed il Suo Amore, che vince le miserie umane e compie prodigi.

E questo può accadere anche a noi, quando non riusciamo a contemplare e ringraziare per il bello che Dio realizza e diffonde tra di noi; anzi, a volte, arriviamo a rendere difficile la vita di chi, forse ci aveva tenuto compagnia nel male, ma, convertitosi è diventato un’altra persona, mentre dovremmo non solo ringraziare, ma cogliere l’invito a percorrere con lui la stessa strada per ritrovare la bellezza della vita.

Li conosciamo tutti, tra di noi, questi ‘ciechi’, che non sanno né ‘vedere’ né apprezzare coloro che spendono la vita perché altri l’abbiano ‘in abbondanza’ con la carità, che è l’occhio del cuore.

Sono ‘ciechi’ che annaspano, è il caso di dirlo, tra mute ricchezze, che ci attorniano come fantasmi, pronti a rubarci serenità e, ancor peggio, la capacità di rendere la vita un dono. E così, come accadde per i farisei, non comprendono la gioia di chi ha ritrovato la vista del cuore, chiusi come sono nel loro egoismo ed egocentrismo. Ma d’altra parte l’uomo che non ha fede, che non conosce Gesù, - sola verità che illumina l’uomo e il mondo, che dà senso ai fatti della vita, fa spazio all’intelligenza, alla profondità dell’amore vero e fedele, dà gusto a tutto ciò che siamo e facciamo, affetti compresi – che ne sa della luce che l’occhio buono può trasmettere? Meglio, dietro quale ‘luce’, magari oscura, cammina? Alla luce di quale ‘verità’, forse tutta personale, gioca fatti e vita?

Dopo la guarigione e il processo intentatogli dai ‘miopi’ farisei, ‘Gesù seppe che lo avevano cacciato fuori e incontrandolo disse: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo?’. Egli rispose: ‘E chi è, Signore, perché io creda in lui? Gli disse Gesù: ‘Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio Lui.’…. e il cieco, che aveva riacquistato pienamente la vista degli occhi e del cuore, fissando lo sguardo negli occhi di Gesù, si riempì di una tale luminosità da poter esclamare, in tutta verità: ‘Io credo, Signore’. E gli si prostrò innanzi.” (Gv. 9, 1-41)

Facciamoci inondare dalla bellezza di questa pagina evangelica e riflettiamo anche con Papa Francesco, seguendo il consiglio che ci offre:

“La nostra vita a volte è simile a quella del cieco che si è aperto alla luce, che si è aperto a Dio, che si è aperto alla sua grazia. A volte purtroppo è un po’ come quella dei dottori della legge: dall’alto del nostro orgoglio giudichiamo gli altri, e perfino il Signore! Oggi, siamo invitati ad aprirci alla luce di Cristo per portare frutto nella nostra vita, per eliminare i comportamenti che non sono cristiani. Dobbiamo pentirci di questo, eliminare questi comportamenti per camminare decisamente sulla via della santità. Noi infatti siamo stati “illuminati” da Cristo nel Battesimo, affinché, come ci ricorda san Paolo, possiamo comportarci come «figli della luce» (Ef 5,8), con umiltà, pazienza, misericordia. Questi dottori della legge non avevano né umiltà, né pazienza, né misericordia!

Io vi suggerisco, oggi, quando tornate a casa, prendete il Vangelo di Giovanni e leggete questo brano del capitolo 9. Vi farà bene, perché così vedrete questa strada dalla cecità alla luce e l’altra strada cattiva verso una più profonda cecità. Domandiamoci come è il nostro cuore? Aperto o chiuso verso Dio, verso il prossimo? … Non dobbiamo avere paura! Apriamoci alla luce del Signore, Lui ci aspetta sempre per farci vedere meglio, per darci più luce, per perdonarci. Non dimentichiamo questo! Alla Vergine Maria affidiamo il cammino quaresimale, perché anche noi, come il cieco guarito, con la grazia di Cristo possiamo “venire alla luce”, andare più avanti verso la luce e rinascere a una vita nuova.”

Antonio Riboldi - Vescovo

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